Jim Thompson.
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Vita da niente.
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Titolo originale: The Kill-Off.
Traduzione di: Carlo Oliva.
2009. Arnoldo Mondadori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Luane Devore sta per essere uccisa.  questo il suo argomento di conversazione preferito.
Chi sar l'assassino  invece la domanda che si pongono tutti i residenti della cittadina balneare di Manduwoc, una localit
turistica in disfacimento. Potrebbe essere il giovane marito, che lei ha soggiogato con la sua personalit impossibile da contrastare, o quel medico distinto, un uomo che nasconde un segreto inconfessabile. Oppure una qualsiasi delle altre persone la cui reputazione  stata messa in dubbio dai pettegolezzi della donna, capace di influenzare e controllare la vita di tutti i suoi concittadini servendosi di una sola arma, il telefono, attraverso il quale - durante le interminabili conversazioni che riempiono le sue giornate - sparge il seme della maldicenza su chiunque conosce.
Cos, undici personaggi raccontano il loro odio per quella vecchia dispotica e paranoica: ognuno, infatti, ha un valido movente per desiderarne la morte, sia esso passionale o di interesse, e nessuno  davvero innocente. Ucciderla  solo questione di tempo.
Un giallo magistrale, in cui Jim Thompson ha saputo catturare le segrete ambizioni, le gelosie e l'odio di una minuscola realt, dando vita a un'opera al tempo stesso spassosa, caustica e terrificante, e che ci mette di fronte alla sconcertante dimostrazione che ciascuno di noi sarebbe capace di uccidere.
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L'AUTORE.
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Jim Thompson  stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense di genere noir. Nasce in Oklahoma nel 1908.
Costretto a lavorare fin da giovanissimo, si dedica a ogni sorta di mestieri, che lo portano a contatto con l'umanit variegata che popoler i suoi libri. L'esordio, con la pubblicazione di L'assassino che  in me, lo proietta ai vertici della nuova narrativa noir. Tra il 1952 e il 1957 scrive altri quattordici romanzi di successo; sempre pi segnato dall'alcolismo, negli anni Sessanta riesce a estrarre dal cilindro altri capolavori, come Colpo di spugna e In fuga. Muore, solo e dimenticato, nel 1977. 
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Vita da niente.
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1. Kossmeyer.
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Era soprattutto una donna che amava lo scandalo, e ne viveva.
Luane Devore si faceva un punto d'onore di essere impetuosa, impudente, testarda e, come credeva lei, di dominare tutti.
Ma, soprattutto... Era domenica, appena due giorni dopo l'inizio della stagione, quando mi telefon. Come al solito, la sua voce sembrava un po' isterica. Come al solito, era alle prese con una qualche terribile emergenza che soltanto io potevo aiutarla ad affrontare. Ma il fatto veramente significativo, o almeno io pensai che lo fosse, fu che non si calm quando le dissi di andare all'inferno e di smetterla di comportarsi come una maledetta pazza.
Per favore, Kossy gorgogli. Devi venire! E d'importanza vitale, caro. Non posso parlarne al telefono, ma...
E perch diavolo non puoi? la interruppi. Parli sempre di tutto e di tutti al telefono. Adesso riappendi, Luane. Faccio l'avvocato, non la baby sitter, sono qui in vacanza e non voglio passare tutto il mio tempo ad ascoltare i tuoi piagnistei su un mucchio di problemi immaginari.
Singhiozz udibilmente e io provai una piccola fitta di rimorso. La propriet dei Devore non valeva pi nulla, ormai, erano anni che non ne ricavavo un centesimo e, be', voi capite cosa voglio dire. Quando uno non ha pi niente, non pu pi fare assolutamente nulla per te e in qualche modo sente che con lui bisogna andarci piano.
Su, tesoro, calmati le dissi. Fa' la brava ragazza,  fallo per Kossy. Non croller il mondo se non mi precipito subito da te. Nessuno ha intenzione di ucciderti, vero?
S, invece disse. Proprio cos! E riappese con un singhiozzo disperato.
Riappesi anch'io. Uscii dalla camera da letto, attraversai il soggiorno e tornai in cucina. Rosa era in piedi accanto alla stufa e mi voltava la schiena. Stava parlando chiaramente tra s e s, ma in realt si rivolgeva a me.  una sua caratteristica, un vezzo cui si  abituata a ricorrere sempre di pi nei venti anni e passa del nostro matrimonio.
Ascoltai una serie di parole ormai familiari... "vagabondo"... "fannullone"... "perditempo"... non si preoccupa mai di sua moglie ma"... e mi accorsi che per la prima volta da tanto tempo mi colpivano un po'. Cominciavo a sentirmi offeso, nel senso di arrabbiato e di triste.
E un po' a disagio.
Mi spiace dissi. E una cliente. Ha un problema. Non ho scelta: devo vederla.
Una cliente, dice bofonchi Rosa. E cos, naturalmente, tutto il resto passa in secondo piano.  la sua sola cliente, forse? Il suo primo caso?
Per un buon avvocato, ogni caso  sempre il primo. Non fare tutta questa scena, dannazione. Torner presto.
Torner presto, dice. E aiuter a disfare i bagagli e a tenere pulita la casa, e porter sua moglie a fare il bagno e...
Ma s, la rassicurai certo che lo far. Dannazione, vuoi che te lo metta per iscritto?
Ascoltatelo continu lei. Ascoltate il grande avvocato che impreca contro sua moglie. Guardate come si comporta, il grande avvocato, quando  con sua moglie che ha a che fare.
Ascoltati tu dissi. Guarda come ti comporti tu.
Si volt verso di me, di malavoglia. Mi alzai e mi misi a fare la sua imitazione, guardando la sua faccia che lentamente diventava rossa, poi bianca. Sono piuttosto bravo in queste cose. Penosamente bravo, potreste dire.
Ho un vero talento per la mimica e quando uno  alto solo un metro e cinquantacinque e non ha una cultura giuridica formale, dannatamente poca cultura di qualsiasi genere, non trascura nessuno dei talenti che ha a disposizione.
Questa sei tu le dissi. Perch non vai in televisione? Nella rivista? Gli piacciono, questi personaggi.
B... be', sorrise lei debolmente non credo d'essere tanto male, signor Intelligentone.
Signor Intelligentone ripetei. Bene, finalmente una buona battuta. Continua pure, continua cos e saremo a posto. Vedrai che ci faranno una buona offerta per la propriet.
Forse mi interruppe lei faremmo meglio a non aspettare un'offerta. Se ti vergogni tanto di tua moglie, se ti preoccupi tanto di quello che i tuoi amici pensano di me...
Quella di cui mi vergogno non  mia moglie.  il personaggio in cui s' ficcata. Dannazione, dovresti sapere quello che vali, eppure, passi la met del tuo tempo... Mi interruppi.
Lei cominci a dire: Ascoltatelo, sentite il grande avvocato... Poi si blocc.
Ci guardammo l'un l'altra. Dopo un lungo istante, cercai di interrompere il silenzio. La prima parola che mi venne fu un'imprecazione, la seconda un "non". Ci provai ancora.
Sentilo chi parla dissi. Proprio io dico a te come comportarti.
Lei rise, mi butt le braccia al collo e io feci altrettanto.
Ma hai ragione, caro mormor. Non so proprio perch continuo a comportarmi in quel modo. Fammi smettere, se lo faccio ancora.
E tu fai smettere me risposi.
Lei riscald il caff della colazione e ne prendemmo una tazza tutti e due, chiacchierando e fumando una sigaretta.
Poi feci uscire la macchina dal garage e presi la via della spiaggia, verso la citt.
Manduwoc  una cittadina sulla costa, a poche ore di treno da New York.  troppo lontana per essere un centro di pendolari e non ha industrie proprie. Secondo l'ultimo censimento la popolazione era di milleduecentottanta abitanti e non credo che da allora sia aumentata.
Prima della guerra era una localit di villeggiatura, ma negli ultimi anni il numero dei visitatori estivi  andato costantemente diminuendo. I nativi tendono a essere un po' troppo indipendenti, a calcare un po' troppo la mano. Cos, visto che ci sono tanti posti pi vicini alle grandi citt, Manduwoc ha cominciato il suo declino.
L'albergo pi grande nelle ultime due estati non  stato neanche aperto. Un paio di stabilimenti hanno chiuso definitivamente e un terzo dei villini sulla spiaggia non viene affittato. Turisti ce ne sono ancora, ma niente rispetto a prima. In pratica, i soli che continuano a venire regolarmente sono quelli che hanno una propriet.
Gente che, in linea di principio, viene pi per risparmiare che per spendere.
La citt vera e propria si trova a qualche centinaio di metri dall'oceano.  costruita attorno alla piazza del tribunale ed  fiancheggiata, dalla parte di terra, da alcune propriet estive, e da quella di mare, dalle solite installazioni balneari.
Queste ultime comprendono gli alberghi e i villini di cui sopra, un paio di ristoranti di pesce, un posto dove si affittano barche da pesca, un padiglione in cui si balla e cos via.
Il nostro villino, che  di propriet,  a circa cinque chilometri di distanza. Gli altri, quelli che si affittano, sono vicini al centro. Stavo appunto arrivandoci, file e file di identiche strutture di assicelle, quando un uomo comparve sulla strada e cominci ad arrancare verso il villaggio. Era un tipo alto, dalle spalle curve, molto magro.
Aveva una zazzera brizzolata e la sua faccia ossuta e intelligente era pallidissima, di un bianco totale.
Mi accostai con la macchina e fermai. Lui continu a camminare, guardando sempre avanti. Mi misi a chiamarlo: Rags! Rags McGuire! Alla fine, dopo un altro paio di grida, si volt verso di me.
Era corrucciato, in una specie di stato di assenza risoluta.
Venne verso di me lentamente, i lineamenti contratti in quella sua smorfia perplessa. E poi, all'improvviso, gli s'illumin il volto in un sorriso di riconoscimento.
Kossy! Come va la vita, ragazzo? Si arrampic sul sedile accanto al mio. Dove sei stato nascosto tutto questo tempo?
Gli dissi che Rosa e io ci eravamo appena sistemati: avremmo fatto un salto al padiglione appena messo tutto a posto. Lui sorrise e mi diede delle pacche sulle spalle e disse che ero proprio il suo Kossy. E poi cadde in un silenzio assoluto. Non era un silenzio imbarazzato, non da parte sua, almeno. Ma c'era qualcosa, qualcosa nel suo sorriso, che mi faceva sentire pi a disagio di quanto fossi mai stato in vita mia.
Non credo... cominciai esitando. Voglio dire, Janie  con l'orchestra, questa estate?
Non rispose per parecchi secondi. Poi disse di no: lei non era con lui. Lui aveva una nuova cantante. Janie era rimasta in citt con i bambini.
Immagino che abbia abbastanza da fare aggiunse.
Occuparsi dei bambini, sai. Dopotutto, con due ragazzini di quell'et, una donna non ha abbastanza tempo per... S? Dicevi qualcosa, Kossy?
Niente. Voglio dire... i ragazzi stanno bene, allora?
Stanno bene? Sembr perplesso, per un momento. Poi rise amabilmente. Oh, immagino che tu abbia visto quella notizia sul giornale, eh? Be', non era Janie. Non era la mia famiglia.
Capisco dissi. Sono contento di saperlo, Rags.
Non  strano, per? chiese in tono divertito. Uno desidera sempre un po' di pubblicit. Si d un gran da fare per averla, e non ne ottiene mai. Ma appena c' un qualche stupido equivoco, sai, qualcosa che non gli serve a niente, i giornali ne parlano subito.
S annuii. Va sempre cos.
Avevo pensato di fargli causa, disse ma poi mi sono detto perch diavolo? Dopotutto,  stato un errore spiegabile. Il nome, i nomi, erano gli stessi, capisci? E si sa che Janie ha una certa tendenza alla bottiglia.
Ero quasi convinto. In effetti, non sono del tutto sicuro di non esserlo stato. Probabilmente c'erano parecchi direttori di complessini musicali che si chiamavano McGuire: sarebbe stato facile confonderli l'uno con l'altro, soprattutto se la storia aveva dovuto esser scritta tutta in base a materiale d'archivio. E questo era il caso.
I ragazzi erano morti nello scontro e Janie, se era Janie, era sopravvissuta, ma era rimasta in coma per giorni.
Rags si era fatto lasciare davanti a un bar. Io continuai a guidare attraverso la citt, facendomi delle domande, meravigliandomi un po' e alzando mentalmente le spalle.
Non era un amico particolarmente intimo, anzi, non era neanche un amico. Era solo un tipo che mi era capitato di conoscere d'estate. Mi piaceva, come mi piace un mucchio di gente. Ma i suoi problemi non erano affari miei. Quelli di Luane Devore invece s, e occuparmi di lei sarebbe gi stata una rogna sufficiente per tutta la giornata.
Luane viveva in una casa di mattoni a due piani alla periferia di Manduwoc, dalla parte della campagna.
L'edificio si ergeva a una decina di metri dalla strada, in cima a un pendio alberato. Il vialetto d'accesso attraversava
una distesa d'erba d'un verde lussureggiante, accuratamente rasata. C'era un altro prato sul retro, che si estendeva a ventaglio fino al cancello e alla staccionata dipinta di bianco che lo separavano dal frutteto, dall'aia e dal pascolo.
Parcheggiai accanto alla porta carraia e diedi una rapida occhiata in giro.
Nel pascolo brucava una mucca di razza Jersey lustra e pasciuta. Nel cortile, parecchie dozzine di galline livornesi ruspavano e becchettavano industriosamente per terra. Una scrofa e mezza dozzina di maialini si aggiravano nel frutteto, stridendo e grugnendo soddisfatti mentre mangiavano i frutti caduti. Tutto era come me lo ricordavo dalla stagione prima. Su tutto aleggiava un'atmosfera di pace e soddisfazione, la testimonianza di cure affettuose, di un sereno compiacimento di tranquillit domestica.
Non  pi tanto facile trovarlo, questo tipo di compiacimento.
La gente  disposta a rinunciare a tutto pur di ottenere un lavoro mediocre. Tutti gli impiegati vogliono essere presidenti di compagnia. Tutti i commessi di negozio vogliono essere caporeparto. Tutte le cameriere e i camerieri vogliono essere qualsiasi dannatissima cosa tranne quello che sono. E te lo vengono a dire, quella massa di pigri, inetti insolenti, indifferenti individui. Non sanno far bene il loro lavoro, anzi, non lo fanno per niente. Ma, perdio, presto avranno qualcosa di meglio: il meglio! Lo avranno, in un modo o nell'altro, e nel frattempo il problema  solo quello di fare il meno  possibile e arraffare tutto quello che si trova.
Cos me ne stavo sull'ingresso guardandomi attorno e sentendomi meglio man mano che guardavo e poi, da una finestra del piano di sopra, mi arriv petulante la voce di Luane Devore.
Kossy? Kossy! Cosa stai facendo l gi?
Vengo subito dissi. La porta  aperta?
Certo che  aperta.  sempre aperta, lo sai. Come farei a...
Basta cos la interruppi. Risparmia il fiato. Vengo subito. Entrai in casa dalla porta principale, attraversai un'anticamera con un pavimento tirato a lucido come uno specchio e cominciai a salire le scale. Anche le scale rilucevano della stessa perfezione e una volta che misi il piede fuori dal tappetino centrale sbandai pericolosamente.
Mi chiesi, forse per la millesima volta, dove Ralph Devore trovasse il tempo per tenere la casa e la propriet tanto in ordine. Perch faceva tutto lui, tutto il lavoro di casa e un centinaio di altre cose in aggiunta.
Luane non muoveva un dito da anni. Ed erano passati anni dall'ultima volta che aveva contribuito con un centesimo alle spese.
All'altezza del pianerottolo c'era una loro foto appesa al muro. Una di quelle fotografie ingrandite e ritoccate, in una cornice ovale dorata. Risaliva a ventidue anni prima, al tempo del loro matrimonio. Allora, Luane somigliava un po' a Theda Bara, se vi ricordate ancora le dive del muto, e Ralph ricordava quel tipo spagnolo, Ramon Navarro.
Adesso Ralph era ancora bello come prima, ma lei no.
Luane aveva sessantadue anni; lui quaranta.
La sua camera da letto occupava tutto il lato interno della casa, dalla parte della citt. Attraverso la finestra panoramica, lei poteva controllare praticamente tutto quello che succedeva a Manduwoc. E a giudicare dai pettegolezzi che avevo sentito (e che risalivano tutti a lei) non vedeva soltanto tutto quanto succedeva, ma anche un mucchio di cose che non succedevano affatto.
La porta era aperta. Entrai e mi sedetti, cercando di non contrarre il naso di fronte a quell'odore di sudore e cibo inaciditi, di alcool da frizioni, di talco e disinfettante.
In quella stanza Ralph non poteva far nulla: Luane non la lasciava da Dio sa quando ed era cos piena di roba che a malapena ci si poteva muovere.
Da una parte c'era un enorme apparecchio televisivo; dall'altra una radio altrettanto massiccia; accanto ad essa un elaborato giradischi ad alta fedelt. Il tutto era controllato da un pannello di comandi a distanza su un tavolino accanto al letto. Il letto era quasi completamente circondato da altri tavolini e da panche su cui erano variamente disposti riviste, libri, pacchetti di caramelle, sigarette, caraffe, un tostapane, una caffettiera e uno scaldavivande elettrici, scatole e scatolette di cibo. Cos attrezzata, con tutto l'immaginabile a portata di mano, Luane era autosufficiente nelle lunghe ore in cui Ralph
era via. Quanto a questo, lo sarebbe stata comunque.
Non c'era assolutamente nulla in lei che non andasse. Lo aveva detto il dottore locale e lo aveva detto anche un medico illustre che una volta avevo fatto venire dalla citt. Il medico locale l'aveva sottoposta a una terapia, perch lei insisteva nel voler essere curata. Ma non aveva nulla che non funzionasse: nulla se non l'autocompatimento e l'egoismo, l'avidit e la paura, il bisogno ossessivo di tenere gli altri al guinzaglio del suo letto d'invalida.
Mi sedetti vicino alla finestra e accesi un sigaro. Lei fiut l'aria con espressione disgustata e io le soffiai il fumo in faccia. Benissimo dissi. Procediamo. Qual  il problema?
La sua bocca si stava muovendo. Prese un fazzoletto grigiastro da dietro il cuscino e si soffi il naso. ... ... Ralph, Kossy. Ha deciso di uccidermi!
Davvero? esclamai. E che c' di male?
Davvero, Kossy. So che non ci credi, ma  vero.
Magnifico. Digli che se gli serve aiuto non ha che da farmi un colpo di telefono.
Mi guard con aria disperata, mentre grosse lacrime le riempivano gli occhi. Io sogghignai e le strizzai l'occhio.
Vedi? le dissi. Tu mi dici delle stupidaggini e io ti rispondo con delle stupidaggini. E dove diavolo pensi che ci porter tutto questo?
Ma non sono... voglio dire,  vero, Kossy! Perch dovrei dirtelo se non fosse vero?
Perch tu vuoi essere al centro dell'attenzione. Vuoi qualcosa di eccitante. E non riesci a fare come le altre persone.
Non volevo essere duro con lei, ma ne aveva bisogno, aveva bisogno di qualcuno che la riportasse sulla terra.
E poi, lo ammetto, non riuscivo a farne a meno;  raro che mi lasci andare: posso comportarmi come se avessi perso il controllo, ma in realt mi capita molto di rado. Ma questa volta non recitavo. Come diavolo puoi dire una cosa del genere? le chiesi. Non hai gi fatto abbastanza male a quel povero cristo? Lo hai sposato quando aveva diciotto anni. Hai convinto suo padre a fartelo sposare.
Non  vero! Non...
Al diavolo, se non  vero! Il vecchio era ignorante: pensava di fare la cosa giusta per suo figlio. Di sistemarlo in modo di fargli avere una buona educazione e fargli combinare qualcosa. Ma come  andata a finire? Perch... Ho dato a Ralph una casa! Tutti i vantaggi! Non  colpa mia se...
Non gli hai dato proprio niente le dissi. Ralph si  guadagnato tutto quello che ha, e ha anche contribuito al tuo mantenimento. E continua a lavorare, da dieci a ventiquattr'ore al giorno. Oh, certo, tu hai buttato via un bel po' di denaro. Hai mandato al diavolo tutta la dannata propriet, se  per questo. Ma  servito tutto per Luane Devore, e al diavolo Ralph.
Pianse ancora un po'. Poi mise su il broncio. Poi fece la scena della dignit offesa. Aveva creduto, disse, che Ralph fosse piuttosto soddisfatto del modo con cui era stato trattato. Lui l'aveva sposata perch l'amava. Era stato lui che non aveva voluto andare a studiare. Non era mai tanto felice come quando aveva da lavorare. Per cui, viste le circostanze...
La sua voce s'affievol, e un'espressione sconvolta e imbarazzata le si diffuse sul volto flaccido e impastato di talco. Io annuii lentamente.
Chiudiamola qui, eh? Lo hai gi detto tu, in pratica.
Be' esit. Forse esagero, mi arrovello un po' troppo. Ma...
Lasciamo andare. Chiudiamola qui, una volta per tutte. Che ragione avrebbe Ralph per ucciderti? Questa casa... tutto quello che resta della propriet? In pratica  gi sua e legalmente lo sar alla tua morte. Dopo tutti gli anni che ha lavorato come uno schiavo per migliorare la propriet, non puoi lasciarla a un altro. O meglio, potresti ma non reggerebbe in tribunale. Io... s?
N... niente. Esit ancora. Sono quasi sicura che non lo farebbe per lei. Dopotutto, la conosce solo da un paio di giorni.
Chi? chiesi.
Una ragazza del padiglione. La cantante che  con l'orchestrina quest'anno. Mi hanno detto che Ralph le ha girato un bel po' attorno, ma, naturalmente...
E a chi non gira attorno, quando ha solo una possibilit?
 un modo di far qualche soldo, per lui.
Ammise che le cose stavano proprio cos. La maggior parte della clientela che Ralph rimorchiava era costituita da donne, forse perch le donne avevano la tendenza a camminare meno degli uomini.
In ogni caso, aggiunse pensosamente se fosse solo un'altra donna, be', non potrebbe essere lei la causa, vero? Non avrebbe che da andarsene con lei. Potrebbe ottenere il divorzio. Non avrebbe bisogno di... di...
Naturalmente no dissi. E non vuole farlo, non ne ha la minima intenzione. E, comunque, come mai ti  saltato in testa che volesse farlo? Ha detto o ha fatto qualcosa di strano?
Scosse il capo. Le era sembrato che si comportasse in modo un po' strano e poi aveva sentito i pettegolezzi sulla ragazza. E poi era stata cos male, negli ultimi tempi, con lo stomaco sottosopra, senza riuscire a dormire e...
Squill il telefono. Luane smise di elencare tutti i suoi mali e alz la cornetta. Non parl a lungo, non quanto avrebbe ovviamente voluto e si limit a poche frasi ambigue.
Comunque, con quello che avevo sentito in citt, ero perfettamente in grado di seguire il senso della conversazione.
Riattacc. Senza guardarmi negli occhi, mi ringrazi per essere venuto a trovarla. Mi spiace di averti disturbato, Kossy. Sono cos preoccupata, sai, e se appena mi agito un po'...
Ma adesso  tutto a posto, no? Tu sai che Ralph non ha nessuna intenzione di ucciderti, che non l'ha mai avuta e non l'avr mai?
S, Kossy. E non posso dirti quanto ti...
Non provarci la interruppi. Non mi dire niente. Non devi chiamarmi. Non sono pi il tuo avvocato. Hai davvero esagerato, questa volta.
Perch... perch, Kossy? Si port una mano alla bocca. Non sarai arrabbiato con me solo perch...
Tu mi disgusti dissi. Mi fai vomitare.
Ma perch? Che cosa ho fatto? Abbass pietosamente il labbro inferiore. Sto qui a letto tutto il santo giorno, senza niente da fare, senza nessuno con cui parlare... una vecchia sola e malata...
Cap che non avrebbe funzionato, che nulla avrebbe potuto rimettere le cose a posto tra noi due. Gli occhi le brillarono di un'improvvisa luce velenosa, e i suoi piagnistei si trasformarono in un ringhio malvagio.
Va bene, vattene! Vattene e non farti pi vedere. Buona fortuna, piccolo avvocatuccio dal naso a becco!
Ti dar un consiglio, prima dissi. Faresti meglio a smettere di dire tutte queste dannate bugie sulla gente, prima che sia qualcuno a farti smettere. In via definitiva, se capisci cosa voglio dire.
Che ci provino! grid. Voglio proprio vedere chi ci prover! Gliela far vedere, molto pi che adesso!
Me ne andai. I suoi strilli mi seguirono mentre scendevo le scale e uscivo dalla casa.
Tornai al villino e raccontai a Rosa della mia visita. Mi ascolt rabbrividendo.
Ma, caro... sei sicuro di aver fatto bene? Se  arrivata al punto che qualcuno la vuole uccidere...
Nessuno la vuole uccidere, maledizione! Ho solo cercato di spaventarla un po'. Se qualcuno avesse voluto ucciderla, non avrebbe aspettato fino a ora.
Ma lei non si  mai spinta tanto in l, vero? Rosa scosse il capo. Vorrei che tu non l'avessi fatto. Non... non arrabbiarti, caro, ma non  da te. Lei ha bisogno di te e se qualcuno ha bisogno di te...
Mi sorrise con una specie di nervosa fermezza.
Cominciavano a irrigidirmisi le corde vocali. Le dissi che Luane Devore aveva bisogno di una cella imbottita. Aveva bisogno di essere presa a calci. Aveva bisogno di uno psichiatra, non di un avvocato.
Che diavolo! sbottai. Non ho diritto anch'io a una vacanza? Devo passare tutta la dannatissima estate a dar retta a una maniaca dalla lingua velenosa? Non ci penso nemmeno. E pensavo che tu saresti stata d'accordo. Prima fai un pandemonio perch vado da lei, poi ne fai un altro perch non ci vado pi.
Ho solo parlato tanto per parlare rispose, alzando le spalle. Sono una donna. Ci non significa che voglia dirigere i tuoi affari.
Saltai in piedi e cominciai a ballarle attorno. Gonfiai le guance, stralunai gli occhi e agitai le mani. Questa sei tu: la signora Picchiatelli. Visto che sai tutto, perch non fai tu l'avvocato?
Il grand'uomo ironizz Rosa. Ascoltate il grande avvocato che parla a sua moglie... Scusami, caro. Fa' quello che pensi sia giusto.
Scusami anche tu dissi. Suppongo che sia perch invecchio. Le cose mi danno ai nervi pi di una volta. Suppongo che...
Quello che supponevo era di essere stato un po' impulsivo con Luane Devore.
Non lasciarti influenzare da me mi consigli Rosa.
Non fare una cosa solo perch pensi che io vorrei che la facessi. In questo modo si combinano solo guai.
...
.
...
2. Ralph Devore.
...
.
...
Il giorno in cui ho pensato per la prima volta d'uccidere
Luane era il primo della stagione. Era anche il giorno
in cui apriva il padiglione dove si balla e quello in cui
conobbi Danny Lee, che cantava con il complesso di
Rags McGuire. Era una cantante, una cantante donna,
anche se si chiamava Danny. Sono tante le cantanti donna
che hanno un nome da uomo. Prendete Janie, per
esempio, la moglie di Rags, che cantava sempre con loro
finch non ha avuto quel brutto incidente, be', voglio
dire fino a quest'anno, perch in realt non c' stato nessun
incidente, dice Rags. Era un'altra famiglia, con lo
stesso nome, e lei adesso  a casa a badare ai ragazzi che
non sono affatto morti, dopotutto. Bene, Janie cantava
sempre con il nome di Jan McGuire. Non so perch queste
ragazze facciano cos, perch tutti sanno lo stesso che
sono ragazze, almeno appena le vedono. E con Janie non
si aveva neanche bisogno di vederla, per saperlo: lo si
sentiva, in un certo senso. Bastava essere nello stesso edificio
in cui c'era lei, magari con gli occhi chiusi, e si sapeva
che Janie era l. E non era per via della sua voce, perch
lei in realt aveva una voce piuttosto maschile. Era
quella che chiamano un contralto, o meglio, quella che
avrebbero chiamato un contralto se non fosse stata una
cantante di musica leggera, perch sembra che non classifichino
i cantanti e le cantanti di musica leggera come
fanno con gli altri. Rags scherzava quando me l'ha detto,
scherzava sempre, lui, ma una volta mi ha detto che
Janie era l'unica cantante in tutto il paese che non avesse
una voce da soprano leggero o, al massimo, da soprano
lirico. Non sapeva da dove diavolo fossero saltate
fuori tutte, perch di veri soprano leggeri non se ne trovano,
in media, pi di uno ogni dieci anni. Be', comunque
non pu dirlo pi, adesso, voglio dire non pu pi
dire che Janie  l'unica che ha una voce da soprano leggero,
perch anche Danny Lee lo . Ha lo stesso tipo di
voce che aveva Janie, be', solo un po' differente, e somiglia
anche parecchio a Janie, solo che a Rags dispiace se
lo si dice per cui non l'ho mai detto, tranne una volta.
Rags  tremendamente buffo, in un certo senso. Simpatico,
capite, ma buffo. Vedete, io, quando si rimane affascinati
da una persona, quando si pensa sempre a lei, credo
che bisognerebbe farlo capire. Voglio dire,  quello
che farei io, se quella persona piacesse a me. Non potrei
fare nient'altro, io, e non potrei dire o pensare o fare nulla
che possa farle del male. Ma un mucchio di gente  diversa
e Rags  uno di loro. Prendete Janie. Io so che pensava
tutto il bene possibile di Janie, eppure se la
prendeva sempre con lei. La accusava sempre di qualcosa
di brutto. Lei non poteva neanche guardare uno negli
occhi, essere solo gentile, senza che lui dicesse che gli
correva dietro o qualcosa del genere. E non era affatto cos.
Non si poteva trovare una ragazza pi brava di Janie
in un mese di tutte domeniche. S, beveva un po', immagino.
Negli ultimi anni beveva davvero un po' tanto.
Ma... be', lasciamo perdere.
Ora, stavo dicendo che l'idea di uccidere Luane mi 
venuta il primo giorno della stagione. Ma non  andata
proprio cos, veramente. In realt, allora non avevo pensato
esattamente di ucciderla. Quello a cui avevo cominciato
a pensare era come sarebbero andate le cose se lei
non ci fosse stata. Non che volessi proprio che non ci fosse,
che fosse morta, cio, ma insomma, be', voi mi capite.
Avevo cominciato a chiedermi come sarebbero andate
le cose se lei lo fosse stata e dopo un po' avevo quasi
cominciato a desiderare che lo fosse. E alla fine mi ero
messo a pensare ai vari modi in cui avrebbe potuto esserlo.
Perch se non lo fosse stata, morta, voglio dire,
non sapevo proprio cosa avrei potuto fare io. E mettetevi
pure al mio posto: non lo avreste saputo neanche voi.
Di solito, in inverno almeno, sto a letto fino alle cinque
e mezzo-sei del mattino. Ma quel giorno era il primo della
stagione e cos mi ero alzato alle quattro. Mi ero vestito
al buio ed ero uscito che c'erano ancora le stelle. Mi ero
messo a fare i lavori di casa quasi canterellando tra me e
me, sentendomi un po' come un ragazzino la mattina di
Natale. Vi dir, ero proprio contento. Era buio e l'aria era
fredda, a quell'ora, ma tutto mi sembrava bello lo stesso.
Sentivo una sensazione di piacevole calore, dentro. Era
come se fossi stato chiuso in una cantina e finalmente
fossi riuscito a venirne fuori. E in un certo senso era proprio
cos. Quell'inverno era stato molto duro. Prendete il
posto che avevo al tribunale, da fuochista alle caldaie: era
un lavoro mio da sempre, un'ora al mattino e una alla sera
e un'ora la domenica mattina, ma lo scorso inverno
l'avevo perso, cos, di colpo. Ero andato a parlare con il
responsabile dell'amministrazione della contea e lui mi
aveva mandato dal procuratore, e il senso della faccenda,
secondo il procuratore, era che gli amministratori potevano
essere ritenuti personalmente responsabili per
ogni spesa inutile o superflua, per cui avevano deciso di
installare delle caldaie automatiche e questo era tutto.
Avevo cercato di discutere, ma non era servito a niente.
Non era servito a niente nemmeno quando avevo parlato
con il presidente del consiglio scolastico, il dottor
Ashton: il mio vecchio lavoro sarebbe stato diviso tra alcuni
degli studenti che svolgevano le attivit pratiche.
Non avrebbero pi avuto bisogno di me. E poi Doc mi
aveva lanciato una di quelle sue occhiate fredde e severe,
proprio come il procuratore.
Questa era la situazione. Centocinquanta dollari al
mese svaniti, in malora. Praticamente tutti i miei introiti
invernali, tranne quel po' di legna che riuscivo a tagliare
e robetta del genere. Be', certo, avevo sempre tenuto un
orto piuttosto grande, e avevo messo in conserva un bel
po' di roba. E ovviamente c'erano i maiali e avevamo le
nostre uova e il latte e cos via. E, naturalmente, avevo
qualche soldo da parte. Ma, sapete, non si pu contare di
andare avanti a questo modo: voglio dire, non si pu vivere
sempre alla giornata. Si comincia cos, e cosa succede
se le cose a un certo punto si mettono male? Se viene
un giorno di pioggia e l'acqua, invece che alla gola ce la
si trova all'altezza del naso? I soldi se ne vanno piuttosto
in fretta quando non ne entrano altri. Diciamo che se
spendi cinque dollari al giorno, be', in un anno sono quasi
duemila. E diciamo che hai quarant'anni, come li ho io,
e te ne restano almeno venticinque da vivere, se non
muori di fame prima... Vi assicuro che ero davvero preoccupato.
Lo sarebbe stato chiunque. Ma adesso era cominciata
la stagione e le mie preoccupazioni erano finite,
almeno credevo. Mi sarebbe bastato lavorare un po'
pi duro del solito, quanto bastava per compensare
quello che non guadagnavo pi durante l'inverno, e tutto
sarebbe andato bene. Voglio dire, pensavo che tutto
sarebbe andato bene.
Avevo finito i lavori. Stesi un telo impermeabile sui
sedili posteriori della Mercedes e caricai la falce e gli altri
attrezzi. Vi chiederete, probabilmente, come faceva
uno come me ad avere una Mercedes, con tutto quello
che costano. Il fatto  che costano soltanto quando le si
compra: provate a venderne una e vedrete che  tutta
un'altra storia. In effetti mi avevano fatto un paio di buone
offerte per la mia, quando me l'ero procurata, due
stagioni prima, ma le avevo rifiutate, perch ne aspettavo
una migliore. E poi, naturalmente, mi piaceva moltissimo
e avevo bisogno di un'auto con cui muovermi,
per portare in giro me, i miei attrezzi e le persone che rimorchiavo
durante la stagione. E cos, forse era sbagliato,
ma avevo pensato che, visto che non l'avevo pagata
niente, non venderla non fosse una vera perdita e, be',
insomma avevo finito con il tenerla.
Il precedente proprietario era uno scrittore, uno che
scriveva per il cinema, che veniva qui per la stagione.
Aveva cominciato ad avere dei guai con il motore, dopo
che io ero stato a lavorare da lui, e me l'aveva data da aggiustare:
per un po' andava piuttosto bene, poi si metteva
di nuovo a fare i capricci. Lui aveva finito con
l'arrabbiarsi, con la macchina, dico: una mattina si era infuriato
tanto che voleva farla a pezzi con un'ascia, e
l'avrebbe anche fatto, suppongo, se non l'avessi fermato
io. Bene, allora c'era un'agenzia estiva della Rolls ad
Atlantic Center, che  un posto abbastanza grosso, almeno
dieci volte Manduwoc, per cui avevo suggerito allo
scrittore che, visto che una macchina gli serviva e la Mercedes
non gli piaceva pi, potevamo andare l insieme a
vedere di combinare qualcosa.
Be', sapete come vanno le cose. Quei venditori di auto
possono mettere il prezzo che vogliono a qualsiasi
macchina. Quello l aveva detto allo scrittore che poteva
dargli seimila per la Mercedes (si era limitato ad alzare
di quella cifra il prezzo della Rolls) e quello ci era
stato. Poi il venditore mi aveva trasferito la propriet
della Mercedes. Ho trafficato un po' con il motore e da
allora non ho pi dovuto toccarla.
S, lo scrittore si era arrabbiato un po', quando aveva
scoperto che cos'era successo. Mi ha accusato di avere
deliberatamente rovinato la Mercedes e mi ha minacciato
di farmi arrestare, insieme con il venditore. Ma non
poteva provare niente. Voglio dire, uno che ha venticinquemila
o trentamila dollari da buttar via per una
macchina, non ha mai il diritto di lamentarsi troppo. E
se non riesce neanche a non farsi portare via una cosa
che costa cos, be', vuol dire che prima non aveva il diritto
di averla.
Quando ebbi finito di caricare la Mercedes, entrai in
casa e finii i lavori alla svelta. Non mi ci volle molto, perch
avevo sistemato tutto bene la sera prima. Feci colazione,
poi preparai un'altra colazione e la portai su a Luane.
Facemmo una chiacchierata davvero simpatica,
mentre mangiava. Quando ebbe finito, la lavai con una
spugna, facendole il solletico finch quasi non pianse dal
ridere. In effetti, un pochino pianse davvero, ma non come
fa certe volte. Era pi come se si facesse delle domande,
sapete, come quando uno sa che una cosa  vera, ma
non riesce a crederci proprio fino in fondo.
Tu mi vuoi bene, vero? mi chiese. Mi vuoi bene
davvero, no?
Be', certo risposi. Naturale. Non hai bisogno che
te lo dica.
Non hai mai avuto dei rimpianti? Desiderato che le
cose andassero diversamente?
Rimpianti di che? Che cosa avrei dovuto volere di
diverso?
Be'... Fece un gesto. Viaggiare. Vedere il mondo.
Fare qualcosa di pi che lavorare, mangiare e dormire.
Faccio un bel po' d'altre cose dissi. In ogni modo,
perch dovrei viaggiare, visto che ho tutto quello che mi
serve proprio qui?
Davvero, caro? Mi accarezz la guancia. Hai davvero
tutto quello che vuoi?
Annuii. Forse tutto quello che volevo non l'avevo proprio
esattamente in casa, con lei sempre l da anni. Ma
facendo il lavoro che faccio, non dovevo davvero cercare
troppo. Il pi delle volte bastava che girassi l'angolo
della via.
Bene. Comunque, le preparai tutto quello di cui poteva
aver bisogno per la giornata e poi uscii. Mi sentivo
bene, come ho detto. Andai fino alla casa di J. B. Brockton,
e cominciai a lavorare al prato. E in soli cinque minuti,
il tempo per lui di uscire di casa, tutto il mio star
bene se ne and di volata e capii che i guai di prima erano
niente in confronto a quelli che mi aspettavano.
Mi spiace, Ralph disse, dando come dei calcetti all'erba
con la punta della scarpa. Ho cercato in tutti i modi
di avvertirti ieri, ma il telefono era sempre occupato.
Scossi il capo. Non riuscii a pensare a cosa dire per un
minuto. Non era come con alcuni di quelli che vengono
per l'estate, per cui avevo lavorato delle volte, gente che
si limita a darti degli ordini uno dopo l'altro come se tu
non capissi niente e magari scherza su di te, sugli "indigeni",
con i suoi amici. Lui era pi come un amico, capite,
mi era davvero simpatico, e anche lui si era dato da
fare per dimostrare che gli ero simpatico. Per esempio, la
stagione scorsa mi aveva regalato due vestiti. Aveva detto
che erano vestiti da duecentocinquanta dollari e, naturalmente,
forse esagerava un po', perch come potrebbe
un vestito di stoffa costare duecentocinquanta dollari,
ma anche se ne fossero costati solo settantacinque, sarebbe
stato comunque un gran bel regalo. Non una cosa che
si d a uno se non se ne pensa un gran bene.
Signor Brockton dissi. E per un minuto non riuscii
a dire altro. Signor Brockton, qual  il problema?
Be', ti dir, Ralph rispose, senza guardarmi in faccia
e continuando a dare calcetti all'erba. Il figlio del
dottor Ashton me l'ha chiesto per lettera una settimana
fa, pi o meno, e ho deciso di dare il lavoro a lui.
Bene. Avreste potuto buttarmi a terra con una goccia
di rugiada.
Non sapevo se ridere o piangere.
Bobbie Ashton? chiesi. Perch... perch Bobbie dovrebbe
voler lavorare in giardino? Probabilmente voleva
scherzare, signor Brockton! Anche lo stesso dottor
Ashton, vede, assume sempre un giardiniere, e cos perch
Bobbie dovrebbe...
L'ho gi assunto disse Brockton. E tutto stabilito.
Mi spiace, Ralph. Esit un secondo, poi aggiunse:
Penso che il dottor Ashton sia una brava persona e che
Bob sia un ragazzo simpatico.
Anch'io dissi. Non mi ha mai sentito dire niente
di diverso, signor Brockton.
Mi sono proprio simpatici continu. E io vengo
qui per riposarmi, per divertirmi. E non mi piace, non
mi piace affatto, Ralph, lasciarmi coinvolgere nelle beghe
tra i residenti.
Sapevo qual era il problema, adesso. E sapevo che
non avevo modo di risolverlo. Tutto quello che potevo
fare era andare da qualche altra parte pi in fretta possibile.
Per cui... per cui feci lo sforzo di sorridere. Dissi
che capivo il suo punto di vista e che non doveva preoccuparsi
per me. Poi ricominciai a caricare gli attrezzi sulla
Mercedes.
Ralph mi chiam lui aspetta un minuto.
S, signore? risposi, voltandomi verso lui.
Potrei farti avere un lavoro alla mia ditta. In una delle
nostre fabbriche. Qualcosa che tu saresti in grado di
fare e che ti renderebbe piuttosto bene.
Oh! Vuol dire a New York, signor Brockton?
O nel New Jersey, a Newark. Penso che ti piacerebbe,
Ralph. Penso che per te sarebbe la cosa migliore.
S, signore annuii. Immagino che lei abbia ragione,
signor Brockton, e certamente io apprezzo la sua offerta.
Ma credo che non accetter.
Credi che non... disse. Perch?
Be', penso... penso semplicemente che non funzionerebbe.
Vede, io non ho mai vissuto che qui. Non sono
mai andato pi in l di Atlantic Center, e anche l solo
per un paio d'ore. E anche quella volta, andare cos lontano
mi ha sconvolto al punto che mi ci sono voluti due
o tre giorni per calmarmi.
Oh, dai alz le spalle. Ti ci abituerai.
Credo di no dissi. Voglio dire, non posso proprio,
signor Brockton.  come qui se io avessi le mie radici,
come se fossi uno di quei... di questi cespugli. Lei provi
a portarmi da qualche altra parte e...
Oh, ma non ci provo affatto. Lungi da me costringere
uno a far qualcosa contro la sua volont.
Fece un cenno col capo, con l'aria un po' stizzita, e si
diresse verso casa. Io me ne andai. Sapevo che probabilmente
aveva ragione lui. Anch'io, per certi versi, avrei
voluto potermene andare da Manduwoc, almeno per
certi versi, capite. E prima della fine della giornata, lo
avrei desiderato davvero, e non solo in un certo senso.
Ma non potevo assolutamente farlo.
Luane non sarebbe mai venuta via. E anche se avesse
voluto, a che cosa sarebbe servito? In qualsiasi posto fossimo
andati a vivere, la gente avrebbe parlato e riso di
noi proprio come tutti facevano qui. Be', non proprio nello stesso modo, suppongo, perch degli estranei non
avrebbero saputo di mio padre. Cos non avrebbero potuto
dire che pap e Luane... be', che io ero suo figlio, pi
che suo marito. O suo figlio e contemporaneamente suo
marito. Ma comunque sarebbe stata dura. E Luane
avrebbe cominciato a ribattere colpo su colpo due volte
pi forte, come aveva imparato a fare qui. Probabilmente
lo avrebbe fatto anche se gli altri avessero avuto
la cortesia e il buon senso di tenere la bocca chiusa. Lo faceva
da tanto tempo che non poteva pi comportarsi in
un altro modo.
Mi dispiaceva davvero per Luane. Aveva rinunciato
a un mucchio di cose, per me. Era una signora e veniva
da una famiglia antica e orgogliosa. Andava regolarmente
in chiesa e si dedicava alle opere di carit. E poi,
solo perch aveva voluto qualcuno da amare prima di
essere troppo vecchia per farlo, be', le erano toccate tutte
quelle cattiverie. Cose che facevano avvizzire la parte
migliore di te, che davano spazio a qualcosa del tutto
diverso. A me non importava molto: suppongo di non
aver avuto abbastanza sensibilit perch me ne importasse,
e naturalmente non avevo avuto niente da perdere,
fin dall'inizio. Ma per Luane era stato abbastanza
terribile. Lei non lo aveva fatto capire per parecchio tempo,
se non a me forse, un poco: era troppo orgogliosa.
Ma il male era dentro di lei, e scavava e rodeva e alla fine
era venuto fuori. E le cose erano diventate davvero
brutte. E si facevano sempre peggiori man mano che lei
invecchiava.
Certo che avrei voluto che Luane venisse via con me.
Immaginavo che me la sarei potuta cavare piuttosto bene,
con lei. Con una come lei, capite, una che sapeva come
comportarsi nelle varie occasioni e poteva suggerirti
che cosa fare, una che ti voleva davvero bene e a cui
tu potevi parlare e...
Be', non credo di aver pensato subito a tutte queste
cose nel giardino del signor Brockton. Voglio dire, era
una situazione davvero sgradevole e non mi sentivo in
grado di sopportare nient'altro e non potevo certamente
ammettere che sarebbe stato sempre lo stesso, dovunque
fossi andato. Perch che cosa avrei potuto fare, se
fosse stato davvero cos? Come avrei potuto vivere? Cosa
avrei fatto, se non avessi pi potuto vivere qui e non
fossi potuto andare da nessun'altra parte?
Potete capire quanto fossi sconvolto. Cos spaventato,
in effetti, da non potere affrontare la verit nemmeno
mentre ci stavo sbattendo il naso contro.
Comunque, feci il giro di tutte le altre ville. Le passai
tutte, ricevendo dapprima in risposta una serie di 'no',
poi discutendo e infine supplicando. E naturalmente
era ovunque la stessa storia. Sprecavo solo il mio tempo
e il mio fiato. Gli dispiaceva, certo; quasi tutti mi dissero
che gli dispiaceva. Ma Bobbie Ashton aveva chiesto il
lavoro e il dottor Ashton era un uomo importante, era
anche il loro medico, nella maggior parte dei casi, e Bobbie
avrebbe avuto il lavoro.
Dopo aver provato nell'ultimo posto in cui potevo
sperare di finire, era mezzogiorno. Andai in macchina
fino alla spiaggia e mangiai la colazione che m'ero preparato
quella mattina. La inghiottii, senza sentirne nemmeno
il sapore.
Venticinque anni, pensavo. Venticinque anni: anzi,
no, un uomo come me avrebbe potuto vivere ancora pi
a lungo. Trentacinque, quaranta, probabilmente. Magari
persino cinquanta o sessanta. Cinquanta o sessant'anni
di sole uscite, senza nessuna entrata.
S, c'era un po' di lavoro in citt, per i residenti, capite.
Ma non ne valeva la pena: si trattava solo di cinquanta
centesimi qua e un dollaro l. E comunque se li erano
gi accaparrati tutti i ragazzini.
Mi chiesi se sarebbe servito a qualcosa parlare a Bobbie,
ma smisi subito. Evidentemente aveva deciso di cacciarmi
dalla citt, di arrivare a Luane attraverso di me.
Il dottor Ashton si era stabilito qui poco meno di diciassette
anni prima. Sua moglie era morta di parto, per
cui aveva questa balia nera, la donna che lavora ancora
per loro come governante. Doc era molto giovane, allora.
Anche la donna era giovane (di fatto non sembra vecchia
neanche adesso) e piuttosto bella, anche.
Bene, Bobbie era malato quando sono venuti qui, una
colica, o qualcosa d'altro. E non aveva fatto nemmeno in
tempo a guarire da quella, che si era preso un'altra malattia.
Qualsiasi malattia di cui si fosse sentito parlare,
be', Bobbie se l'era fatta. Una dopo l'altra, di fila. Anno
dopo anno. Non poteva giocare con gli altri bambini,
non poteva andare a scuola: per dodici anni, in pratica,
non era mai uscito di casa. Poi, alla fine (immagino che
avesse finito tutte le dannate malattie disponibili) non
ne aveva preso pi una. Aveva cominciato a crescere e a
ingrossarsi. Tutto di un colpo era diventato il ragazzo
pi sano e pi vivace, e pi bello, che si fosse mai visto.
E intelligente, anche. Non si poteva credere che un ragazzo
fosse cos intelligente e probabilmente non sarebbe
stato facile trovarne molti altri come lui.
Suppongo che in parte dipendesse da tutti quei libri
che leggeva quando non aveva nient'altro da fare. Ma
nell'intelligenza di Bobbie c'era qualcosa di pi di quello che si pu trovare leggendo dei libri. Sembrava che
fosse nato con una testa che funzionava, una testa in
grado di rispondere a qualsiasi domanda. Poteva fare
una cosa senza che nessuno gli dicesse come farla, senza
leggerlo, e persino senza averne mai sentito parlare.
E non solo le lezioni ma, capite, tutto.
Aveva fatto otto classi di scuola primaria in un anno.
Aveva finito il liceo in un anno e mezzo. O almeno, lo
avrebbe finito, se non l'avessero espulso l'ultimo semestre.
Ora sembrava non avesse l'intenzione di andare all'universit:
non voleva studiare per diventare un dottore.
E cosa ne avrebbe detto il dottor Ashton, be', era
una cosa a cui preferivo non pensare.
Arrotolai il sacchetto della colazione e lo gettai in un
bidone della spazzatura. Poi bevvi un sorso d'acqua dalla
fontanella, salii in macchina e andai al padiglione.
Le grandi porte sul davanti erano spalancate. Entrai,
feci un giro attorno alla pedana del complesso e mi fermai
nel corridoio davanti all'ufficio di Pete Pavlov. Lui
era alla scrivania, chino su alcune carte. Mi diede un'occhiata,
sput del tabacco in una sputacchiera e si chin
di nuovo sulle sue scartoffie.
 uno di quegli uomini di corporatura massiccia, con
la faccia rotonda. Sulla cinquantina, direi. Portava dei
pantaloni color cachi con sia cintura che bretelle, e una
camicia blu da lavoro con una cravattina a farfalla nera.
Aveva i capelli con la scriminatura da un lato e un grumo
di sapone da barba su una tempia.
Aspettai. Cominciavo a essere un po' a disagio, anche
se ero praticamente sicuro che lui mi avrebbe dato da lavorare
per l'estate. Ogni volta che pu fare una cosa per
dare fastidio agli abitanti di Manduwoc, Pete Pavlov la
fa senza pensarci due volte. Voglio dire, farebbe davvero
di tutto per rompergli le scatole. E dare un lavoro a
me li avrebbe disturbati davvero.
Non aveva bisogno di preoccuparsi di cosa pensassero
di lui.
I suoi affari riguardavano tutti i villeggianti. Possedeva
la maggior parte delle villette in affitto e il padiglione
e due degli alberghi e, oh, probabilmente due terzi
degli stabilimenti balneari. Per cui, all'inferno Manduwoc,
era il suo punto di vista. La gente della citt non
aveva mai fatto niente per lui. In effetti, ce l'avevano un
po' con lui, erano come risentiti. Perch anche quando
tirava avanti lavorando a giornata, ripulendo le cisterne
o facendo qualsiasi altra cosa che gli riuscisse di fare, era
sempre stato indipendente. Lavorava bene, ma non ringraziava
per la paga che gli davano. Se uno lo chiamava
per nome, o soltanto Pavlov, rispondeva nello stesso
identico modo. Non importa chi fosse e quanti soldi
avesse.
Si raddrizz sulla scrivania e mi guard. Sorrisi, gli
dissi 'salve' e osservai che era una bella giornata. Poi aggiunsi:
Suppongo che farei meglio a mettermi al lavoro,
vero, Pete?
Aspett che dicessi qualcos'altro, ma non lo feci, perch
ero semplicemente troppo preoccupato. Sarebbero
stati pi o meno altri venticinque dollari alla settimana
ad andarsene. L'unica speranza che avevo ancora di guadagnare
qualcosa in estate.
Pete si dimen un po' sulla sedia, come per grattarsi
la schiena. Si appoggi all'indietro, si tolse qualcosa dal
naso, la tenne in mano e la guard. E poi sporse le labbra,
muovendole avanti e indietro, mentre mi fissava
dalla sua scrivania.
Bene, all'inferno esclam. Ti dir come stanno le
cose, Ralph. Per come vanno i miei maledetti affari, penso
che sar io a dovermi cercare un lavoro.
Non dissi niente. Immaginavo che le cose non gli andassero
come una volta, ma sapevo che se la cavava ancora
abbastanza bene. Aveva un mucchio di soldi, lui. Ci
sarebbero volute pi di due o tre stagioni morte per rovinarlo
davvero.
Perch mi guardi cos? chiese lui. Credi che sia un
maledetto bugiardo? Poi i suoi occhi ammiccarono e
batt una manata sulla scrivania e scoppi a ridere fragorosamente.
Be', se lo pensassi avresti ragione, perdio.
Vorrei che avessi visto la tua faccia. Sono riuscito
davvero a fartela, eh?
Oh no, davvero risposi. Sapevo che stavi solo
scherzando.
Sai com' fatta una scopa? Mi fece un segno, in direzione
della porta. Be', va' a vedere se ne trovi adatta
a te.
Uscii. Mi misi a lavorare nei gabinetti e dopo un po',
quando lui decise di tornare in centro, venne a vedermi.
Rest l in piedi parlando e scherzando per qualche minuto.
Mi chiese di Luane e disse di essere piuttosto offeso
perch lei non aveva raccontato nessuno sporco
pettegolezzo su di lui. Risi, un po' imbarazzato e dissi
che pensavo che la colpa fosse sua, non di Luane. Il che,
naturalmente, era assolutamente vero, perch come si fa
a buttare del fango su uno che ci sguazza gi fino al collo?
La gente si annoia, capite. Che senso ha raccontare
in giro che uno fa questo e quello, quando  lui che lo
sbandiera ai quattro venti?
Pete aveva famiglia, una moglie e una figlia, ma Luane
non poteva fare un granch neanche a loro. Non offrivano
una gran presa, capite. Erano scialbe e sbiadite.
Andavano in giro a capo chino e con le spalle incurvate,
come se fossero intenzionate a cambiare strada appena
uno gli rivolgeva la parola. Ma nessuno s'interessava a
loro. Non c'era niente di cui interessarsi. E se e quando ci
fosse stato qualcosa, be', penso che Luane ci avrebbe
pensato un po' su, prima di farci un pettegolezzo.
Vedete, anni fa, prima che io e Luane ci sposassimo,
suo padre aveva trattato Pete in un modo veramente
vergognoso. Gli aveva estorto un bel po' di soldi a furia
di chiacchiere e poi li aveva intestati a Luane, in modo
che lui non potesse fargli causa. Luane si  sempre sentita
un po' colpevole, in proposito. Ci avrebbe pensato
su, prima di fare qualcosa che potesse irritare Pete e la
sua famiglia.
Bene, disse Pete ho idea che questa sar una buona
stagione, nonostante tutto. La migliore dannata stagione
finora.
Lo penso anch'io risposi. Sono sicuro che hai proprio
ragione, Pete.
Se ne and. Io finii con i gabinetti e tornai al suo ufficio.
Misi una sedia sotto il condotto della ventilazione, tolsi
la grata e mi inerpicai su per il condotto. Vi strisciai lentamente,
schiacciandomi sullo stomaco, spazzando via
tutte le ragnatele, la polvere e gli insetti morti che incontravo.
Era cos caldo e soffocante che quasi non riuscivo
a respirare e continuavo ad ansimare e a picchiare la testa.
Ripassai tutti i cunicoli, il principale e i laterali, e sbucai
sul retro dell'edificio.
Saltai gi sul tetto del casotto del compressore. Misi
in funzione il grosso motore a quattro cavalli, strinsi la
cinghia della ventola e tornai nei gabinetti attraverso la
porta posteriore.
Mi guardai nello specchio e, accidenti, ero proprio un
disastro.
Sporcizia e ragnatele dalla testa ai piedi. Cominciai a
far scorrere l'acqua in uno dei lavabi e poi mi fermai, con
la mano a qualche centimetro di distanza, come paralizzato.
Restai cos per qualche secondo, ascoltando il piano
e Rags e lei. Poi mi girai verso la porta, prendendo
quasi automaticamente la mia scopa, e uscii nel salone.
Era piuttosto buio l, e c'era solo la luce schermata sul
pianoforte. Cos, per un secondo, pensai che fosse Janie
a cantare. Poi feci qualche passo verso il centro del locale
e vidi quasi subito che era un'altra ragazza. Aveva la
stessa voce di Janie e lo stesso tipo di capelli color zucchero
bruciato. Ma era un po' pi imponente. Non voglio
dire che era pi alta, o che probabilmente pesava
qualche chilo di pi, ma proprio che era pi imponente.
In certi punti, capite. Lo si notava subito, senza starci a
pensare. Perch faceva piuttosto caldo l dentro e Rags
era a torso nudo e lei aveva addosso soltanto un reggiseno
e un paio di pantaloncini molto corti.
A me sembrava che come cantante fosse bravissima,
ma capivo che Rags non era contento. Lo capivo perch
le faceva fare Polvere di stelle e la faceva provare prima,
mentre una volta mi aveva detto che nessuna vera cantante
aveva bisogno di farlo. " l'unica che non possono
incasinare del tutto, capisci?" mi aveva detto una volta.
"Possono riuscirci con tutte le altre, ma non con Polvere
di stelle, uh uh."
Improvvisamente, Rags diede una manata alla tastiera,
facendo un gran baccano. Lei smise di cantare e si
volt verso di lui, con la faccia tesa e imbronciata.
Benissimo disse Rags. Hai vinto, piccola. Mander
a chiamare Liberace. Io sono troppo vecchio per fare
le corse.
Mi dispiace mormor lei, con tono affatto dispiaciuto.
Lascia perdere questa storia del 'mi dispiace'. Tu ti
chiami Lee, vero? Danny Lee,  giusto?
Lo sai benissimo che mi chiamo cos disse lei.
Te lo sto chiedendo ribatt lui. Non ti chiami Carmichael,
o Porter o Mercer, vero? Questa musica non l'hai
scritta tu, vero? Non hai il diritto di incasinarla cos,
vero? S,  vero, hai ragione, non lo hai, dannazione! 
musica loro, l'hanno scritta loro cos, e il modo in cui l'hanno
scritta  il modo in cui deve essere suonata. Per cui,
piantala con gli abbellimenti. Lascia perdere quell'accelerando.
Prendila cos com' e non ti muovere da l!
Poi prese la sigaretta dal piano, se la cacci in un angolo
della bocca e abbass di colpo le mani sui tasti.
Sembrava che volesse dare un pugno, ai tasti voglio dire.
Ma non si sent il rumore confuso di prima, ogni nota
se ne venne da sola, chiara e limpida, morbida ma
precisa. Cos dolce e cos semplice e cos spedita.
Danny Lee respir a fondo. Trattenne il fiato e il reggiseno
si gonfi e si tese tutto. Per un po' accompagn la
musica accennando con la testa e picchiettando il pavimento
con la punta della scarpa. Stette un po' ad ascoltare,
poi apr la bocca e il fiato usc con le parole di Polvere
di stelle. Parole morbide, roche: le faceva uscire dal
profondo, proprio da dentro. Le faceva librare nell'aria
con quella sua dolcezza roca, calde e dolci come il posto
da dove venivano.
Io guardavo Rags. Teneva gli occhi chiusi e aveva le
labbra atteggiate a un sorriso. Poi spostai gli occhi sulla
ragazza ed ebbi come un brivido.
Era parecchio agitata. E se c'era una cosa che dava sui
nervi a Rags McGuire era appunto questa. Lui diceva
che era volgare. Che le cantanti che lo facevano erano
solo delle acrobate.
Rags apr gli occhi. Il suo sorriso svan, tolse le mani
dalla tastiera e se le mise in grembo. Non imprec e non
grid. Per un minuto sembr che si fosse immobilizzato:
il silenzio era cos spesso che lo si sarebbe potuto tagliare
con il coltello. Poi le fece segno di avvicinarsi al
piano. Lei esit, poi si mosse, come trascinando i piedi,
imbronciata, con la faccia tesa e un'aria guardinga.
E allora Rags le diede uno schiaffo, forte. Era davvero
arrabbiato.
Lei torn al suo posto. Rags rimise le mani sulla tastiera
e lei ricominci a cantare. Mi avvicinai. Rags mi
fece un cenno. Restai in piedi l vicino, bevendomi la sua
voce, bevendomi lei.
Danny fin la canzone. Senza pensare che cosa ne
avrebbe detto Rags, come se mi stessi intromettendo,
capite, io cominciai ad applaudire. Era stato cos bello:
dovevo farlo.
Gli occhi di Rags si ridussero a una fessura. Poi sogghign
e fece un gesto verso di me. Okay, bambina, basta
cos disse. Hai superato la prova qualit.
Penso che lo intendesse come una specie di insulto.
Per lei, certo, perch io e lui siamo buoni amici e scherziamo
sempre tra noi. In ogni caso, lei mi guard... e, accidenti,
m'ero dimenticato in che stato ero. E poi lei gir
su s stessa, si chin e mi punt contro il sedere. Come agitandomelo sotto gli occhi.
Rags usc in una specie di urlo. Url ridendo, battendo
i pugni sul coperchio del piano. Fece tanto chiasso da rendere
impossibile sentire cosa stesse strillando lei, anche se
suppongo che fossero perlopi delle imprecazioni.
Rags stava ancora ridendo e battendo i pugni quando
la ragazza scese dalla pedana, dirigendosi in fretta verso lo spogliatoio.
Io sogghignai, o provai a sogghignare. Mi sentivo un po' ridicolo, naturalmente, ma tutt'altro che stupido.
...
.
...
3. Rags McGuire.
...
.
...
L'ho vista per la prima volta circa quattro mesi fa. Era
in un locale a Fort Worth, un posto fuori mano, sulla Settima
Ovest. Non ero uscito per cercare una come lei, n
qualsiasi altra cosa: m'ero semplicemente messo a camminare
e quando di camminare proprio non ne potevo
pi, m'ero trovato l, sulla porta. Per cui ero entrato.
Sul davanti c'era un piccolo bar. Sul retro, una specie
di cortile all'aperto, con parecchi tavolini e una quantit
di gente che beveva birra. Mi ero seduto e avevo ordinato un boccale grande.
La cameriera venne a portarmi la birra. Subito dopo
di lei arriv un'altra donna, che si sedette senza che la invitassi.
Era un cosino grazioso, con un'aria un po' malinconica,
non che se avesse avuto un'aria diversa mi sarebbe
importato qualcosa. Comunque le diedi un paio di
dollari e le dissi 'no, grazie'. Se ne and e il complessino
sul palco, sax, piano e batteria, ricominci a suonare.
Non erano un granch, naturalmente, ma facevano del dixieland.
Suonavano la musica e questo  gi qualcosa. Suonavano,
o almeno ci provavano, e di questi tempi  davvero qualcosa.
Fecero Sugar Blues e Wang Wang e Goofus. Sul palco
c'era una specie di cappello da jazzista con un invito a
metterci dentro qualcosa, per cui durante una pausa
mandai su la cameriera con un biglietto da venti.
Veramente non mi ero accorto che fosse da venti prima
di mettergliela in mano ed era un bel po' di pi di
quanto mi potessi permettere. Qualsiasi cifra lo sarebbe
stato. Ma ormai gliel'avevo data e quando si  in ballo
bisogna ballare. Gliela lasciai.
La cameriera mi indic a quelli del complesso. Si alzarono
tutti e tre in piedi e mi sorrisero e si inchinarono
e per un momento fui abbastanza stupido da pensare
che sapessero chi ero. Naturalmente non lo sapevano.
Non ti conosce nessuno, soprattutto se suoni. Conoscono
solo quelli che fanno quello schifo di roba chiassosa
e fuori tono che neanche san Vito saprebbe ballare. Per
quei ragazzi, io ero solo uno che spendeva forte. Lo ero
per tutti quelli che erano nel locale.
Vidi che la cameriera andava a un tavolo in un angolo.
C'era un tizio, seduto proprio davanti a me, uno con
una faccia annebbiata dalla birra e un vestito che doveva
costare almeno diciotto dollari. C'era anche una ragazza,
che mi dava le spalle. La cameriera le bisbigli
qualcosa e lei si alz. Il suo compagno cerc di protestare
e un tipo muscoloso in maniche di camicia che gironzolava
da quelle parti lo prese per il colletto e lo scaravent fuori.
La ragazza and verso il palco. Ci fu qualche applauso:
qualcuno si mise a battere i boccali sul tavolo. E io
spalancai gli occhi, sentii come un tuffo al cuore e per
poco mi alzai dalla sedia. Poi mi lasciai andare di nuovo
sullo schienale. Perch, naturalmente, non era Janie.
Janie non avrebbe cantato in un localaccio come quello,
non si sarebbe mescolata con delle ragazze da bar. E poi
io sapevo dov'era Janie: a casa a badare ai ragazzi, in giro a ingozzarsi e...
Janie era tornata a New York. Le avevo parlato per
interurbana quella sera, le avevo detto di cantare per me
al telefono. Aveva fatto Melancholy Baby, uno dei suoi dischi
di maggior successo, uno dei pochi che vendono
ancora bene, grazie al cielo, anche se non so chi diavolo
li compra. Probabilmente finiscono tutti al manicomio,
per quelli che vi sono ricoverati. Dev'essere proprio cos,
i poveri cristi devono essere tutti chiusi a chiave, perch
fuori sembra che non ci sia proprio nessuno, soltanto
dei minorati mentali completamente sordi.
Bene, maledizione, avevo parlato con un tale, qualche
tempo prima, uno di quei bastardi pseudoeruditi che
scrivono articoli sulla 'musica' moderna, su quella robaccia
cool. Senta, gli avevo detto, provi a rispondere a
una domanda. Immagini che il tipografo cominci a "interpretare"
i suoi articoli. Immagini che cominci a lasciar
perdere qualche riga e a mettercene di sue, che non badi
alla sua punteggiatura e ce ne metta una sua. Che ne
direbbe, se lui 'interpretasse' cos le sue cose, eh?
Non avrei dovuto perdere il mio tempo con lui, naturalmente.
Non avrei neanche dovuto degnarlo di uno
sguardo. Si definiva un critico musicale, un critico, mio
Dio!, e non aveva mai sentito parlare di Blue Steele.
La ragazza non assomigliava a Janie. Neanche un po'.
M'era solo sembrato, per un momento.
Si mise a cantare. Era Don't Get Around Much Any More,
un altro vecchio successo di Janie e mio. E lo incasinava
tutto. Ragazzi, come lo incasinava. Ma se appena chiudevo gli occhi...
Aveva una voce! Una voce autentica, rozza e ineducata
qual era. Ti prendeva. Non potevo esprimermi in
altro modo: ti prendeva davvero. Ti faceva venire la pelle
d'oca, come il primo respiro quando entri in un locale con l'aria condizionata.
E Dio sa che non mi aspetto molto. Io cerco di fare
qualcosa di buono, anzi, faccio di tutto per riuscirci. Ma in realt non mi aspetto molto.
Cominciavo a sentirmi leggermente eccitato. Feci
qualche rapido calcolo mentale. Lavoravo da solo, in
quel momento, una serie di esibizioni nei club. Cos me
la cavavo per un pelo. Ma non mancava molto alla stagione
e avevo un paio di audizioni da fare e non mi sarebbe
stato troppo difficile mettere insieme un altro
gruppo. Potevo farcela. Un complesso di cinque elementi,
compresi me e quella ragazza. Non ci avrei fatto
dei gran soldi, non facendo musica, certo. Di fatto, sarei
stato fortunato a non andare in fallimento. Ma potevo
farcela; potevo fare qualcosa, perdio, qualcosa che era
giusto fare. Dare a questo mondo confuso qualcosa che
doveva avere, anche se non lo voleva o addirittura ne ignorava l'esistenza.
La ragazza aveva finito la canzone. Ed era accanto al
mio tavolo prima ancora che avessi potuto farle un cenno.
Ero ancora tutto assorto nei miei calcoli. Sentii la sua
voce, ma mi ci vollero un paio di minuti perch capissi
cosa stava succedendo. E avrei dovuto aspettarmelo o
forse, perdio, no. Da qualche ragazza, s, certo: da qualsiasi
altra ragazza. Ma non da lei, non da quelle che hanno la musica dentro.
Avrei voluto sputarle addosso. Avrei voluto spaccare
il boccale e tagliarle la gola con il vetro, in modo che non
potesse pi cantare una sola parola. Invece dissi che,
okay, non mi piaceva dormire da solo.
Immagino che la mia espressione l'avesse spaventata.
In ogni modo, fece marcia indietro. Non intendeva
quello, mi assicur. Tutto quello che voleva dire era che
forse avrei potuto offrirle la cena da qualche parte e che
avremmo potuto passare la sera insieme, perch anche
lei era sola e forse potevo darle qualcosa per comprarsi
un vestito nuovo perch un ubriaco aveva versato della birra su quello che aveva e...
Era davvero una bella ragazza. Continuava a parlare
di s. Faceva quel lavoro (temporaneamente, s'intende)
perch sua madre era tanto malata (una madre malata,
figuriamoci) e doveva badare a due fratelli pi piccoli e
il padre era morto e il raccolto era stato disastroso laggi
alla fattoria. E cos via ad infinitum, ad nausearti. Mi risparmi
soltanto la storia della nobile vecchia famiglia
del sud. Se l'avesse tirata fuori, l'avrei uccisa davvero.
Presi un paio di biglietti da venti dal portafoglio e glieli allungai.
Lei fece un altro paio di sorrisini affettati e poi venne
al mio albergo con me.
La guardai e all'improvviso mi voltai e mi precipitai
nel bagno. Mi piegai in due, stringendomi lo stomaco:
mi sentivo contorcere le viscere, avrei voluto gridare per
il dolore. Vomitai e piansi, in silenzio. E poi mi sentii meglio,
mi lavai la faccia e tornai in camera.
Le dissi di vestirsi. Le dissi che cosa potevo fare e che cosa avrei fatto per lei.
Tutti i vestiti di cui aveva bisogno: dei bei vestiti. Un
contratto per un anno a duecento dollari la settimana.
S, duecento dollari la settimana. E la possibilit di diventare
qualcuno, di guadagnarne, magari, duemila,
cinquemila, diecimila. Pi che una possibilit, la certezza
assoluta. Perch io l'avrei fatta qualcuno; non avrei lasciato che si perdesse.
Mi credette. La gente di solito mi crede, se mi sforzo
un po'. Eppure era incerta: a quanto pareva, era troppo
spaventata dalla possibilit che le offrivo per approfittarne
subito. Le diedi venti dollari e gliene promisi altri
venti se fosse venuta al club la mattina dopo. Venne,
avevamo il locale tutto per noi, fatta eccezione per quelli delle pulizie, e le diedi un esempio di quello che avrei
potuto fare per lei.
Un buon esempio, perch volevo che non mi scappasse.
Con quello che avevo in mente, i duecento alla
settimana non sarebbero stati abbastanza per non farla
scappare. Nonostante la madre ammalata e i due fratellini
eccetera. Volevo illustrarle il concetto, abbastanza
chiaramente perch anche una mezza puttana deficiente come lei lo capisse.
E ci riuscii.
Lavorai con lei per un paio d'ore. Alla fine, non era
pi terribile ma solo scadente. Che a lei, naturalmente,
sembrava una cosa magnifica.
Era tutta un sorriso: sembrava che le si fosse acceso il
sole negli occhi.
Non riesco a crederci disse. Sembra una magia...
un bel sogno.
Sar ancora pi bello risposi. Il sogno si avverer.
Se accetterai la mia offerta, si intende.
Oh, certo. Sa benissimo che accetter. Non so come
ringraziarla, signor McGuire.
Le dissi di lasciar perdere, non mi doveva nessun ringraziamento.
Tornammo in camera mia e chiusi a chiave
la porta.
Sembr raggrinzirsi, come se si stesse rimpicciolendo,
e il sole le si spense negli occhi. Balbett che non
l'avrebbe fatto, che non voleva farlo. Alla fine, come mi
aspettavo, mi chiese se doveva proprio.
Non ho mai fatto una cosa del genere, prima. Davvero,
signor McGuire! Cio, soltanto una volta, e non per
soldi. Ero innamorata di lui, di quel ragazzo, nella citt
dove sono cresciuta, e avremmo dovuto sposarci. E poi
lui se ne  andato e io avevo paura di essere incinta e allora
sono scappata e...
Non ti preoccupare la interruppi. Se non vuoi...
E andr tutto bene lo stesso? Mi guardava con ansia.
Lei sar ancora disp... disposto...
Non dissi niente.
Lo sar? Lo sar, signor McGuire? Per favore, per favore.
Se solo sapesse...
Se solo avessi saputo, se avessi creduto che era davvero
una brava ragazza. Se solo avessi saputo quanto
desiderava cantare, che cosa questo significasse per lei.
Le solite cose, sapete.
Alzai le spalle e non dissi niente. Ma dentro di me stavo
pregando. Stavo pregando che lei mi dicesse di andare
all'inferno. Mi sarei inginocchiato davanti a lei e le
avrei baciato i piedi, se mi avesse detto cos. Se avesse insistito
per essere quello che il Signore aveva deciso che
dovesse essere e nient'altro, senza contaminare la musica,
anche a costo di restare in silenzio. Se solo la musica
avesse contato abbastanza per lei, come contava per me...
Invece no. Per nessuno  mai importante quanto lo 
per me, neanche un po'. Non per Janie. Per nessuno.
La musica non interessa a nessuno.
Se non fosse per me, svanirebbe: non ce ne sarebbe pi.
Lentamente, si sbotton il vestito. Lentamente, lo lasci
scivolare da una spalla. La guardavo sogghignando,
e avrei voluto piangere, avrei voluto gridare. Ed ecco
che dal pavimento sal verso di me un'ondata di
oscurit, mi si abbatt addosso dall'alto.
Poi tornai in me.
Era in ginocchio di fronte a me. Mi teneva la testa, era
umida delle mie lacrime. E mi teneva e piangeva.
Signor McGuire... Che... cosa succede, mmm... Oh
caro, caro, agnellino mio! Che cosa posso...
Strofin le labbra sulla mia fronte e mi accarezz i capelli
mormorando: Stai meglio, adesso, tesoro?  vero
che sei il tesoro di Dan...
Piccola, abietta, corrotta puttana le dissi.
Pete Pavlov ci aspettava alla stazione, quando arrivammo,
la sera di marted scorso. I ragazzi e Danny andarono
subito nei loro villini: io lo accompagnai in ufficio.
Pete mi  simpatico. Mi piace la sua schiettezza, il modo
in cui viene subito al dunque. Non esistono compromessi,
per lui. Sa quello che vuole e non  disposto ad
accettare null'altro, e se la cosa a qualcuno non va, be',
non gliene importa assolutamente niente.
Non mi chiese di Janie, e neanche perch avessi messo
insieme un nuovo complesso. Erano affari miei, e Pete
si  sempre occupato solo degli affari propri. Si limit
a riempire due grossi bicchieri, a lanciarmi un sigaro
e a chiedermi se conoscevo un modo per fargli mettere
le mani alla svelta su dieci o ventimila dollari.
Dissi che avrei proprio voluto conoscerlo. Lui alz le
spalle e disse che no, non credeva davvero che io ne conoscessi
uno, e di lasciar pure perdere. Poi aggiunse:
Scusami, Mac, - mi chiama sempre Mac - so che non
c' bisogno di dirti di tenere la bocca chiusa.
D'accordo lo rassicurai. Le cose vanno un po' male,
eh, Pete? Disse che andavano maledettamente male.
Tanto male che avrebbe dato fuoco ai suoi alberghi,
se solo avesse potuto ricavarne qualcosa. Quelle dannate
compagnie di assicurazione disse. Sai, immagino
che sia per questo che tanti disgraziati bruciano vivi.
Perch le compagnie non pagano indennizzi per gli edifici
vuoti. Immagino che avrei dovuto dar fuoco ai miei
quando erano aperti, ma non mi va l'idea di correre il rischio
di arrostire qualcuno.
Risi e scossi il capo. Non sapevo bene che cosa dire.
S, sapevo che cosa avrei dovuto dire, ma non me la sentivo
proprio di dirlo, nello stato in cui ero.
Lui continu a spiegarmi la situazione. Non aveva
mai fatto debiti, in citt. Aveva sempre fatto i suoi affari
in contanti. Poi, quando le cose avevano cominciato a
mettersi male, era andato da certe agenzie di New York
e ora gli interessi lo stavano massacrando.
La legge sull'usura non vale, quando si tratta di finanziare
un'impresa. Lo sapevi? Be', le cose vanno proprio
cos. Se non metto insieme un dieci, ventimila,  la
volta che mi fanno fuori. Mastic un pezzo di tabacco e
se ne usc con una specie di grugnito ironico. Colpa
mia, immagino. Troppo maledettamente ostinato. Avrei
dovuto darci un taglio appena le cose si sono messe
male.
Non avresti potuto, Pete lo rincuorai. Se tu fossi
stato uno di quelli che rinunciano, non saresti arrivato
dove sei adesso.
Disse che lo pensava anche lui. Supponeva di non sapere
come smettere e non aveva intenzione di impararlo adesso.
Pete, il tuo contratto  con l'agenzia e io non posso
abbassare il prezzo. Ma posso rimborsartelo.
Va' all'inferno rispose. Brutto bastardo troppo cresciuto.
Si mise a camminare su e gi per la stanza, bofonchiando
che c'erano fin troppe gole che avevano un
dannato bisogno d'essere tagliate, senza dover cavar
sangue a un ottuso bastardo figlio di puttana come me,
che aveva bisogno di un guardiano a tempo pieno.
No disse alla fine, voltandosi verso di me. Non sono
messo cos male. Se lo fossi, mi sarei limitato a non
ingaggiarvi, quest'anno.
Forse non avresti dovuto farlo ribattei. E senti, Pete.
tu non puoi rompere il contratto, ma se io mi rifiuto
di suonare...
No. Adesso stammi a sentire tu disse. Non lo farei
nemmeno se non mi piacesse ascoltare quella tua maledetta
roba. Ho deciso di tenere aperto il padiglione. Una
volta chiuso quello, sarebbe una specie di segnale. Tanto
varrebbe dipingermi un bersaglio sul culo e dire di
cominciare a prendermi a calci.
Continuammo a bere e a parlare. Del pi e del meno,
niente di particolare. Lui disse che quando sarebbe arrivato
Kossmeyer noi tre avremmo dovuto vederci una
sera e fare un po' di baldoria. Dissi che mi sarebbe piaciuto...
una volta che mi fossi sentito di buon umore e
senza niente in testa.
A me lui  simpatico dissi.  un ometto dannatamente
interessante, e anche intelligente. Ma certe volte,
Pete, ho come la sensazione che non sia nel posto in cui
credo che sia. Voglio dire,  proprio davanti a me, ma mi
sembra quasi che mi stia camminando attorno, che mi
guardi da tutte le parti, che mi fissi da dietro la nuca.
Pete rise. Fa anche a te questa impressione, eh? Non
 buffo, Mac? Con tutta la gente che c' in giro, sono
davvero pochi quelli con cui ci si pu sedere e lasciarsi andare
un po'.
Dissi che era proprio buffo. O tragico.
Bene, all'inferno, esclam alla fine questo  quanto.
Immagino che dovremmo andare a dormire un po',
Mac.
Ci scambiammo la buonanotte e lui si avvi verso la
citt, muovendo sempre il suo corpo tozzo in linea retta.
Andai al mio villino, sentendomi pieno di rimorsi e depresso
perch non ero riuscito ad aiutarlo. Era il periodo
dei fallimenti, quello. Pasticci e casini: questo solo ero capace
di combinare. In tutta onest, avrei dovuto prenderla
come sigla: Pasticci e casini e la sua orchestra. Avrei
potuto farci persino una canzoncina, sull'aria, diciamo,
di Goodie Goodie. Ecco, cos: dad dadad, dad... ci lavorai
su per un po' e poi bestemmiai piano tra me. Non
ne facevo una giusta, ormai. Una semplice, dannatissima
cosa giusta.
Quella sera, per esempio. I ragazzi erano nuovi del
posto e c'erano file e file di villini, tutti identici. Eppure
non mi ero nemmeno preoccupato di aiutarli a trovare
quelli giusti, di controllare che fossero ben sistemati. Me
ne ero andato bello e allegro per la mia strada, pensando
solo a me stesso, e all'inferno gli altri.
La cosa non valeva, naturalmente, per Danny Lee. Per
quello che m'importava, poteva dormire anche sulla
spiaggia, lei. Ma i miei uomini, poveri bastardi, erano
tutta un'altra cosa. Ne avevano gi troppe da passare,
poveri tristi bastardi malinconici. Costretti a tirare avanti
con i denti, anno dopo anno; a lavorare per il minimo
e a darsi da fare da matti per trovare un lavoro; a vantarsi
e a raccontare un mucchio di balle, sapendo - perch
non potevano non saperlo, era ovvio - di non essere
in grado di fare le scarpe a un vero musicista.
Doveva essere dura continuare a far finta in quel modo.
Mi sentivo dispiaciuto per i miei uomini, ed ero sempre
gentile con loro. Non avevano talento, niente su cui
costruire, niente da dare. Non ci pu essere niente di pi
terribile, secondo me, che non avere niente da dare.
Disfeci le valigie e andai a letto.
Mi addormentai subito e scivolai quasi immediatamente
in quel vecchio sogno familiare in cui io sono ciascun
componente del gruppo. Io ero la tromba, il sax e
il clarinetto, il trombone; ero la batteria e, naturalmente,
il piano; io ero tutti, tutto il complesso. La cantante era
Danny Lee-Janie, ma lei-loro erano sempre me. E non
era perfetta, la musica non era ancora perfetta. Ma quasi.
Quasi, perdio. E tutto quello di cui io-noi avevamo bisogno
era solo del tempo, un po' di tempo, il tempo per
lavorarci su e poi...
Mi svegliai.
Erano passate da poco le dodici. Dalla finestra mi
giunse l'odore del caff, insieme a dei brandelli di conversazione.
Le parole venivano dal villino dei ragazzi: stavano tutti
insieme, per economia. Tenevano la voce bassa, e i cottage,
compresi i nostri, erano a un centinaio di metri l'uno
dall'altro ("Non mi piace l'affollamento" mi aveva detto
Pete.) "E immagino che non piaccia neanche agli altri." Ma
vicino all'acqua i suoni si sentono pi debolmente.
Avete sentito che cosa mi ha detto, quando mi ha
chiesto se avevo le labbra? Be', dannazione, suono la
tromba da...
Diavolo, te la sei cavata con poco. E a me, che mi ha
chiesto se avevo i reumatismi, e se mi serviva un martello
per abbassare i pistoni...
Quel bastardo con gli occhi spiritati  pazzo, tutto
qui. Te lo lascio tutto, Charlie. Mi avete mai sentito prendere
una nota un po' sopra o un po' sotto? Ho mai dovuto
badare a queste cose, eh? Perch...
Parlavano tutti insieme, adesso, cercando di soverchiarsi
l'un l'altro. Alla fine fu il batterista che ce la fece. Stetti a
sentire le sue lamentele, la sua voce bassa e amareggiata.
E mi sentivo allo stesso tempo addolorato e sorpreso.
Forse agli altri ero sembrato un po' troppo duro, ma
non ne avevo avuto l'intenzione. Avevo soltanto cercato
di scherzare, di dire in tono leggero delle cose che non
potevo fare a meno di dire. Con il batterista, invece, ero
stato gentilissimo, avevo badato fin troppo a non fare o
non dire niente che potesse ferire il suo orgoglio. Per
quel che ne sapevo, non aveva proprio nulla di cui lamentarsi.
 vero che avevo scherzato con lui, ma nel pi bonario
dei modi. Non l'avevo corretto, avevo cercato di
spingerlo a correggersi da s.
In un'occasione, gli avevo gettato un sacchetto di noccioline. Un paio d'altre volte, gli avevo messo di fronte uno specchio, al culmine dei suoi stupidi, orgiastici contorcimenti. Avevo fatto in modo che si potesse vedere, tutto qui. Non avevo detto niente. Era inutile dire qualcosa, perch per lui l'inglese era un mistero come la musica, e io non sentivo il bisogno di parlare. Mi sembrava pi semplice far s che si vedesse: un uomo diventato scimmia. E come tutto ci avesse potuto amareggiarlo, come potesse prendersela con me per l'aspetto che aveva lui...
Bene, all'inferno. Non valeva la pena di farsi il sangue cattivo per lui. Per nessuno di loro. Solo Danny Lee... la voce di Danny Lee. Se solo Dio mi avesse concesso di trovarla un paio di anni prima. Adesso sarebbe stata al culmine, e non avrebbe avuto bisogno di perdere tempo in un posto del genere.
Mi rasai, feci il bagno e mi vestii. Camminai fino al suo villino e le dissi di farsi trovare al padiglione alle due precise.
Poi feci un salto dai ragazzi.
Dovevano avermi visto o sentito arrivare, perch le loro voci si alzarono all'improvviso in una conversazione forzata. Entrai e ci fu uno scambio artificioso di cortesie, seguito da un silenzio pesante. E due di loro mi offrirono contemporaneamente il caff.
Rifiutai e dissi che avrei fatto colazione in citt. A proposito, aggiunsi posso fare qualcosa per voi, gi in citt? Avete qualche lettera per l'ufficio di collocamento da imbucare?
Sapevano che li avevo sentiti. Li guardai sorridendo, con un sopracciglio marcato, passando con lo sguardo da una stupida faccia all'altra. Nessuno disse una parola. Nessuno fece un movimento.
Sembrava quasi che non respirassero pi. E io li guardavo e a all'improvviso mi sentii pieno di vergogna.
Mormorai che volevo solo scherzare. Gli dissi che avrebbero fatto meglio a uscire e a divertirsi: affittare una barca, comprarsi un paio di costumi da bagno, tutto quello che volevano, e farlo segnare sul mio conto.
Niente prove, oggi dissi. Niente prove, di giorno. Uscii.
Mangiai, andai al padiglione e cominciai a lavorare con Danny Lee.
Dopo un po', Ralph Devore fece la sua comparsa.
Ralph  il portinaio tuttofare, qui.  anche il tipo che gira tra i ballerini, che bada a che tutto sia in ordine e cos
via. E un gran bell'uomo: mi ricorda un po' uno che devo aver visto al cinema. Ha una Mercedes decapottabile che, a quanto ho capito, s' procurato con qualche manovra complicata. E quando si veste con i suoi abiti da elegantone, quelli che gli regalano certi villeggianti ricchi, sembra proprio un idolo da matine. Ma non era in ghingheri, allora. E quando Danny Lee lo vide per la prima volta, sembrava il re degli straccioni.
Lei fu cos sbalordita, quando lui si mise ad applaudirla (e io poi ci scherzai sopra un po'), che dalla stizza gli volt contro il sedere.
Poi si precipit negli spogliatoi e Ralph e io restammo un po' a chiacchierare. E allora mi venne un'idea proprio carina, per dare a Danny quello che si meritava.
Era evidente che Ralph s'era preso una bella cotta per lei. Era talmente bramoso che non ne avrebbe sentito neanche il sapore. Cos, visto che lui la guardava in quel modo e che Danny era quello che era...
Cos, raccontai tutto a Ralph, tralasciando solo qualche particolare. Dissi che non sembrava soltanto una ragazza in gamba, ma lo era davvero. Molto in gamba. Il solo sostegno della sua famiglia, in effetti. E allora, perch non cercare di rompere il ghiaccio? Non doveva mica violentarla, no? Poteva portarla un po' in giro e lasciare il resto a lei. Se ci stava, bene, se no, pazienza.
Be'... Esitava, nervoso. Non mi sembra giusto, Rags. Voglio dire, prendere in giro una brava ragazza come lei. A me non piace che la gente prenda in giro me, e...
E che problema c'? gli chiesi. Se ci tiene davvero, allora i soldi non contano. Se invece non le interessa, dico, be', allora niente di male. Quello che ci rimetterebbe non  poi molto, no?
Be', s disse. S, ma...
Avevo paura che mi chiedesse perch l'idea mi entusiasmasse tanto. Ma non era il caso di preoccuparsi. Era troppo concentrato su Danny: era in una specie di trance.
E da qualche parte nel mio cervello, me ne stupivo anche un po'.
Ralph aveva gi visto delle belle bambine, prima. Ne aveva viste e ne aveva avute. Erano invariabilmente delle cameriere e delle aiutanti di cucina in libera uscita, ma avevano sempre quello che conta: quello che interessava a Ralph, che era sposato.
Sembra decisa mormor in tono assente. Tremendamente dolce, certo, ma decisa. Come se potesse essere un tipo davvero duro, se solo le venisse in mente.
Oh, be' dissi. Pensa a tutti i guai che ha passato, con una madre malata a cui badare e...
Scommetto che sa il fatto suo, vero?
Scommetteresti bene. Sa badare a s stessa, Ralph. Non potresti comunque approfittare di lei.
Be'... si dimen con imbarazzo, indeciso. Io... io... cosa devo fare?
Aveva dei vestiti buoni in macchina. Gli dissi di lavarsi e cambiarsi, mentre io sistemavo le cose con Danny.
E in fretta aggiunsi, perch lui esitava. Torna pi in fretta che puoi. Non puoi far aspettare una ragazza della sua classe.
Si precipit fuori in un lampo. Io andai nello spogliatoio.
Lei aspettava l, con un'aria di sfida, un po' spaventata.
Non le avevo detto che poteva tornare a casa, per cui aspettava. La guardai tristemente, scuotendo piano la testa.
Bene, stavolta sei stata davvero commovente, sorella. Sai chi era quello? Solo l'uomo pi ricco di questo paese. Quasi tutte le propriet qui intorno sono sue. In effetti, possiede anche buona parte del padiglione.
Figuriamoci ribatt, ma senza riuscire a nascondere un po' d'incertezza. Proprio il tipo giusto.
Che effetto ti ha fatto Pete Pavlov? le chiesi. Non  un figurino, vero? Non devi pensare ai tipi di qui in questo modo, piccola. Anche dopo aver fatto i soldi, loro continuano a lavorare. E non si mettono in ghingheri quando sono sul lavoro.
Studiava il mio viso con un'espressione incerta, cercando di capire se parlavo sul serio. La presi per il gomito e la condussi alla finestra. Che aspetto ha quel tipo da qui? le chiesi, perch Ralph stava appunto prendendo i suoi vestiti dalla Mercedes. Quanto pensi che costi un catorcio del genere? Pensi che un uomo di fatica qualsiasi ne avrebbe uno?
Si irrigid un po'. Dannazione, quella Mercedes fa sempre effetto anche a me. Poi alz le spalle, con indifferenza studiata.
Il che significava che se l'era bevuta.
Pensavo solo che potesse interessarti dissi. Magari ti farebbe piacere conoscerlo. Potrebbe fare molto per una ragazza, se qualcuno gli facesse venire l'idea.
Uh uh. Tutto quello che vuoi fare  aiutarmi, suppongo. Tu che fai a me un favore!
Vedi tu. Presi la camicia e cominciai a infilarmela.
Dipende tutto da te, piccola. Facci un pensierino e forse ti accorgerai che ti ho gi fatto un favore o due, in passato.
Forse capirai che con te non sono pi duro che con me stesso. Comunque, non me ne viene un centesimo in tasca.
D'accordo fece. Che cosa vuoi che faccia? Ho cercato di ringraziarti. Ho... sono...
Lascia perdere. Mi basta vedere che ce la fai.  la sola cosa che voglio.
Avevo finito di abbottonare la camicia. Presi i pantaloni e cominciai a infilarmeli, studiandola con la coda dell'occhio.
Era incerta: soppesava le varie possibilit. Ma si convinse alla svelta, da quella stupida deficiente vagabonda che era. Non aveva niente in testa. Solo nella gola.
E in quella gola avresti potuto versare litri e litri di aceto e lei si sarebbe sempre aspettata che il bicchiere successivo fosse di limonata.
Bene disse. Sembrava parecchio simpatico. Voglio dire, non aveva esattamente un aspetto distinto, ma si comportava con garbo, era rispettoso. E... e mi ha battuto le mani.
 un ragazzo straordinario le dissi. Uno dei migliori.
Be'... Bene, immagino che mi sarei dovuta scusare, comunque. Avrei dovuto farlo anche se fosse stato soltanto il portinaio.
Mi precedette su per la scala. Stava gi per aprire la porta che d sul palco, quando, improvvisamente, la trattenni.
Danny. Aspetta un momento, piccola.
Fu il modo in cui pronunciai l'ultima parola. Un modo in cui non avrei mai pensato di poterla dire. A lei. Si irrigid, un piede su uno scalino, un piede su un altro, i calzoncini tesi sulle cosce. Poi... poi mosse la testa e mi guard da sopra la spalla.
Co... cosa? balbett. Come mi hai chiam... cosa hai detto?
Niente dissi. Immagino che... Niente.
Dimmi, Rags. Dimmi che cosa vuoi.
Voglio accennai. Voglio...
L'impossibile, ecco cosa volevo. Il non esistente. Quello che non sarebbe mai stato. Lo volevo e non lo volevo, perch una volta che l'avessi ottenuto non avrei avuto pi nulla per cui vivere.
Voglio che tu mi tolga quel culo dalla faccia le dissi.
E in fretta. Prima che te lo rompa a calci.
...
.
...
4. Bobbie Ashton.
...
.
...
Alla propriet dei Thomcastle, finii il mio lavoro verso
le quattro e mezza del pomeriggio. Il signor Thomcastle,
quello splendido gentiluomo democratico dal grasso
sedere, volle retribuirmi di persona.
La mia nota era di dodici dollari. Stetti a guardarlo da
sotto le ciglia, mentre tirava fuori i quattrini, e lui aggiunse,
extra, un biglietto da cinque. Riusc anche ad carezzarmi
la mano, durante la procedura.  un tipo davvero
interessante, questo Thomcastle. Faccio sempre un
certo sforzo ad andare via senza prenderlo a calci nel basso ventre.
Mio padre era gi a tavola, quando arrivai a casa. Mi
lavai in fretta, lo raggiunsi e gli chiesi scusa per averlo
fatto aspettare. Lui impugn la forchetta. Poi la sbatt
sul tavolo e mi chiese per quanto avevo intenzione di
andare avanti con quella sciocchezza.
Il lavoro da giardiniere? chiesi. Mah, forse per
sempre. Sembrerebbe piuttosto adatto alla mia condizione,
sai, con tutte queste discriminazioni razziali e...
Basta! S'era sbiancato in volto. Non farti pi sentire...
E poi ci sono i soldi proseguii. Un'opportunit per
migliorare la mia situazione economica.
Come Ralph Devore, immagino. Il tuttofare della citt!
Alzai le spalle. I fatti erano tutti sotto il suo naso, anche
se lui, come tutti, era troppo ottuso per vederli.
Ralph guadagnava, pi o meno, duemilaottocento dollari
all'anno, e questo da ventidue anni. In pratica non
aveva mai speso niente. Ergo, aveva da parte almeno
cinquantamila dollari, probabilmente di pi.
Li aveva. Doveva averli. E adesso che le sue entrate
s'erano esaurite, si sarebbe preoccupato da pazzi. Perch,
per Ralph, cinquantamila dollari non rappresentano
la sicurezza. N cinquantamila n centomila. Avrebbe
cominciato a vederseli sparire, svanire nel nulla,
prima che il corso della sua vita si fosse esaurito. Ne sarebbe
stato terrorizzato e, sicuramente, la sua paura si
sarebbe riverberata su Luane nel pi terribile dei modi.
Mi chiedevo dove avesse nascosto i soldi, perch sicuramente
li aveva nascosti - se no, come avrebbe potuto
tenere il segreto sul fatto di averli?-, perch la sua
mancanza di sicurezza l'aveva spinto a nasconderli.
Bene. Non importava dove fossero, per ora. Dovevo
ancora esaurire la prima fase del piano. Una volta conclusa
quella, mi sarei concentrato sui soldi: su come localizzarli
e incamerarli. E poi, me ne sarei stato a guardare
che cosa sarebbe successo a Luane.
Si era comportata molto male, Luane. Aveva commesso
uno sbaglio molto serio: aveva detto la verit.
E questo era scorretto. Era un furto. La verit era mia:
me l'ero conquistata io, con dolore, e mi apparteneva. E
ora, dopo anni di attesa e di progetti, era diventata inutile.
Una manciata di ruggine, al posto dello strumento
solido ed efficiente cui avevo diritto.
A cosa mi poteva servire la verit, adesso? Come avrei potuto usarla contro di lui ?
Non era molto. Non abbastanza. Assolutamente non abbastanza.
Lui stava parlando di nuovo, borbottando non so che
sciocchezze sul fatto che, lo volessi o meno, sarei tornato a scuola.
Ci andrai, capisci? Finirai i tuoi studi. Puoi finire le
superiori qui, o andare da qualche altra parte. E poi andrai all'...
Davvero? chiesi.
Certamente s! Che... che razza di uomo sei? Lasci
che i pettegolezzi di una vecchia pazza ti rovinino la vita!
Nessuno crede a una parola di quello che dice lei.
Oh s, ci credono. Ci credono, padre. Potrei citarti almeno
tre persone che ci credono, solo qui, a casa nostra.
Mi guard con gli occhi sbarrati, la bocca tremante,
un misto di paura e di frustrazione nello sguardo. Gli
strizzai l'occhio, sperando che si mettesse a piagnucolare.
Ma naturalmente non lo fece. Era troppo orgoglioso:
ne andava della sua dignit. Che uomo retto e dignitoso
 mio padre!
Devi andartene sussurr. Lo capisci anche tu, non
puoi restare in questa citt. Con la tua testa, senza uno
sbocco adeguato per la tua intelligenza...
Ci penser dissi. Ti far sapere cosa avr deciso.
Ho detto che devi andartene! E farai quello che dico.
Far quello che far risposi. Esattamente quello
che voglio fare, paparino caro. E se quello che mi piace
non piace a te, sai benissimo quanto me ne importa.
Si alz all'improvviso, gettando il tovagliolo sul tavolo.Disse che s, diavolo, lo sapeva lui che cosa avrebbe
dovuto fare, e ormai era quasi arrivato al punto di farlo.
Vuoi dire rivolgerti alle autorit? chiesi. Mi spiacerebbe
vederti fare una cosa del genere, padre. Mi sentirei
costretto a entrare nel merito dei motivi di fondo
della mia supposta incorreggibilit. Il risultato potrebbe essere imbarazzante per te.
Gli feci un sorriso radioso. Lui gir su s stesso e si affrett verso il suo studio.
Torn un momento dopo; con la sua valigetta da medico in mano.
Fa' una cosa, almeno mi disse. Per il tuo bene. Tieniti lontano dalla ragazza Pavlov.
Myra? Perch dovrei tenermene lontano?
Stai lontano da lei ripet. Sai com' Pete Pavlov. Se... se tu... lui...
S? chiesi. Temo di non capirti. Che obiezioni potrebbe
fare Pavlov per il fatto che sua figlia esca con il figlio
del dottor Ashton? Un ragazzo brillante, ben educato e, posso aggiungere, bello?
Per favore, Bob... gli si incrin la voce. Per favore, dammi retta. Lasciala in pace.
Esitai. Dopo un lungo momento, alzai le spalle.
Bene, d'accordo dissi. Se ci tieni tanto...
Grazie. Ti...
La lascer aggiunsi quando sar disposto a farlo. Non prima.
Non butt niente per terra e non esplose, con mio
grande rincrescimento. Sembrava quasi che avesse previsto
il mio trucco. Si limit a fissarmi con gli occhi severi
e quando parl la sua voce era calma. Molto calma.
Ho un'altra cosa da dirti aggiunse. Dalle mie scorte
manca una notevole quantit di narcotici. Se mi accorger,
in futuro, di ulteriori sparizioni, provveder a farti
punire. A farti chiudere in prigione o in qualche
istituto. Senza preoccuparmi di quello che significherebbe per me.
Si volt e usc.
Io misi i piatti l'uno sull'altro e li portai in cucina.
Hattie era alla stufa e mi voltava le spalle. Quando entrai
si irrigid, poi si gir un po', cercando di sbirciare
quello che facevo fingendo di badare al suo lavoro.
Hattie probabilmente ha trentanove anni, quaranta.
Non  bella come me la ricordo da bambino, allora pensavo
che fosse la donna pi bella del mondo, ma  ancora
una a cui vale la pena di dare una seconda occhiata.
Misi i piatti nel lavandino. Poi mi mossi, sorridendo
tra me, osservando come i muscoli del collo si tendevano
man mano che uscivo dal suo controllo visivo.
Ero gi alle sue spalle quando la paura la costrinse a
girarsi. Appoggi la schiena alla stufa e protese le mani
in avanti, come per respingermi.
Allora, madre? le chiesi. Che c'? Non avrai paura
del tuo caro figliolo, no?
Va' via! Aveva gli occhi sbarrati. Lasciami sola, capisci?
Ma io volevo un bacio risposi. Solo un bacio dalla
mia cara mammina. Dopotutto, non ne ho avuto uno
da... dunque, vediamo, avevo pi o meno tre anni, vero?
Un periodo piuttosto lungo per un bambino, senza
neanche un bacio dalla mamma. Ricordo che mi si  spezzato il cuore quando...
N... no balbett lei. Tu non sai niente... Va' via! Dir al dottore di te e... e...
Vuoi dire che non sei mia madre? le chiesi. Davvero non lo sei?
N... no! Te l'ho gi detto, no? Nnn... niente... n... nessuno!
Io...
Bene, d'accordo. Alzai le spalle. In questo caso...
All'improvviso l'afferrai, la strinsi contro di me, tenendola
ferma per i fianchi. Lei sussult, gemette, si dibatt
invano. Naturalmente non grid per chiedere aiuto.
E di questo che ne dici, le chiesi visto che non sei
mia madre? Tutto in famiglia, eh? Che ne dici se noi...
La lasciai andare, ridendo.
Feci un passo indietro, ripulendomi i suoi sputi dalla faccia.
Bene, Hattie dissi. Perch diavolo hai fatto una cosa
del genere? Volevo soltanto... Cosa? Sentivo dei tonfi
dolorosi al cuore e qualcosa che mi soffocava in gola.
Cosa? Credo di non averti capito, Hattie.
Mi guard, con le labbra che scoprivano i denti, gli occhi
stretti come fessure, senza muoversi, con disprezzo.
Con un'espressione che andava al di l del disprezzo, al
di l del disgusto e dell'ira.
Ascoltami bene disse. Non puoi fare niente. Non puoi e non lo farai.
S? Ne sei sicura, mia cara madre?
Uh! Ne sono... Sorrise, ma il suo era il sogghigno di
un teschio. Ne sono proprio sicura, mio caro figlio.
E la cosa ti diverte dissi. Bene, ti dico una cosa, madre.
Senza dubbio  molto divertente, ma non credo che
faremmo bene a cercare altre occasioni di divertimento.
Non che io abbia in mente di ucciderti, capisci. In effetti,
potrei anche pensarci. Ma ho altri progetti, al momento...
dei progetti pi importanti, se posso dirlo senza offendere i tuoi sentimenti...
All'improvviso se ne and e si rifugi in camera sua,
che era adiacente alla cucina. La seguii e mi appoggiai
con indifferenza alla porta. La porta chiusa della camera di mia madre.
Quella porta era chiusa da...
S, la mia ricostruzione era giusta. Le mie ricostruzioni
sono sempre giuste. Avevo pi o meno tre anni l'ultima
volta che mi aveva baciato, l'ultima volta che mi aveva
cullato, che mi aveva vezzeggiato come una mamma
fa con il suo bambino. Me ne sarei ricordato per sempre,
anche quando non ne avrei avuta una memoria precisa.
Come si pu dimenticare una manifestazione d'amore
tanto intensa, il conforto e la dolcezza del suo calore? O
il fatto che tutto sia stato interrotto all'improvviso e per
sempre? O la stupida, crudele, egoista pretesa che non ci
sia mai stato nulla?
Ero un bambino stupido. Un bambino piccolo, cattivo
e molto sciocco e avrei fatto meglio a pregare il Signore
che mi perdonasse. Non ero caro, o tesoro, o piccolo,
e neanche Bobbie. Ero Mister Bobbie, il signor
Bobbie. Ero Master Robert, il giovane signor Robert. Ero
Mistah-mastah Bobbie: badrone Bobbie. Un estraneo tra
estranei.
Le mie continue malattie? Tutte psicosomatiche. I
tangibili travestimenti della frustrazione.
La mia intelligenza? Una compensazione. Certamente
non l'avevo ereditata da nessuno di loro.
Stavo ad ascoltare di notte, quando loro pensavano
che dormissi.
Facevo delle domande, a intervalli strategici di qualche
mese.
Aveva avuto un bambino. Doveva averlo avuto, per
potermi fare da balia. Dov'era quel bambino? Era morto?
Bene, quando era morto? E dove? E quando e dove
era morta mia madre?
Era stato di una facilit sconcertante. Era bastato fare
un paio di domande a un fatuo imbecille, mio padre, e
a una docile deficiente ipersessuata, mia madre. E starli
a sentire di notte; ascoltarli, desiderando di mettermi
a ridere.
Lui sarebbe stato rovinato se qualcuno l'avesse scoperto.
Avrebbe rovinato la mia vita, distrutto tutte le mie
possibilit.
Sarebbe successo se. E cosa pensava che sarebbe successo,
invece, quello stupido, cieco, imbecille figlio di
puttana? Che cosa avrebbe potuto capitarmi di peggio?
E non era obbligatorio che finisse in quel modo. Non
lo era e non sarebbe successo, con un uomo dotato di un
minimo di coraggio, di onest, di senso morale.
Avevo dedotto la verit quando avevo cinque anni.
Parecchi anni pi tardi, quando ormai ero in grado di
andare in giro, di scrivere e di ricevere posta senza che
lo sapesse nessuno, avevo dimostrato le mie deduzioni.
Lui, mio padre, aveva esercitato in un altro stato, prima
di venire nel nostro. L, non c'era alcun atto di nascita
di una signora Ashton, n alcuna certificazione di
morte della suddetta. C'era, in compenso, la registrazione
della nascita di un figlio a nome di una tale Hattie
Marie Smith (di colore, nubile, primipara). All'assistenza
medica aveva provveduto il dottor James Ashton.
Ebbene?
O forse dovrei dire bene!
In effetti dissi dannazione, perch la sigaretta mi stava
bruciando le dita.
La buttai per terra, la schiacciai sotto la scarpa e bussai
alla porta di mia madre.
Madre dissi. Mamma... Bussai pi forte. Tu
ascoltare me che ti parlo, mamma? Be', tu potere rispondere
allora, altrimenti tua cara creatura venire dentro e
levare a te quella bella pelle morbida. Lui fare questo,
mamma. Tu sapere tutto su lui, vero? Tu sapere lui fare
questo. Ora lui contare cinque secondi e poi buttare gi
vecchia porta e...
Guardai l'orologio e cominciai a contare i secondi ad
alta voce.
Il letto cigol e sentii un brontolio sommesso. Un
suono tedioso, stupido, mezzo singhiozzo e mezzo lamento.
Adesso va meglio dissi. Sta' attenta, perch la cosa
ti riguarda. E il mio piano per toglierti di mezzo una
volta per tutte, tu e il mio amato padre... Vi porter tutti
e due in qualche posto deserto e vi legher con delle
catene. Vi incatener in modo che siate contemporaneamente
divisi l'uno dall'altro e insieme. E sarete trascinati
in un nascondiglio peccaminoso. E in inverno vi
cosparger d'acqua gelata e in estate vi coprir con delle
coperte. E rabbrividirete e batterete i denti nel freddo,
e suderete e soffocherete nel caldo. Non avrete voce e
nessuno vi ascolter.
Durer per diciassette anni, madre. No, sar buono...
vi risparmier un paio d'anni. Poi vi riporter qui,
vi metter nel letto, uno sull'altra, e vi dar un saggio di
quell'inferno che non sar mai abbastanza per voi. Vi
dar fuoco. Dar fuoco alla casa. Dar fuoco a tutta la
maledetta citt. Pensaci, mamma! Tutte le famiglie, lattanti,
bambini, madri, padri, nonni e bisnonni: tutti nelle
fiamme, tutti ammucchiati in un'oscena giustapposizione.
E andr cos, mamma. Davvero. C' un tempo per
ogni cosa, mamma: un tempo...
Stava gemendo, in un modo strano. Una specie di lamento
funebre, immagino si possa dire.
La ascoltai distratto e decisi che Pete Pavlov andava
risparmiato dall'olocausto che avevo in progetto.
Nessun altro. Almeno, al momento non mi veniva in
mente nessun altro. Ma Pete Pavlov certamente s.
Quando arrivai al padiglione era presto: pi o meno
le otto. La pedana dell'orchestra era ancora al buio. Il
botteghino, dove Myra fa la cassiera, era chiuso. Solo
uno dei lampadari del salone era acceso. Comunque
c'era una luce nell'ufficio di Pete. Per cui scavalcai il cancelletto
girevole e mi avviai oltre la pista da ballo.
Pete era alla scrivania: stava contando una mazzetta
di banconote. Quando alz gli occhi, io ero quasi sulla
porta. Sobbalz e tese la mano verso un cassetto aperto
della scrivania.
Poi vide che ero io ed emise un grugnito di disgusto.
Maledizione, Bobbie. Dovresti fare qualcosa per
quel tuo modo di muoverti furtivo. Potresti rimetterci la
pelle, una volta o l'altra.
Risi e gli chiesi scusa. Dissi che speravo che se qualcuno
avesse tentato di rapinarlo, lui non avrebbe cercato
di fermarlo.
Tu dici, eh? mi rispose. Come ti  venuta in mente
un'idea del genere?
Oh... perch... aggrottai le sopracciglia con l'aria
innocente. Lei  assicurato, vero? Perch rischiare la vita
per una compagnia d'assicurazioni?
Sospettai, dal lampo nei suoi occhi, che ci avesse gi
pensato. Voglio dire, a una rapina simulata, per farsi pagare
dalle assicurazioni. Aveva bisogno di soldi, nonostante
quello che pensavano tutti. Una rapina sarebbe
stato il modo pi semplice, pi diretto, per procurarseli.E lui era un uomo semplice, diretto. Lo dico per fargli
un complimento.
Sarei stato felice di aiutarlo a perpetrare un'azione
del genere. Anzi, in linea di principio, avrei fatto qualsiasi
cosa per aiutarlo. Purtroppo, e dico purtroppo,
anche se lo rispettavo per questo, d'istinto lui non si fidava
di me.
Per cui mi rivolse un lungo sguardo, senza battere ciglio.
Poi grugn, sput nella sputacchiera e si appoggi
all'indietro sullo schienale. Si dondol sulla sedia, avanti
e indietro, con le mani intrecciate sulla nuca, guardando
fisso verso la scrivania e, infine, sollevando lo sguardo
verso di me.
Ti dir una cosa riprese. C'era un cane, una volta,
da queste parti. Il pi veloce, maledettissimo cane che
avessi mai conosciuto. Sai cosa gli  capitato?
Immagino che abbia corso un po' troppo risposi.
S disse. Ha picchiato la testa e si  spappolato il
cervello. Era proprio un bel cane, tra l'altro, e sembrava
furbo come il demonio. Mi sono sempre chiesto come
mai non avesse imparato che certe cose non si fanno.
Sorrisi. Pete non si sarebbe mai interrogato sui perch
del suo ipotetico cane. E neanche sui perch di qualsiasi
altra cosa. Pete bada a come sono le cose, non al come
o al perch sono diventate quello che sono. Proprio come
faccio io.
Fin di contare i soldi. Li mise in una cassetta di latta,
la chiuse in cassaforte e torn alla scrivania. Si sedette su
un angolo, di fronte a me, una gamba tozza incrociata
sull'altra.
Bene... I suoi occhi severi, color nocciola, mi fissavano.
Hai deciso di dormire qui, stasera? Vuoi che faccia
portare un letto?
Mi spiace. Mi alzai con riluttanza. Stavo solo...
uhm...
S? Ti serve qualcosa?
N... no. No, non credo. Avevo solo fatto un salto cos,
per salutare. Non avevo niente da fare e...
S'alz all'improvviso e and verso la porta. Mi parl
da sopra la spalla, con la sua voce burbera.
Non ho niente da fare neanch'io, per qualche minuto.
Vieni, ti offro una bibita.
Lo seguii fino a un angolo del salone: dico 'lo seguii',
perch si tenne sempre un mezzo passo avanti a me. Volevo
pagare le bibite, ma lui mi scost bruscamente la
mano e infil due monete nel distributore della Coca.
Mi porse una bottiglia. Lo ringraziai; lui grugn, togliendo
il tappo con le dita.
Restammo in piedi, guardando da una certa distanza
la pedana, su cui cominciavano ad arrivare i musicisti.
Stavamo l'uno di fianco all'altro, toccandoci quasi. Separati
da una distanza di pochi centimetri... e dal silenzio.
Fin la sua bibita, schiocc le labbra e mise la bottiglia
nella cassetta dei vuoti. Finii anch'io la mia, con riluttanza,
e feci lo stesso.
Bene... disse mentre mi stavo rialzando, dopo aver
sistemato la bottiglia, senza distogliere lo sguardo dal
salone vuoto. Esci con Myra anche stasera?
Risposi che s, certo, appena lei avesse smontato. E
dopo un istante aggiunsi: Se per lei va bene, signor
Pavlov.
C' qualche motivo per cui non mi dovrebbe andar
bene?
Ecco... be', no. Non credo. Voglio dire...
Te ne dir uno io mi disse. Esit un attimo, poi si
decise. Non mi piaci nemmeno un po'. Non mi sei mai
piaciuto. Ma immagino che lo sapessi gi.
S confessai. E non so dirle quanto mi dispiaccia,
signor Pavlov.
Non posso dire che non dispiaccia anche a me. 
sempre meglio farsi piacere la gente. Bofonchi ancora
qualcosa sul gas. D'altro canto, non c' un vero motivo
per cui non debba piacermi. Nessuno che possa indicare,
almeno. Sei sempre stato educato e gentile con
me. Non mi risulta che tu abbia combinato qualcosa di
sporco, se non forse quella faccenda con Ralph, e quella,
tutto sommato, non  esattamente una faccenda
sporca. Probabilmente avrei fatto qualcosa del genere anch'io, alla tua et.
Sapevo che avrebbe capito dissi. Signor Pavlov, io...
Stavo dicendo... tagli corto. Non ho motivi per
pensarla come la penso e i motivi per me sono tutto. Se
la gente non mi rompe le scatole, non gliele rompo neanch'io.
Sono cortesi con me, io lo sono con loro. E il fatto
che mi piacciano o no, non c'entra niente. D'accordo.
Mi sembra che ci capiamo, noi due. Adesso ho da fare.
Mi fece un rapido cenno di saluto e torn nel suo ufficio.
Io mi diressi verso l'uscita.
Mentre parlavo con Pete, era entrata Myra, che mi
chiam dal botteghino. Guardai ciecamente nella sua
direzione: avevo gli occhi come annebbiati. Non riuscivo
n a vederla n a sentirla. Uscii senza risponderle e
mi sedetti in macchina.
Accesi una sigaretta. Aspirai qualche boccata profonda,
cercando di scacciare da me quella disgustosa sensazione
di autocompatimento. Di recuperare un po' della
mia solita obiettivit.
Pete mi detestava. Non era sbagliato che mi detestasse,
stando le cose come stavano. E io non potevo fare altrimenti...
stando le cose come stavano.
Ma che peccato, che maledetto peccato che le cose
stessero cos. Perch non potevano andare in un altro
modo, nel modo pi giusto e pi logico?
Perch i miei carissimi padre e madre, quei cretini
microcefali, quegli esempi viscidi di lusus naturae, perch
non potevano essere loro a sorbirsi Myra? Perch
Pete doveva essere afflitto da una ottusa, spregevole
nullit come lei? Perch lei non poteva essere figlia loro
e perch lui non poteva essere mio...
Myra. Ogni volta che la guardavo, in me subentrava
un senso di furia. Avevo dei progetti su di lei, dei progetti
vaghi ma densamente poco piacevoli, gi molto
prima che venisse allo studio di mio padre quel giorno,
un paio di mesi prima.
Mio padre era via, per qualche caso urgente. Io avevo
dato un'occhiata alle note della sua cartella clinica.
Era la seconda volta che veniva. Aveva dei problemi
mestruali: niente che una dose di sali o un bel calcio nello stomaco non avrebbero potuto sistemare. Ma mio padre,
quel saggio filantropico seguace d'Esculapio, le
aveva prescritto una cura a base di ormoni.
S,  una delle cose che faccio. Mi occupo dei pazienti.
Almeno lo facevo, prima che mio padre cominciasse
a starci attento. Ne so un bel po' pi di lui, di medicina.
Un bel po' pi di tutto. In quel caso, per esempio, sapevo
che quello di cui Myra aveva bisogno, quello che meritava, non erano gli ormoni.
Le feci un'iniezione. Lei 'part' subito, per usare
l'espressione gergale: in pratica non aspett neanche
che il liquido fosse entrato per cominciare a vomitare.
Le dissi che era del tutto normale e le somministrai un'altra dose.
Bene, a qualcuno piace. Chi non dispone di un vero
carattere  fatto per quella roba. E quella roba  fatta per
lui. In meno di una settimana, Myra aveva abboccato.
Ormai non viene pi da mio padre: viene da me.
Sono io che la 'curo' adesso. Le do quello di cui ha bisogno...
quello che merita. Quando sono disposto a darglielo.
E dopo certe cerimonie.
Le dieci e mezzo. Nemmeno cinque minuti pi tardi,
che era il tempo minimo necessario, correva gi verso la
mia macchina. Stava gi supplicandomi, prima ancora
che aprissi la portiera.
Le dissi di stare zitta. Le dissi che se avesse pronunciato
una sola parola prima che le dessi il permesso, non
avrebbe avuto niente...
L'avevo ben allenata. Stette zitta, torcendo la bocca,
inghiottendo i piagnucoli che le nascevano in gola.
La portai in un posto a circa nove chilometri di distanza,
sulla spiaggia. L'Allegra Fossa, lo chiamano, per i
motivi che suppongo possiate intuire. Immagino che in
ogni comunit ci sia un posto del genere, noto con lo
stesso gentile eufemismo, o uno similare.
Il posto, in realt, non era esattamente una depressione,
una fossa; almeno non del tutto. In gran parte era
un'area collinosa, con alberi e cespugli, percorsa da innumerevoli
piste tracciate dalle automobili e da alcuni
sentierini che portavano a una sorta di spiaggette sabbiose,
tutte solcate di pneumatici.
Mi fermai al termine di uno di quei sentierini. Le uniche
tracce, l, erano quelle della mia auto.
Le dissi di togliersi i vestiti. La afferrai. La scossi, la
schiaffeggiai e la strinsi a me. La chiamai con tutti i nomi
cui riuscii a pensare.
Lei non diceva niente e non gridava nemmeno. E a un
certo punto feci finta e le diedi la sua dose. Ero stanco.
Mi sembrava che non valesse la pena proseguire. Fatti e
parole, parole e fatti, non servivano a niente, non portavano
da nessuna parte. Non bastava. Senza un obiettivo
non poteva esserci una vera soddisfazione.
Myra era distesa sul sedile reclinato e respirava a boccate
lunghe e profonde, con gli occhi mezzi chiusi. Non
aveva un brutto aspetto. In effetti, senza vestiti - non sa
assolutamente vestirsi - sembrava quasi bella. Ma solo
da un punto di vista estetico, per quanto mi riguardava.
Non sentivo il minimo desiderio per lei.
Avrei voluto. La mia mente diceva che avrei dovuto
provarlo. Ma la carne non rispondeva.
Lei si era assopita. Forse mi ero assopito anch'io, o
forse, semplicemente, m'ero perso nei miei pensieri. In
ogni caso, ritornai improvvisamente alla consapevolezza.
A svegliarmi era stato un bagliore di luce tra gli alberi,
il brontolio familiare di un motore.
Myra salt su di scatto. Mi guard, gli occhi spalancati
per il terrore. Le consigliai di starsene quieta. Di limitarsi
a fare quello che le avrei detto: sarebbe andato tutto bene.
Restai ad ascoltare, seguendo il procedere dell'auto.
Alla fine, il motore si spense con un ultimo singulto, e
seppi esattamente dove la macchina s'era fermata.
Esitai. Poi aprii la portiera.
B... Bobbie... Un bisbiglio spaventato. Dove vai?
Ho paura di stare...
Le dissi di tacere. Sarei stato via solo qualche minuto.
M... ma perch? Cosa vuoi fare?
Niente. Non so. Voglio dire... all'inferno! Sta' zitta!
Ripercorsi il sentiero per qualche metro. Poi svoltai in
un altro e poi in un altro. Arrivai alla fine, quasi alla fine,
e mi acquattai nell'ombra, tra gli alberi.
Erano a meno di un metro da me. Ralph Devore e
quella come-si-chiama, la ragazza dell'orchestra. Potevo
vederli chiaramente, alla luce della luna che filtrava tra
gli alberi. Potevo ascoltare ogni parola che pronunciavano,
potevo sentire ogni suono. E a giudicare dai suoni che mi giungevano...
Non riuscivo a crederci, non con un tipo come Ralph.
Perch quando Ralph usciva con le ragazze, lo faceva
per un solo motivo, e non perdeva certo il suo tempo. E
invece, adesso, con quella ragazza... E lei certamente
non lo odiava. Era ovvio che provava per lui gli stessi
sentimenti che lui provava per lei, e allora...
Per un momento non capii cosa stesse succedendo.
Poi, quando finalmente lo seppi, ricordai, compresi; non
riuscivo ad ammetterlo. Me ne stetti a sogghignare tra
me e me, facendomi silenziosamente beffe di loro, e di
me. Ralph non perdeva il suo tempo, pensai. Era solo la
sesta settimana della stagione, conosceva quella ragazza
solo da sei settimane, ed ecco che si comportavano
come una coppia di sposi novelli. Di sposi novelli
senza le implicazioni sessuali, anche se presto, naturalmente,
ci avrebbero pensato.
Forse, mi venne in mente, avrei dovuto fare un favore
al ridicolo idiota. Andare a casa sua una di quelle notti
e far fuori Luane. Avrei potuto farlo sembrare un incidente.
E, credetemi, ci sarebbe voluto poco, perch
Ralph fosse perfettamente al sicuro. Il coroner, l'ufficiale
medico della contea, era mio padre. E quanto al
procuratore, Henry Clay Williams... Scossi il capo, trattenendo
una risatina. Quella dannata Luane sapeva il
fatto suo. Aveva un vero talento per affondare il coltello
nel punto esatto in cui avrebbe fatto scoppiare il bubbone.
Henry Clay Williams era scapolo. Henry Clay Williams
viveva con una sorella nubile. E la sorella di Henry
Clay Williams aveva un tumore addominale... che
provocava un ingrossamento che di solito deriva da un
diverso processo di crescita cellulare.
In ogni caso, a meno di sbrigare la faccenda in presenza
di testimoni, uccidere Luane e cavarsela sarebbe stato
di una semplicit ridicola. Bastava farlo sembrare un
incidente, quel tanto che permettesse a Fratello Williams
di chiudere il caso, e...
Mi sporsi in avanti, concentrandomi per sentire
Ralph e la ragazza, che adesso erano molto pi stretti
l'uno all'altra, per cui le voci erano un po' confuse.
Non ti preoccupare, caro: lei. Non so come, ma,
accidenti, dev'esserci un modo. Ti amo tanto e tu sei cos
meraviglioso e...
Non abbastanza per te: lui. Il vecchio Ralph, quello da una scopata e via. Ora sembrava persino eloquente.
Non  buffo, tesoro? Io, un uomo anziano...
No, non lo sei! Sei il pi dolce, il pi caro, il pi gentile,
il pi bello...
Comunque, voglio dire, ho vissuto per tutti questi
anni e non mi  mai successa una cosa cos. L'amore, voglio
dire. Credo che...
Mi accorsi che stavo sorridendo. Mi strofinai la bocca
con il pugno, mi strofinai anche gli occhi, ma il sorriso
non voleva andarsene. E io sapevo che non c'era un altro
termine per definire quello che stava succedendo.
Lui non era sul punto di stringerla in malo modo. Lei
non era sul punto di cedere in cambio di un po' di droga.
Erano innamorati, loro: oh, erano semplicemente
innamorati! Soltanto, soltanto!, innamorati. Ah, la dolcezza
di quella condizione, la sua bellezza quasi insostenibile,
che meraviglia.
Essere innamorati cos. Di pi: amare cos.
Sorridevo di loro, anzi, a loro. Sorridevo come un dio
benevolo, felice della loro felicit. Forse, mi venne in
mente, avrei dovuto ucciderli in quel momento. Sarebbe
stato un modo, un momento, magnifico per morire.
Mi guardai intorno distrattamente. Con una mano
frugai tra i cespugli, cercando un bastone o un sasso della
grandezza adatta. Non ne trovai nessuno, nessuno
che avrebbe permesso di sbrigare la faccenda con l'immediatezza
necessaria, nessuno sufficientemente duro
e pesante.
S, trovai un bastone appuntito come uno stiletto, e
per un momento lo presi in considerazione. Ma un rapido
calcolo mentale mi fece capire che non sarebbe stato
adeguato. Non era abbastanza lungo. Non avrebbe
mai trapassato la cassa toracica di Ralph, n trafitto il seno
di lei. E se non li avessi finiti insieme, nel medesimo
istante, se ne avessi lasciato uno in vita senza l'altro...
Mi veniva quasi da piangere, all'idea.
Una strana sensazione di calore si diffondeva dentro
di me. Scorreva dentro di me, dalla testa ai piedi. Cresceva,
s'intensificava e io non sapevo cos'era. E come avrei
potuto saperlo, se non l'avevo mai conosciuta prima? E
poi, infine, lo seppi e seppi che cosa l'aveva causata.
Mi rialzai. Indietreggiai in silenzio lungo il sentiero e
poi mi voltai e mi misi a correre eccitato verso l'auto, con
il cervello che andava a tutta velocit.
Forse non sarebbe successo niente, naturalmente. La
droga inibisce gli impulsi sessuali, per cui lei avrebbe
dovuto liberarsene, prima. Ma sarebbe stato relativamente
facile: con ogni probabilit si sarebbe sganciata
con la stessa facilit con cui si era lasciata agganciare. Se
solo avessi potuto procurarmi la roba con cui lavorare...
e l'avrei avuta, perdio! Avrei ucciso quello stupido figlio
di puttana di mio padre se mi avesse creato qualche
complicazione...
Troncai di netto il pensiero. In qualche modo, l'idea
del parricidio, per quanto giustificabile, interferiva con
l'altra.
In qualche modo mi sarei procurato quello che mi serviva.
Era la cosa che contava. E nel frattempo l'avrei preparata,
avrei portato a termine i preliminari necessari.
Ormai lo sapevo.
Lo sapevo!
Arrivai alla macchina. Vi entrai, sorridente.
Si era messa il soprabito, ma sotto era ancora nuda.
Le dissi, in tono affettuoso, di vestirsi. Dolcemente, con
dei colpettini e delle carezze d'incoraggiamento, cominciai
ad aiutarla.
N... non... Rabbrivid. Che... che cosa vuoi?
Niente dissi. Solo quello che vuoi tu, cara. Quello
che vuoi tu, nient'altro.
Mi guard come un uccello ipnotizzato da un serpente.
Si mise a battere i denti. La presi tra le braccia,
con gentilezza, e premetti dolcemente le labbra sulle
sue. Sorrisi piano, con aria sognante, accarezzandole i
capelli.
 tutto quello che voglio, tesoro le dissi. Ora, dimmi
quello che vuoi tu.
V... voglio andare a casa. P... per favore, Bobbie. Soltanto...
Guarda. Ti amo. Farei qualsiasi cosa per te. lo...
La baciai. Strinsi il suo corpo al mio. E le sue labbra
erano rigide e senza vita e il suo corpo era come di
ghiaccio. E il calore stava svanendo, in me. La vita e la
resurrezione mi stavano abbandonando.
N... non... balbettai. Voglio dire, per favore. Voglio
soltanto amarti, amarti soltanto ed essere amato da te. 
tutto. Soltanto dolcezza e tenerezza e...
Improvvisamente le affondai le dita nelle braccia. La
scossi finch quasi non le si stacc quella stupida testa.
Lo far, dannazione! Le diedi uno schiaffo in faccia.
Ti romper quella maledetta testa! Sii gentile con
me, cagna deficiente! Sii dolce, sgualdrina. T... tu... devi
essere gentile e tenera e amabile... devi amarmi. Devi
amarmi, maledizione! E se no io ti... ti...
...
.
...
5. Dottor James Ashton.
...
.
...
Pu suonare falso, a dirlo adesso, ma l'ho amata davvero.
Allora, all'inizio, e per molti anni in seguito. Pi tardi
non  stato pi possibile, che lo volessi o meno, a dispetto
di qualsiasi cosa potessi fare. Perch non avevamo
pi niente da condividere, tranne che un letto, e anche
quello sempre meno spesso. Eravamo stati noi a non voler
condividere la cosa pi importante che avessimo in
comune. Non era possibile, lo capite, vero? E cos, l'amore  svanito.
Ma una volta, tanto tempo fa...
Aveva ventidue o ventitr anni quando venne da me.
Era praticamente analfabeta: una ragazza del ghetto, trasandata,
una vittima del destino. C'erano molti pregiudizi
razziali, in quello stato, ce ne sono ancora tanti, purtroppo
dovunque, e i negri andavano ben poco a scuola,
se ci andavano. L'unico posto in cui potevano vivere era il ghetto.
La assunsi come governante. Le offrii il doppio del salario
normale, del normale salario da fame che si pagava
ai domestici neri. Le diedi un bell'alloggio, una camera
all'ultimo piano, con il bagno, in casa mia.
Era esile, denutrita. Mi preoccupai di farle avere del
buon cibo nutriente e in abbondanza. Aveva bisogno di
cure mediche. Gliele prestai, togliendo tempo ai clienti
che mi pagavano.
Non dimenticher mai il giorno in cui la visitai. Avevo
intuito la bellezza del suo corpo, anche sotto i logori
stracci in cui era infagottata la prima volta che l'avevo
vista; ma quando la rivel appieno, fu una visione quasi
insopportabile. Tra tutte le donne che avevo visto nude,
professionalmente,  ovvio, nessuna le si poteva paragonare.
Era come una statua scolpita nell'avorio da un
grande maestro. Fragile, mezza morta di fame com'era,
lei...
Ma sto divagando.
Era molto grata per tutto quello che facevo per lei.
Traboccava di gratitudine. I suoi occhi mi seguivano
ovunque andassi e in essi c'era quell'adorazione ardente
che si vede negli occhi di un cane. Credo che se le
avessi ordinato di bere il veleno, lo avrebbe fatto all'istante.
Non volevo che la pensasse in quel modo. Almeno, le
spiegai nel pi chiaro dei modi che non mi doveva niente.
Avevo fatto soltanto quello che era giusto fare, le dissi.
Niente pi di quanto una persona civile avrebbe fatto
per un'altra, date le circostanze. E da lei volevo
soltanto che stesse bene e fosse felice, come era giusto
che fosse una donna giovane e bella come lei.
Ma lei non volle che le cose si fermassero a questo
punto. Lo volevo io, o almeno, ero pi che disposto, ma
lei no. Nella sua gratitudine c'era un che di ferreo.
Ovunque io fossi, aleggiava intorno a me, quietamente
indistruttibile: un'offerta continua e passiva, che non veniva
mai meno. Era impossibile rifiutarla: per lo meno,
era oltre le mie capacit.
Non volevo offendere i suoi sentimenti. Capii che
non poteva esserci niente di davvero sbagliato nell'accettare
quello che era tanto ansiosa di dare. Era tutto
quanto aveva da dare. E quando uno fa dono di s, non
 facile respingerlo a cuor leggero.
Alla fine, verso la met del secondo mese che era a
servizio da me, lo accettai.
Non ci fu amore, quella prima volta. Non da parte
mia, voglio dire. Era solo questione di salvare il suo orgoglio
e, almeno fino a un certo punto, questione di gratificazione
fisica. Ma subito dopo, pochissimo tempo
dopo, venne l'amore.
Era naturale, suppongo, che succedesse.
Io vengo da una famiglia molto povera: lavoratori
agricoli stagionali. I miei avevano avuto dodici figli: tre
nati morti, cinque deceduti nella prima infanzia. La casa
pi grande in cui avevamo vissuto era di due stanze.
Avevo sei o sette anni la prima volta che avevo assaggiato
il latte vaccino o avevo scoperto che esisteva una
cosa come la carne. Ero un uomo praticamente fatto la
prima volta che avevo avuto un vestito completo.
Se non fosse stato per il sovrintendente di una piantagione
che s'interess a me e persuase mio padre a lasciarmi
con la sua famiglia quando i miei dovettero trasferirsi
altrove, probabilmente sarei cresciuto come gli
altri. Come i miei fratelli e le mie sorelle viventi... se sono
ancora vivi. Zappatori. Raccoglitori di cotone. Poveri
bianchi.
Non voglio commettere un'ingiustizia verso me stesso.
Non sarei mai stato come loro. Avrei trovato il modo
di tirarmi fuori, sovrintendente o no (e la vita con lui,
credetemi, non era rose e fiori).
Per tutta la durata della scuola primaria, di quella superiore,
dell'universit e della scuola di medicina, non
ricordo di aver mai avuto un giorno di riposo.
Ho dovuto conquistarmi la mia liberazione con il sudore
della fronte, passo dopo passo. Non facevo altro
che lavorare e studiare. Non avevo tempo per i divertimenti,
per le ragazze. Anche quando l'ho avuto, d'altronde,
quando ho cominciato a esercitare e mi sono trovato
ragionevolmente libero dalle preoccupazioni
finanziarie, non ho mai dimostrato, be', molta inclinazione
per queste cose. Ero sempre a disagio con le ragazze.
Non ero capace di abbandonarmi alle chiacchiere e alle
smancerie che loro sembravano aspettarsi. Scoprii che
una giovinetta che mi piaceva, e che supponevo ricambiasse
i miei sentimenti, si riferiva a me come a quel "terribile
pezzo di legno".
Questo  quanto. Hattie mi amava. La donna pi bella
che avessi mai visto mi amava. E io potevo intrattenermi
con lei nel pi intimo dei modi, parlare con lei
delle cose pi intime (anche se non sempre rispondeva
in modo intellegibile), senza provare un briciolo d'imbarazzo.
Mi innamorai di lei alla follia. Era inevitabile.
Naturalmente fui piuttosto allarmato quando seppi
che era incinta. Allarmato e un po' arrabbiato. Perch lei
non aveva affatto preso le precauzioni che le avevo prescritto
e raccomandato. Non c'era altro rimedio che
l'aborto, anche se era gi oltre il terzo mese. Ma con mio
grande rammarico, perch finora aveva sempre fatto tutto
quello che le dicevo, Hattie rifiut.
Fu feroce come una tigre, nel suo rifiuto: mi minacci
con quello che avrebbe potuto fare se avessi cercato di
togliere il feto dal suo grembo. Poi, quando m'irrigidii,
piuttosto sconvolto dal suo comportamento, si mise a
supplicare. E non potevo fare a meno di sentirmi toccato,
n di sentire che, cos, lei aveva su di me un certo doloroso
vantaggio.
Il ragazzo (parlava sempre di lui come di un ragazzo)
sarebbe riuscito a 'passare'. Dopo forse duecento anni
di incroci razziali, dopo otto generazioni, ci sarebbe stata
una creatura della sua stirpe in grado di passare per
bianco... Non riuscivo a capire? Non capivo che non poteva
fare a meno di avere quel bambino?
Cedetti. Avrei potuto insistere sull'aborto e lei avrebbe
finito con il piegarsi. Ma non insistetti. Non fosse stato
per me, il bambino avrebbe potuto non nascere.
Quando il suo stato cominci a essere evidente, la feci
trasferire fuori da casa mia. Da quel giorno, fino a
quello del parto, l'andai a trovare almeno due volte alla
settimana.
Non potrei ripetere un'esperienza del genere, oggi.
Anche allora, certe volte, pensavo che non ce l'avrei fatta.
Un bianco, un medico bianco!, che faceva visite a domicilio
nel ghetto! Che aveva una negra in cura! Era una
cosa inaudita, senza precedenti, sconvolgente, offensiva.
I medici bianchi non curavano i negri. In genere, non
li curava nessuno. I negri si arrangiavano, senza assistenza,
curandosi, se necessario, con i rimedi domestici
e i soliti prodotti generici. Le donne partorivano da sole
o dipendevano dalle praticone.
Dopotutto, in quel modo sembravano cavarsela abbastanza
bene, anche se non si pu mai dire visto quello
che sono, o che erano, le statistiche della vita media relative
alla popolazione negra. E date le sue buone condizioni
fisiche, penso che Hattie se la sarebbe cavata anche
senza di me. Ma non le venne in mente di propormelo.
Non me lo propose, comunque, e non me la sentivo proprio
di proporlo io.
Quanto a questo, non penso che sarei stato disposto
a lasciarla senza assistenza. In effetti, dopo attenta riflessione,
sono abbastanza sicuro che non lo avrei permesso.
Ero molto innamorato, mi preoccupavo molto per lei
e per il bambino. Altrimenti, non avrei fatto quello che
feci quando si avvicin il momento del parto.
I dottori bianchi non curavano i negri, come ho detto,
il che significava che i negri non erano ammessi negli
ospedali per bianchi, e non c'erano altri ospedali, allora.
C'era una qualche scalcinata e mal gestita istituzione
pubblica che accettava anche i negri, ma solo se era assolutamente
necessario. Se un negro era in fin di vita, poteva
anche farcisi ricoverare. Probabilmente non sarebbe
vissuto abbastanza per pentirsene.
Bene. Lavoravo in un ospedale per bianchi. Avevo
avuto la nomina solo da poco tempo. Feci ricoverare
Hattie facendola passare per bianca, di origine indo-ispanica.
Lo feci, sapendo che la bugia sarebbe stata scoperta
quasi sicuramente. A tal punto l'amavo, a tal punto mi
preoccupavo di lei... e naturalmente del bambino.
La guardarono con diffidenza dal momento in cui
mise piede in ospedale. Sospettarono di lei fin dall'inizio:
di lei e di me. Potevo vederlo, vederlo e sentirlo. E
dopo, quando l'effetto dell'anestesia fin e si mise a parlare...
Non dimenticher mai il modo in cui mi guardarono.
O quello che il direttore mi disse.
Dovetti portarli via, lei e il bambino, il giorno dopo.
Non posso garantirlo, come potrei?, ma credo che se
non lo avessi fatto li avrebbero sbattuti fuori loro.
Fu la fine del mio incarico all'ospedale, naturalmente.
La fine della mia carriera, la fine di tutto, in quello stato.
Probabilmente, mi posso considerare fortunato per
non essere stato linciato.
C'era una sola cosa da fare: trasferirsi. Trasferirsi da
qualche parte, abbastanza lontano perch nessuno fosse
a conoscenza del mio segreto. Un luogo, visto che ormai
il dado era tratto, in cui Hattie potesse venire accettata
come mia moglie.
L dov'eravamo, la gente era sempre all'erta: erano
tutti abituati a individuare una sfumatura di sangue nero.
Ma da qualche altra parte, e sottoponendo Hattie a
un po' di allenamento intensivo, per quanto riguardava
il modo di parlare e di comportarsi, be', il piano non
sembrava irrealizzabile.
Credo proprio che avrebbe funzionato, se non fosse
stato per le circostanze.
Seppi che c'era uno studio medico con annessa condotta
disponibile a Manduwoc. Lasciai Hattie e il bambino
e venni a dare un'occhiata.
Sembrava proprio l'ideale, per le mie necessit: un 
posto isolato, lontanissimo dall'altro stato. Dal punto di
vista finanziario, le possibilit non erano un granch,
perch la citt era molto piccola. Ma c'era una vasta area
rurale da coprire ed ero sicuro che, una volta che la mia
reputazione si fosse consolidata, avrei potuto raddoppiare
o triplicare la clientela.
Decisi di comprarlo. Andai da Henry Clay Williams
per le pratiche.
Hank, devo dire, allora non era il procuratore della
contea. In effetti, era uscito solo da un paio d'anni dall'universit.
Ma era un uomo molto acuto, molto capace,
e prov subito simpatia per me. Mi tratt fin dal principio
da amico, come io d'altronde feci con lui. Si preoccupava
che partissi con il piede giusto: sapeva come evitare
i passi falsi, lui.
Devo molto a Hank. Pi che a chiunque altro.
Fu molto discreto nel prodigarmi i suoi consigli. In effetti,
ci giunse per una via abbastanza indiretta. Cominci con una specie di sondaggio sul mio modo di pensare:
poi, la volta dopo, rincar un poco la dose...
Non dovevo pensare che fosse un impiccione, mi disse.
Lungi da lui voler sindacare sulla condotta di qualcuno
in base alla sua religione, alle sue idee politiche o al
colore della sua pelle. Ma le cose non erano cos semplici.
C'era della gente con una quantit di pregiudizi, di
pregiudizi stupidi, secondo lui, anche se naturalmente
avevano tutti, come lui, il diritto di pensarla come volevano.
E, santo cielo, sembrava che tutti costoro si fossero
concentrati a Manduwoc. Hank  piuttosto pungente,
ogni tanto.
Risi. Dissi che era una vera disgrazia che qualcuno
dovesse pensarla cos.
"Ma che ci possiamo fare, Jim?" mi disse. "Bisogna ben
vivere e bisogna ben vivere da qualche parte: che si pu
fare, con della gente del genere?"
"Non molto, suppongo.  un problema di educazione,
di progresso. Una cosa che si pu risolvere soltanto
col tempo."
"Non si pu litigare con tutti, no? Bene, sta' a sentire,
Jim. Alcuni tra i miei migliori amici sono, be', diciamo
cos, delle persone non esattamente popolari da queste
parti. Proprio i miei migliori amici. Ma non si pu vivere
a spese dei propri amici, no? Non sarebbe gentile verso
di loro. Bisogna vivere nella comunit nel suo complesso,
no?"
"Cos stanno le cose" risposi. " un peccato, ma..."
" una vergogna. Una vera vergogna, Jim. Certe volte
mi ribolle il sangue, a pensare a certi tipi qui in citt. Non
voglio dire che siano cattivi, capisci? Il sale della terra, da
molti punti di vista. Hanno solo una mentalit ristretta,
e non vogliono ampliarla. E se uno gli d fastidio, gli d
il minimo pretesto per piantargli le unghie addosso... anzi,
non c' neanche bisogno di un motivo vero e proprio,
se mi capisci... bene, lo fanno a pezzi. E gi successo, Jim.
C' un tizio, qui in citt, un trafficante polacco o ungherese
o qualcosa del genere, un certo Pete Pavlov, e..."
"Capisco" dissi. "Capisco ci che vuoi dire, Hank."
"E comprendi il mio punto di vista? Sei d'accordo?"
"Assolutamente" risposi. "Al cento per cento. Ora senti,
c' una cosa... a proposito di quello che hai detto. Come
ti ho raccontato, mia moglie  morta da poco e..."
"Una gran perdita, ne sono certo. Le mie sincere condoglianze,
Jim."
"...e devo badare al bambino" continuai. "O meglio, c'
una donna, una donna di co... una negra, che se ne occupa.
La sua balia. Penso che potrei trovarne un'altra, ma..."
"Oh be'" Hank fece spallucce. " una negra del sud,
no? Sa stare al suo posto? Se s, va tutto bene. Dopotutto,
nessuno si aspetta che uno tolga la balia a un bambino."
"Be', certamente preferirei non doverlo fare."
"E non devi farlo. Finch star al suo posto, e immagino
che ci starai attento tu, no?, andr tutto bene."
Non vedo come avrei potuto fare altrimenti. Certamente
non ho avuto una vita facile.
 solo da poco che posso prendere le cose con un po'
di calma.
Prima c' stato solo lavoro, lavoro, lavoro, a tutte le
ore del giorno e della notte. La dura lotta per tirare avanti
con quella vecchia pratica per creare qualcosa di redditizio.
Per diventare qualcuno, per costruire qualcosa...
Per niente.
Non avevo tempo per loro, per il bambino e per lei.
Neanche un attimo, per giorni e giorni. Forse, a essere
proprio sinceri, non volevo aver tempo per loro. Ma anche
in questo caso, non vedo come mi si potesse dare la
colpa.
Era imbarazzante stare con lei, anche nell'intimit. Mi
faceva sentire a disagio, colpevole, ipocrita. Avevo avuto
un certo successo, qui, e la mia posizione sociale stava
migliorando rapidamente. Ero una rana grossa in un
piccolo stagno. Diacono della chiesa. Consigliere della
banca. Un pilastro della comunit. E andavo a letto con
una cameriera negra!
Avrei smesso anche se la cosa non fosse diventata pericolosa.
La mia coscienza non mi avrebbe permesso di
continuare.
Quanto al bambino, lo amavo, lo amo ancora, temo,
come avevo amato lei all'inizio. Era la mia carne e il mio
sangue, il mio unico figlio. E lo amavo, come amavo lei.
Ma, come lei, anche se in modo diverso, anche il bambino
mi metteva a disagio. Stare con lui mi metteva in
crisi.
Non so esattamente perch, ma di una cosa sono sicuro.
Non era risentimento.
Non biasimavo un bambino innocente per quello che
era stato il mio tragico, irrimediabile, errore.
Se potessi raccontargli tutta la verit, forse riuscirei a
fargliela capire. Ma naturalmente non posso.  impossibile
che lui sia sicuro al cento per cento della verit.
Pu supporla, pu sospettare, pu pensare, ma non pu
sapere. Saprebbe solo se l'ammettessi io. Per cui naturalmente
non l'ammetter mai.
In ogni caso, probabilmente non capirebbe. Non potrebbe
capire.  troppo egoista, troppo pieno di autocommiserazione,
nonostante il suo atteggiamento arrogante.
Se comprendesse, non potrebbe pi atteggiarsi a
martire. Non avrebbe giustificazioni per la sua pochezza,
la sua malvagit, anche ammesso che questi vizi possano
essere giustificati. Quello che  certo, qualunque
cosa io abbia o non abbia fatto,  che una condotta come
la sua non pu essere giustificata.
Non so proprio come un... come una creatura del genere
possa essere figlio mio.
Non so cosa fare di lui.
Non ho nessun controllo su di lui. Non posso chiedere
aiuto alle autorit. E lui sa che non posso. E non  per
via delle perfide, scandalose bugie che racconterebbe in
quel caso. Lo scandalo mi nuocerebbe, certo: in effetti mi
ha gi nuociuto. Ma non troppo. Ho una posizione troppo
solida, ormai. Tutti sanno chi  e quanto vale il dottor
James Ashton.
Non ho preso le misure estreme che, sono certo, avrei
dovuto prendere, perch gli voglio bene. Non posso
permettere che gli facciano del male, per quanto lo meriti.
E come forse avrete intuito, ho paura di lui.
 terribile vivere nel terrore del proprio stesso figlio,
ma  cos che io vivo. Cerco di nasconderlo, di tirar
avanti in qualche modo, di recitare la parte del padre
normale, ma  sempre pi difficile. Ho paura di lui, ogni
giorno di pi. E lui ne  ben consapevole. Certe volte ho
la spaventosa sensazione che sappia leggermi nel pensiero.
Sembra che sappia quello che sto per fare prima
che lo sappia io. Per assurdo che possa sembrare, lo sa.
 questo il motivo per cui non ho preso i provvedimenti
che avrei dovuto prendere. Mi ucciderebbe, prima.
Ne  perfettamente capace. Ha minacciato di farlo...
di ucciderci tutti e due, Hattie e me.
Per essere giusti con lui, non ha espresso queste minacce
negli ultimi tempi. Negli ultimi tempi, anzi, ci sono
stati dei momenti in cui ho sperato che potesse mettersi
a ragionare. Ma...
Circa tre settimane fa, mi  sembrato, grazie a qualche
indizio, che stesse perdendo interesse per quella degradante
attivit da giardiniere. Usciva di casa pi tardi al
mattino e tornava prima la sera. Ho pensato che, evidentemente,
si fosse accorto di avermi arrecato tutto il fastidio
possibile facendo quel lavoro e che ora fosse sul punto
di smettere.
Gli avevo chiesto di farlo. "Non per me" gli avevo detto.
"So che  inutile usare questo argomento. Fallo per te.
Pensa a che cosa vuol dire, per un ragazzo come te, con
la tua intelligenza, fare..."
"Ci sto pensando" mi aveva risposto. "Forse lo far, se
la smetterai di seccarmi."
"Bene" avevo ribattuto. Perch, Dio abbia piet di
me, persino una risposta insolente e ingenerosa come
quella mi sembrava in qualche misura di conforto.
"Non devi fare quel tipo di lavoro. Non devi neanche
lavorare, se vuoi. Sarei lieto di darti io il denaro che ti
serve."
"Non offendermi" aveva detto. "Lasciami in pace."
Poi, l'altra sera, tornando a casa, ho scoperto che nel
mio studio tutti i cassetti e tutti gli armadi erano stati
aperti e che ci aveva frugato dentro. No, non li aveva forzati.
Aveva semplicemente aperto tutte le serrature.
Lui era seduto sulla mia poltrona, con i piedi sulla
mia scrivania, e fumava una sigaretta con aria assente.
Ero cos arrabbiato che per un momento ho dimenticato
la paura. Gli ho detto che avrebbe dovuto giustificare
il suo comportamento, e alla svelta, o avrebbe avuto
seri motivi di rammaricarsene.
"Dov' la roba?" mi ha chiesto. "In cassaforte?"
" in un posto dove non la... quale roba? Ti ho avvertito,
Bobbie, tu..."
"Lo sospettavo" ha ribattuto, con un cenno del capo.
"Be', sembra proprio che ne debba comprare un po'."
Si  alzato e ha fatto per andarsene. L'ho afferrato e l'ho
fatto girare su s stesso. "Schifoso delinquente" gli ho
detto. "Ti dir io che cosa devi fare e che cosa ti succeder
se non mi obbedisci e..." "Lasciami andare."
"Lasciarti andare! Ti porter direttamente in tribunale!
Ti..."
L'ho dovuto lasciar andare. Il piccolo sadico crudele
mi aveva spento la sigaretta sul polso.
"Non fare pi una cosa del genere" mi ha detto con calma.
"Hai capito, padre?"
"Bobbie... figliolo. Per amor di Dio, che cosa vuoi? Cosa
stai cercando di fare? Quella... quella ragazza..."
"Non interferire" ha risposto.
Il giorno dopo  andato in citt. Ci  andato un'altra
volta, da allora. Con quali intenzioni, non saprei proprio
dire.
Non so proprio come possa riuscirci. Come pu un
ragazzo di diciassette anni, in una citt che non conosce,
individuare uno spacciatore e fare un acquisto, proprio
non lo so.
Forse non compra niente. Ma, mio Dio (so che mi rendo
ridicolo) pu farlo. Ho la vaga sgradevole sensazione
che se volesse potrebbe benissimo farlo. Qualsiasi cosa
malvagia, turpe, ignobile, crudele, disgustosa e...
Naturalmente continua a fare il giardiniere. Si degrada,
fa il lacch, per comprare la droga per lei.
Se sapessi che cosa ha in mente, potrei fare qualcosa.
Ma che motivi pu avere? La ragazza non  affatto attraente.
Intelligente e bello com', Bobbie potrebbe avere
via libera praticamente con tutte le ragazze della citt,
senza correre i rischi mortali che corre. Perch il
rischio  grosso, anche senza la complicazione della droga.
Se Pete li trovasse insieme, in un certo modo, sarebbe
la fine.
Sono praticamente impazzito, chiedendomi cosa
posso fare, ma non riesco a farmi venire nessuna idea.
Posso solo aspettare, tirare avanti come al solito e aspettare...
stare a guardare mentre il destino si compie.
Ed  tutta colpa di Luane. Bobbie  sempre stato un
ragazzo difficile, chiuso, ma se non fosse stato per quella
vecchia perversa ipocondriaca non sarebbe successo
niente...
Ho rotto con lei la settimana scorsa. Devo tollerare
lui, ma non voglio avere niente a che fare con lei.
Le ho detto che non c'era niente che non funzionasse
nel suo organismo, che per nessun motivo l'avrei pi visitata
e che se voleva un dottore ne doveva chiamare un
altro (e il pi vicino sta a trenta chilometri da qui). Poi
me ne sono andato, lasciandola a piagnucolare e a lamentarsi
oscenamente sul suo destino.
Avrei dovuto farlo da tempo. L'avevo sopportata solo
perch non sembrasse che avessi paura delle sue calunnie,
il che avrebbe dato loro pi peso di quanto meritassero.
Bobbie  sembrato divertito, quando mi  capitato di
accennare alla cosa, a tavola.
" stato molto saggio, da parte tua" ha detto. "Mi
aspettavo che lo facessi prima."
"Be'" ho risposto "in effetti ho sempre pen..."
"Ma no" mi ha interrotto lui. "Cos  meglio. Ti elimina
in modo quasi definitivo da una potenziale lista dei
sospetti. Se l'avessi scaricata prima, avrebbero saputo
che non andavi da lei da molto prima di decidere che era
giunto il momento di..."
"Basta cos!" ho detto. "Cosa diavolo stai dicendo? Mi
rifiuto di stare a sentire certe sciocchezze."
"Certo, naturalmente." Mi ha strizzato l'occhio, sogghignando.
"Non  molto prudente, vero? E non abbiamo
bisogno di parlare di queste cose, vero, mio caro padre?"
 da un po' che mi chiedo se  davvero mio figlio. Me
lo chiedo inutilmente, illudendomi forse, ma continuo a
pensarci. Dopotutto, visto che  venuta subito a letto
con me, perch non avrebbe dovuto farlo con un altro?
Come posso sapere che cosa faceva nelle ore in cui ero
fuori di casa? Scrupoli, non deve certo averne avuti molti.
Una donna che si  comportata in modo cos spudorato,
tentandomi finch non ho pi potuto resistere, approfittando
della mia bont e del mio senso dell'onore...
Be', non pensiamoci.  proprio mio figlio. Lo so. Sono
l'ultimo al mondo che voglia sottrarsi alle sue responsabilit.
Ma per ci che la riguarda, la cosa non
cambia.
Non deve pi lamentarsi con me delle villanie di Bobbie.
Non una parola di pi. O le dar di persona qualcosa
di cui lamentarsi. Le direi di fare i bagagli, se ne avessi
il coraggio, che purtroppo non ho. Sembrerebbe una
brutta cosa, come se la casa fosse colpita dallo scandalo.
Sembrerebbe che abbia paura... all'improvviso.
Cos stanno le cose: in questa insopportabile, malinconica
condizione. Sono incatenato a una negra... e non
 colpa mia. Sono afflitto da un figlio che... che... be', che
almeno non  negro. Non esattamente. Se un negro
avesse solo un sedicesimo di sangue bianco, si direbbe
che  un bianco? Be', il concetto  lo stesso. ...
 insopportabile. Esasperante. Del tutto ingiusto.
Non so che cosa farei se mi mancasse il conforto dell'amicizia
di Hank Williams. Passo quasi tutto il mio
tempo libero con lui, e lui fa altrettanto. Ci capiamo. Lui
mi ammira e mi rispetta.  felice che io ce l'abbia fatta,
anche se il suo successo, in un certo senso,  stato inferiore
alle aspettative. Anzi, sembra non accorgersi della
cosa: sembra non ricordare che parlava, una volta, di diventare
governatore o senatore. Ma non importa.  amico
mio, e lo ha dimostrato in molti modi. Se a lui piace
essere una specie di pomposa nullit, pazienza. Non gli
lascerei mai capire, per nessuna ragione, che il suo "successo"
assomiglia in modo impressionante a un fallimento.
Parlavamo, proprio l'altra sera, dei nostri primi giorni
qui in citt. E lui, com' sua abitudine, ha detto qualcosa
sulla carriera che ha fatto da allora. Gli ho detto che
era una carriera di cui andar fieri, che pochi avvocati
avevano fatto tanta strada in cos poco tempo. Hank ha
sorriso, un po' affettatamente, e poi, con quella specie di
austera cordialit di cui lui solo  capace, ha detto che
quel successo lo doveva proprio a me.
"Be'" ho risposto. "Ho cercato di darti una spinta, tutte
le volte che potevo, ma non credo che..."
"Ti ricordi la nostra prima conversazione? Il giorno in
cui ho fatto quelle carte per te?"
"S, certo. Certo che la ricordo. Mi hai messo sulla strada
giusta e..."
"Questa  bella! Ah ah! Vecchio briccone modesto! Sono
stato io a metterti sulla strada giusta, eh? Un cafone di
campagna, un avvocato di provincia, ha messo sulla
strada giusta un medico di citt. Gli ha spiegato, proprio
lui, come va il mondo."
Non ho proferito verbo. Ero troppo meravigliato.
Perch quel giorno non gli avevo detto proprio niente.
Non prima di aver capito bene come la pensasse.
"Oh, ti ho capito sai, sta' sicuro!" ha aggiunto ridendo.
"Non potevi essere esplicito, naturalmente: dovevi essere
cauto, dovevi capire prima come la pensavo, ma..."
Ha ammiccato, sogghignando. Io l'ho guardato, sentendo
che le mani mi s'irrigidivano sui braccioli della sedia.
Poi, una volta esaurito quell'impeto di odio omicida,
le ho sentite rilassarsi lentamente, afflosciarsi.
Non aveva voluto recarmi alcun danno. La sua intelligenza,
la sua forza morale, quell'essenza vaga che si
chiama carattere... erano state minate definitivamente
gi allora. Forse non sarebbero state un granch in nessun
caso; forse l'ambiente e l'ereditariet le avrebbero
atrofizzate senza l'effetto corruttore di quella nostra remota
conversazione iniziale.
In ogni caso, non mi aveva recato alcun danno. Non
mi aveva in alcun modo scambiato per qualcosa che, in
sostanza, io non ero. Altri l'hanno fatto, senza dubbio.
Molti altri. Ma lui no.
Ha avuto un piccolo brivido, e sembrava un po' sconcertato,
a disagio. Ha ripetuto la frase di prima sul fatto
che io ero stato cauto, prima di capire come la pensasse.
"E come la pensavi, Hank?" gli ho chiesto. "Sinceramente,
nel profondo del cuore."
"Oh, be'" ha alzato le spalle. "Non hai bisogno di chiederlo,
Jim. Sai come la penso su queste cose."
"Ma a quel tempo" ho insistito. "Allora, all'inizio. Dimmelo,
Hank. Vorrei proprio saperlo."
"Be'..." Esitava, si tormentava le mani. "Lo sai, Jim. Come
quasi tutti, suppongo. Come tanti, comunque. Un
po' incerto, in bilico, e senza troppa voglia di decidere
se stare da una parte o dall'altra. Ma sapevo che da una
parte o dall'altra dovevo stare e che una volta che avessi
deciso sarebbe stato piuttosto definitivo. Io... be', sai
cosa voglio dire, Jim.  difficile da spiegare a parole."
"Capisco" ho detto. "Speravo... voglio dire, immaginavo
che tu la pensassi proprio cos."
Mi ha studiato con un filo di nervosismo; poi, visto
che non riusciva a interpretare la mia espressione, se n'
uscito con quella sua risata amabilmente cordiale, con
cui chiede l'approvazione degli altri.
Era una risata di cuore, ma sempre sotto controllo. La
sua faccia era accesa dal buonumore, una maschera di
amichevole ilarit che in un batter d'occhio, senza sforzo,
grazie alla lunga pratica, poteva diventare l'espressione
di una sobria, austera gravit.
Ho riso con lui. Con lui, di me. Le nostre risa hanno
riempito la stanza, sono uscite dalle finestre nella notte,
echeggiando e riecheggiando, inseguendosi all'infinito
nell'oscurit. Quella risata  rimasta con noi e se ne  andata
lontano da noi. Si  librata sulla citt, sulle valli e
sulle colline, sui campi e sui fiumi, sulle montagne e sulle
praterie, sulle cascine perse nella notte, sui borghi, i
villaggi, le citt e le orgogliose turrite metropoli. Su tutto
il mondo, senza lasciarci.
Ridevamo, e tutto il mondo rideva con noi. O, piuttosto,
di noi?
All'improvviso, mi sono alzato e sono andato alla finestra.
Sono restato l in piedi, voltandogli le spalle, senza
vedere, anche se i miei occhi erano pi aperti di quanto fossero mai stati.
E dove c'era tumulto, adesso c'era silenzio. Un silenzio quasi assoluto.
Non poteva durare, naturalmente. Dopo quasi vent'anni,
capivo bene che non poteva durare. Quando c' un momento di silenzio, lui deve riempirlo. Con qualcosa.
Qualsiasi cosa. Per cui, dopo aver ritrovato il controllo, dopo aver formulato un giudizio rassicurante sul mio stato d'animo, ha ricominciato a parlare.
"In ogni caso, Jim, come ti dicevo, ti sar eternamente grato. Non voglio neanche pensare che cosa sarebbe accaduto se non avessimo fatto quella chiacchierata."
Ho fatto una smorfia, senza riuscire per un attimo a rispondergli. La sua voce  salita subito di tono, in un sussulto di ansiet.
"Jim... Jim? Non mi guardare in quel modo, Jim. Non pensi anche tu che..."
"Oh, s" sono riuscito a dire. "S, certo, Hank. D'altro canto..."
"S? Che cosa stavi per dire, Jim?"
"Niente" ho risposto. "Solo che non credo che avrebbe fatto nessuna differenza. Non con degli uomini come noi."
...
.
...
6. Marmaduke "Goofy" Gannder. L'Incompetente.
...
.
...
Quando mi svegliai era mattina. Giacevo sul verde
selciato della citt del Popolo Meraviglioso e un terribile
mal di testa mi teneva in suo potere.
Mi misi a sedere con precauzione, scosso dai brividi.
Mi massaggiai gli occhi, stupendomi, e non poco, dell'assoluta
ordinariet della situazione. Perch al mattino
ho invariabilmente mal di testa, ed  invariabilmente
mattino quando mi sveglio e, per completare la sequenza
di ordinariet,  nella citt del Popolo Meraviglioso
che invariabilmente mi sveglio.
Al diavolo, pensai, con fervore,  sempre lo stesso: oggi,
ieri e... Ahi!
Pronunciai l'ultimo termine a voce alta, completandolo
con un'esclamazione devota, perch la luce del sole
aveva trafitto i miei occhi, conficcandosi fieramente
nel mio povero capo come una corona di spine. In quell'agonia,
ondeggiai avanti e indietro per un momento.
Poi mi levai in piedi e inciampai nel letto di nonna.
Non era un letto particolarmente sontuoso, in confronto
a quello di certi altri abitanti della citt. Incustodito,
salvo che per il mio inetto ministero, era protetto soltanto
da una lunga fila di bottiglie di vino, che
sembravano costantemente sul punto d'infrangersi. Ed
era affondato nella decadenza: l'erba era avvizzita e ingiallita,
pur generosamente fertilizzata, come era evidente,
dal numero imprecisato di cani, gatti e roditori. La
testiera era in legno, legno battuto dalle intemperie e corroso
dai vermi; uno sfigurato oggetto falliforme che recava
solo il nome di lei e il termine nubile: dolorosamente,
o forse senza dolore, privo di ogni funebre elogio.
Studiai la povera iscrizione, pensando, come spesso
mi accade quando non sono concentrato su altri argomenti,
che avrei dovuto fare qualcosa in merito. Avevo
pensato di sostituirla con la scritta essere umano, aggiungendovi,
se mai, la specificazione che ci crediate o
no. Ma nonna non l'avrebbe gradito: non l'avrebbe considerato
un complimento. E non si sarebbe fatta scrupolo
alcuno di farmelo sapere.
Mi sedetti di fronte al suo letto, la testa chinata a proteggermi
dal sole, lo sguardo rivolto al tumulo in rovina.
L'erba stormiva incessantemente bisbigliando nel vento,
quando ecco, dopo un certo lasso di tempo, s'ud un ridacchiare
sommesso.
Be'? disse nonna. Un centesimo per i tuoi pensieri.
Mi costrinsi a sorridere.  cos che si incrementa l'inflazione.
Nonna ridacchi ancora. Mi chiese come andava il
mio libro.
Dissi che andava bene. In effetti l'avevo finito.
Bene, sentiamo un po' mi spron nonna. Comincia dall'inizio.
Certo, nonna. Certo... 'C'erano una volta due miliardi
e mezzo di bastardi che vivevano in una giungla che pesava
approssimativamente sei sestilioni e quattrocentocinquanta
quintilioni di tonnellate. Erano tutti fratelli,
questi bastardi, ma la loro unica occupazione era il fratricidio.
La giungla abbondava di mirabili frutti, ma il loro
unico cibo era l'immondizia. Il loro potenziale di conoscenza
era illimitato, ma sapevano una sola cosa. E l'unica
cosa che sapevano era solo quello che non sapevano. E
quello che non sapevano era quello che bastava.
Smisi di parlare.
Nonna si spazient: Bene, va' avanti.
 tutto qui dissi io.
Ma avevi detto che l'avevi finito. Non c' niente pi
di prima.
 tutto qui ripetei. E in realt non c' altro da dire.
Restammo in silenzio per un po'. Senza il diversivo
della conversazione, il mio male si faceva sentire di nuovo,
strisciando lento per il mio corpo fino al mio capo.
Mi scuoteva, mi nauseava, mi rodeva da dentro e da
fuori come un odioso invisibile rettile.
Nonna se ne usc con un risolino di simpatia. Non
va troppo bene, eh?
Non troppo risposi. Qualcosa che ho preso sembra
in intimo disaccordo con me. O meglio, in tutta franchezza,
sono io a non sentirmi a mio agio in sua compagnia.
Eppure era del tutto amichevole quando l'ho
estratto dalla bottiglia.
Tu sai cosa fare ribatt nonna. Sai che cosa devi fare.
Non so se posso farlo dissi. Anzi, ho il forte sospetto
di non poterlo fare.
Devi farlo mi intim nonna. Per cui, smettila di
sciupare il fiato. Taci e comincia a muoverti.
Grugnii pietosamente, facendo dei futili tentativi per
alzarmi. La carne era ben disposta, ma debole. E quanto
allo spirito, non mi sembrava affatto di averne.
In verit, nonna, gemetti, in verit venderei l'anima
al diavolo per qualcosa da bere.
Sciocco che sei disse nonna. Adesso, basta con le
chiacchiere e mettiti in marcia.
Annuii mesto. In qualche modo, riuscii a rizzarmi in
piedi. Far come dici tu, nonna le promisi.
Nonna non replic. Presumibilmente era tornata al
suo sonno ben meritato.
Girai su me stesso e cercai di allontanarmi. Persi
l'equilibrio e caddi bocconi: ci vollero alcuni minuti prima
che riuscissi a rialzarmi. Infine, dopo parecchi similari
fallimenti, giunsi alla strada per la citt.
Un camion era in arrivo dalla direzione opposta. Sembrava
quello di Joe Henderson, e in effetti lo era. Protesi
stancamente un braccio, con il pollice rovesciato all'indietro
in un gesto antico quanto l'autostop. Joe rallent e
si ferm. Poi, quando avevo quasi raggiunto la portiera,
premette il piede sull'acceleratore e spar in lontananza.
Proseguii nel mio cammino, pi deciso e pi fermo
che mai nei miei propositi. Mi chiedevo quali perdite
Joe potesse subire senza essere indennizzato dall'assicurazione
e decisi che le gomme del camion rappresentavano
l'ipotesi pi sensata.
Un altro veicolo agricolo arriv alle mie spalle: quello
di Dutch Eaton. Dutch si ferm e sporse il capo dal finestrino,
chiedendomi sollecitamente se non fossi stanco
di camminare.
Lo sono, risposi ma mi risparmi, la prego, il suggerimento
di mettermi a correre. Non era divertente
nemmeno quando l'ho udito per la prima volta, quando
ero ancora in fasce.
La sua grassa faccia si imporpor di rabbia. Senti tu,
brutto, pigro... cominci, iroso.
Ascolti dissi. Ascolti, signor Eaton. Cos' quella
cosa senza cuore e senza cervello che si muove su ruote?
Un maiale, signore. Un porco in tuta da lavoro.
Stava tenendo la portiera aperta e con un ruggito furioso
balz gi. Mi girai e anch'io feci un balzo. Mi succede
sempre cos, in tali emergenze: per quanto debole
possa essere stato un momento prima, la forza e l'agilit
necessarie per salvare me stesso inevitabilmente mi soccorrono.
Cos successe anche allora.
Per cui, saltai oltre il fossato e mi librai agilmente sulla
staccionata. Mi addentrai nel frutteto dietro la propriet
dei Devore, sentendo Dutch che imprecava contro
di me e, alla fine, se ne andava.
Per un po' fui talmente assorto nei miei pensieri da dimenticare
il mal di testa. In un certo senso, avevo di che
essere grato a Dutch Eaton e a Joe Henderson, anche se
devo confessare che il sentimento che nutrivo nei loro
riguardi era ben lontano dalla gratitudine.
Joe e Dutch, pensavo. Erano da anni in cattivi rapporti
tra loro. Che cosa sarebbe successo se le gomme di Joe
fossero state affettate nella stessa notte in cui il fienile di
Dutch cadeva in preda alle fiamme?
Che il Signore mi perdoni mormorai. Le loro menti
sono pari a quella di un feto d'et paleolitica e so dannatamente
bene che cosa devo fare.
Ormai avevo superato il frutteto ed ero giunto al cortile.
Muovendomi con audacia, ma tranquillamente, entrai
in casa dalla porta posteriore.
No, non c'era pericolo. Lo sapevo, avendo visitato il
posto parecchie volte in precedenza. Ralph sarebbe stato
via, Luane sarebbe stata a letto, e la sua camera dava
sul davanti. Finch me ne fossi stato quieto, e non potevo
essere pi quieto di quanto fossi, potevo far razzia al
piano terra a volont.
Mi fermai un istante, appena varcata la soglia, in
ascolto. La voce di Luane mi giungeva dal primo piano,
con il tono smorzato di chi sta parlando al telefono:
...naturalmente non ho la minima intenzione di intromettermi.
Non sono certo il tipo che si occupa delle faccende
degli altri, Mabel, lo sai benissimo. Ma una cosa
simile, una ragazza che alza la gonna per un negro; e
suo padre, che si d sempre tante arie...
Esitai, sentendo la vaga urgenza di fare qualcosa, ma
sapendo che, qualsiasi cosa avessi fatto, sarebbe stato
troppo tardi. Pete Pavlov avrebbe presto saputo del pettegolezzo.
E una volta accertata la verit, avrebbe agito. E
non c'era dubbio su come avrebbe agito, su che cosa
avrebbe fatto.
Rabbrividii, alzai le spalle e lasciai perdere la questione,
accantonando mentalmente il piagnucolio malvagio
della voce di Luane. Non potevo evitare l'inevitabile.
D'altro canto, speravo di potermi concedere qualcosa da
bere: il mio bisogno, anzi, andava crescendo.
Aprii la credenza, uno sportello che ben conoscevo.
Con l'acquolina in bocca, studiai le numerose bottiglie di
saporoso estratto che conteneva. E poi, dopo aver notato
le etichette, me ne ritrassi. Non c'era un limite, evidentemente,
alla meschinit di Ralph. Dopo la mia ultima visita,
aveva sostituito gli alcolici vigorosi e tonificanti che
aveva in precedenza con degli insulsi succhi.
Guardai negli altri sportelli. Esitai, contemplando un
bottiglione di detersivo; poi, non soddisfatto del suo misero
cinque per cento di gradazione alcolica, mi ritrassi
anche da quello. Alla fine, sollevai una porta a botola
che s'apriva sul pavimento e scesi in cantina.
Neanche l ebbi fortuna. Il sidro di Ralph era di fattura
recente, ancora troppo dolce, e quanto alle confetture,
le aveva preparate con l'abilit con cui fa praticamente
ogni cosa. Tra tutti gli infiniti vasi di frutta e verdura,
non ce n'era uno che cominciasse a fermentare.
Tornai in cucina. Ero tutto sudato: i miei nervi invocavano
il balsamo di una bevanda. Varcai la porta che
dava sull'anticamera e mi soffermai ai piedi delle scale.
Doveva esserci abbondanza di materiale bevibile, lass.
Alcol da frizioni. Ricostituenti femminili. Unguenti.
Forse, persino qualcosa fatto per essere bevuto. E se solo Luane si fosse assopita, se solo per pochi istanti avesse
esaurito il suo vomito velenoso...
Ma ovviamente non era cos. Aveva gi incominciato
un'altra telefonata, e appena finita quella si sarebbe lanciata
nella successiva. E cos via, per tutto il giorno. Non
avrebbe mai smesso, a meno che qualcuno non l'avesse
fatta smettere, come avrebbe ben meritato, anche a prescindere
dalla mia urgenza particolare. Ma non riuscivo a
vedermi nella parte di quello che l'avrebbe fatta smettere,
e di conseguenza non potevo neanche agire in tal senso.
Un'altra volta, forse. Un altro giorno o un'altra notte,
quando la sete e la disperazione m'avessero condotto
nuovamente in quel luogo.
Uscii dalla casa. Ritornai sui miei passi attraverso il
frutteto e mi incamminai verso la citt, svoltando infine
nel vialetto che correva dietro l'abitazione del dottor
Ashton.
Il dottor Ashton non sarebbe stato in casa, a quell'ora,
e se ci fosse stato non mi avrebbe prestato soccorso. Quanto
a suo figlio Bobbie, anche lui sicuramente assente, avevo
gi accettato il suo aiuto, una volta, e quell'unica volta
era stata pi che sufficiente. Rabbrividivo ancora, quando
rievocavo quella esperienza. Che cosa mi avesse dato
esattamente, quel flemmatico demonio dalla faccia d'angelo,
non saprei dire, ma praticamente mi aveva distrutto
le viscere, e la nausea mi aveva scosso, come un sordo
tramortito da un cane, per i tre giorni successivi.
Nulla potevo aspettarmi, dunque, da Ashton o da
suo figlio. Ma la donna negra, Hattie, sarebbe stata a casa:
lei non andava mai da nessuna parte. E senza dubbio
per superstizione, per quella specie di sacro timore
di ci che si definisce follia, mi aveva dato da bere parecchie
volte, in passato.
Bussai alla porta sul retro. Ci fu un fruscio di pantofole
e lei comparve sulla soglia, guardandomi con
espressione vacua.
Va' via disse, prima che potessi parlare. Vattene e
sta' lontano. Non voglio avere a che fare con te.
Avvertii nel tono della sua voce i motivi del suo comportamento.
Almeno credetti di leggerli. Le dissi che se
pensava che io rappresentassi la malasorte, era del tutto
in errore.
Ascolti, ascolti, Hattie la pregai. Vede questa
membrana sul mio occhio sinistro? Ora, lei sa di certo
che un uomo con una membrana sull'occhio sinistro...
So che meglio tu andare via mi disse. Non voglio
tu stare qui. Va' via, mi senti? Va' via, uomo matto.
Per favore insistetti. Per favore, non si riferisca a
me con il termine "matto". Ho in tasca un documento,
firmato dal responsabile psichiatrico dello stato, che attesta
la mia salute. Anche se le nostre istituzioni psichiatriche
sono affollate oltre la normale capienza, di certo
non mi avrebbero mai dichiarato sano di mente se...
Okay mi interruppe bruscamente. Okay Tu sta'
qui e io porto da bere, davvero.
Si volt e si allontan. Non potevo vedere cosa stesse
facendo, ma sentii dell'acqua riversarsi in quello che presumibilmente
era un grande recipiente poco profondo.
In fretta, ridiscesi gli scalini e arretrai nel cortile. Ascolti,
ascolti le dissi. Non  necessario. Me ne vado.
Torn ad affacciarsi sull'uscio, gli occhi brillanti di
trionfale malizia. Disse che avrei fatto meglio ad andarmene
e a non ritornare mai pi.
Ma lei non lo faccia le risposi. Ascolti, ascolti, Hattie.
Non esca mai di casa. Soprattutto di notte. Le toccherebbe
un gran male, in tal caso.
Una traccia di paura irrigid i contorni del suo viso
d'ebano. Uhh! Perch pensi io dovere andare da qualche
parte?
Ascolti, ascolti le dissi. Perch cos  scritto, che lei
andr e che un grande, malefico danno ne risulter. Ma
ascolti, ascolti. Se io avessi qualcosa da bere, un bel bicchiere
grande di qualcosa da bere, senza dubbio potrei
cambiare quello che  scritto.
Ero stato troppo avido. Si lasci sfuggire un grugnito
di sollievo e d'incredulit e torn in cucina.
Io procedetti per la mia via di desolazione, senza il
conforto di una bevanda.
Spesso, o forse dovrei dire ogni tanto, ho avuto un certo
successo in tribunale. C' sempre una notevole quantit
di perdigiorno da quelle parti; vale a dire i funzionari
della contea. Cos mi diressi verso quel luogo, nella speranza
di riuscire a divertirli, come a volte m'era capitato
in passato. Di titillarli e intrattenerli con la mia arguzia, ricavandone
cos poche monete. Ma non quella volta, purtroppo.
Mai, me misero e infelice, fui meno apprezzato di
quella volta, in cui massimo era il mio bisogno.
Fui cacciato da tutti gli uffici. Mi allontanarono, mi
maledirono, mi sbarrarono il passo e mi respinsero, un
perdigiorno via l'altro.
...Non ero particolarmente entusiasta all'idea di fare
appello a Pete Pavlov, se non come estrema risorsa, per
almeno due buone ragioni. Primo, per andare dal centro
alla zona della spiaggia era necessaria una lunga
camminata: una fatica improba, per un uomo nelle mie
condizioni. Secondo, m'ero rivolto a lui tanto spesso in
passato, che un approccio ulteriore sarebbe stato
imbarazzante, e probabilmente infruttuoso.
Comunque non c'era nient'altro da fare, e quando
non c' nient'altro da fare non c' nient'altro da fare.
Vacillando e tremando, riuscii a percorrere i molti isolati
che mi separavano dal padiglione, vi entrai e attraversai
il vasto salone incerato fino al suo ufficio. Lui era
chino su un registro e mormorava qualcosa fra s, sfogliandone
le pagine. Aspettai nervosamente, con le mani
che mi tremavano come le foglie di un pioppo.
Ora, non tutti saranno d'accordo, ma il signor Pavlov
 un uomo davvero gentile e benevolo. D'altro canto, e
su questo sarebbero d'accordo proprio tutti, non  uno
stolto. E il minimo accenno, intenzionale o no, al fatto che
lo si consideri tale, lo manda in uno stato di gelida furia.
Alla fine alz gli occhi, si tolse il bolo di tabacco di
bocca e lo depose in un apposito recipiente. Che cosa
diavolo vuoi? mi chiese, pulendosi le mani sui pantaloni.
Come se non lo sapessi.
Ascolti, ascolti, signor Pavlov cominciai. Pur umiliato
e imbarazzato, mi trovo nella sgradevole necessit di...
Apr un cassetto della scrivania, ne prese una bottiglia
e un bicchiere e mi vers da bere. Bevvi d'un fiato e
gli tesi il bicchiere vuoto. Lui lo prese e lo rimise nel cassetto
insieme con la bottiglia.
Ti dir cosa penso di fare disse. Dunque... no, ascolta
tu, ascolta, per cambiare... se vai di l in bagno e ti lavi,
usando il sapone, perdio, poi ti offrir un pasto completo.
Risposi: Certo, certo, signore, e che avevo proprio
necessit di un buon pasto. Mi pu dare subito i contanti
equivalenti, signor Pavlov. Risparmier tempo e il
tempo  denaro e...
E il villano perdette la buona occasione disse il signor
Pavlov. Continua pure a star qui a discutere e tutto
quello che avrai sar un bel calcio nel sedere.
Era serissimo. Il signor Pavlov  sempre serio. Mi affrettai
alla volta del bagno. Dopotutto, la sua era l'offerta
migliore che mi fosse stata fatta in tutta la giornata, il
pranzo, dico, non il calcio, e avevo l'impressione che avrei
potuto migliorarne le condizioni.
Mi lavai completamente: le mani, i polsi e quelle parti
del viso che non sono coperte dalla barba. Probabilmente
ero pi pulito di quanto mai fossi stato nei trent'anni
della mia esistenza.
Tornai in ufficio, dove il signor Pavlov si compliment
sobriamente con me.
Sembra che ti sia tolto di dosso qualche strato di ruggine.
Perch non ti tagli quei dannati capelli e quelle basette?
Dovresti, perdio. O almeno comprati una camicia
e dei sandali.
Ascolti, signor Pavlov lo pregai. Far tutto quanto
lei mi dir. Se  disposto a darmi il denaro per il barbiere,
o per una camicia e dei sandali, insieme a quello
del pranzo, io...
Non ti dar un centesimo mi interruppe Pavlov.
Verr con te al ristorante e pagher io il conto.
Protestai che non sarebbe stato cortese: era implicito
nel nostro accordo tra gentiluomini che avrei speso il denaro
in alcolici. Lui grugn, studiandomi con gli occhi
pensosi.
Sta' zitto un minuto mi intim. Dannazione, se ti do
un altro bicchiere, vuoi stare zitto e lasciarmi pensare?
Ascolti, signor Pavlov mugugnai. Per un altro bicchiere
farei... farei...
Rinunciai a completare la frase. Cosa si pu fare,
quando si  torturati a fuoco lento?
Afferrai il bicchiere dalla sua mano e lo vuotai d'un
fiato, notando che aveva lasciato la bottiglia sulla scrivania
davanti a s.
Uh uh bofonchi quando protesi la mano. No,
non adesso. Ho qualcosa da dirti e voglio essere certo
che tu mi capisca.
Ascolti spiegai. Capisco molto meglio quando bevo.
Pi bevo, pi aumenta la mia comprensione.
Zitto! La sua voce, per un attimo, sembrava essersi
incrinata. Ora, ecco quello che volevo dirti e farai meglio
a non ripeterlo in giro, d'accordo? Non una parola,
a nessuno. Supponiamo che ti dia una cosa. Voglio dire,
supponiamo che tu la porti via, e che nessuno sappia che
l'hai presa tu, ma... dannazione, mi stai a sentire?
Certo, certo, sissignore. Se intende bere qualcosa, signor
Pavlov, le far compagnia volentieri.
Dannazione! Solo questo t'importa, eh? Sarebbe un
bel cambiamento per te, e dovresti soltanto... S'interruppe
con un grugnito di disgusto. Al diavolo. Devo
essere uscito di senno, per averci solo pensato.
Mi sembra alquanto depresso, signor Pavlov dissi.
Permette che le versi qualcosa?
Versatene uno per te brontol con insolita ingenuit.
Poi andremo al ristorante.
Era una bottiglia da un quarto ed era praticamente
piena. La afferrai e corsi via.
Odiavo fare una cosa del genere, naturalmente. Non
era soltanto un gesto d'ingratitudine, ma anche d'impudenza:
mangiando l'uovo d'oro, per cos dire, distruggevo
la gallina futura. Lo feci perch non potevo fare a
meno di farlo. Perch era un'altra di quelle cose che non
si potevano non fare.
Quando un uomo sta sprofondando, afferra la bottiglia.
Corsi via, facendo un gran balzo verso la porta. E sull'uscio
inciampai e la bottiglia mi cadde di mano ed
entrambi ci abbattemmo fragorosamente sul pavimento
della pista da ballo.
Mi appiattii per terra e cominciai a lambire le preziose
gocce di liquore.
Pavlov, improvvisamente, mi diede un calcio nel di
dietro che mi fece scivolare fino all'opposta estremit
del lucido pavimento. Poi mi rialz e mi fiss con gli occhi
pieni di rabbia: Bel figlio di puttana, ti sei rivelato.
Adesso, fuori di qui! Alla svelta e non aver fretta di farti
rivedere.
Certo risposi. Ma ascolti, ascolti, signor Pavlov...
Ascoltami tu, dannazione! Ti ho detto di sparire!
Certo, certo ripetei, indietreggiando fuori dalla sua
portata. Ma per favore mi ascolti, signor Pavlov. Sar lieto
di collaborare con lei a una rapina simulata. Pi che lieto.
Lei  sempre stato molto buono con me e non posso
che essere grato dell'occasione di fare qualcosa per lei.
Si stava dirigendo verso di me con fare minaccioso. In
quel momento si ferm all'improvviso, arross e distolse
gli occhi dai miei.
Di che diavolo stai parlando? chiese con studiata
asprezza. Guarda che farai meglio a non parlare cos
con nessuno.
Sa che non lo farei mai lo rassicurai. Non la biasimerei
se non si fidasse di me, dopo la penosa esibizione
di prima, ma...
Emise un brontolio quasi cordiale. Disse: Sei pazzo.
Pazzo e ubriaco. Non sai che cosa dici.
Proprio cos, signore affermai. E non so cosa ha
detto lei. Non l'ho sentito. Non stavo ascoltando.
Mi voltai e me ne andai. Uscii sul marciapiede chiedendomi
se non fosse questo, dopotutto, il peccato originale,
quello per cui tutti soffriamo: l'incapacit di attribuire
agli altri le motivazioni che invochiamo per noi.
L'imperdonabile incapacit di farlo.
 vero, io non ero particolarmente accattivante, n
nell'aspetto n in quello che facevo. Ma non lo era neanche
lui. A modo suo, si comportava con altrettanta sgradevolezza.
Eravamo tutti e due travestiti. I materiali erano
diversi, ma erano stati tutti tessuti sullo stesso telaio.
La mia eccentricit e la mia ubriachezza. La sua rozzezza
e maleducazione, la sua brutale franchezza.
Eravamo stati costretti a travestirci. Tutti e due, tutti
noi. Ma per quanto il fatto fosse ovvio, lui non lo vedeva.
Non avrebbe guardato oltre il mio travestimento, cos come
io avevo guardato oltre il suo, fino all'uomo che c'era
sotto. E non avrebbe guardato nemmeno oltre il suo.
Era un vero peccato e per questo sarebbe stato punito
e d'altronde chi non lo sarebbe stato?
E io avevo ancora pi bisogno, molto pi bisogno, di
bere.
Alla fine del marciapiede, una ragazza stava in piedi
accanto alla balaustra, guardando pigramente verso il
mare. Strizzai gli occhi, facendomi schermo con la mano.
Dopo un istante, gir la testa per un momento e vidi
che era la cantante del complesso.
Era in costume da bagno, ma appoggiata sulla balaustra
accanto a lei c'era una vestaglia. Sembrava ragionevole
supporre che la vestaglia avesse una tasca e che nella
tasca ci fosse qualcosa.
Mi avvicinai. Richiamai la sua attenzione e mi produssi
in un breve inchino, cadendo momentaneamente
sulle ginocchia durante l'operazione.
Ascolta, ascolta le dissi. Quanto meravigliosi sono
i tuoi piedi dentro i calzari. Oh, mia principessa...
Mi interruppi di colpo, notando che era a piedi nudi.
Diedi un'occhiata al suo bacino e ricominciai:
Il tuo grembo  come...
Non ti avvicinare, sporcaccione grid. Vattene subito.
Non do denaro ai mendicanti.
Ma a chi altro bisognerebbe darlo? obiettai. Non
certo a chi ne ha gi.
Lasciami stare! La sua voce si alz di tono. Altrimenti
mi metto a gridare.
Benissimo dissi, e mi avviai lungo il marciapiede.
Bene, bene, bene davvero. Ma stia attenta, di notte, mia
signora. Oh s, stia attenta di notte.
L'avvertimento sembrava giustificato. Con il temperamento
che aveva, la notte poteva essere piuttosto pericolosa,
per lei. Almeno quanto poteva essere piacevole.
In lontananza, vidi il signor Pavlov uscire dal padiglione
e dirigersi verso la citt. Mentre lo studiavo, osservando
la sua testa protesa verso l'alto, l'atteggiamento
orgoglioso delle spalle, sentii la pena che avevo provato
quando mi aveva parlato con tanta cautela svanire all'improvviso.
Si era comportato in quel modo, lo sapevo, perch in
effetti non intendeva affatto perpetrare una rapina simulata.
Non voleva farlo e non l'avrebbe fatto. Poteva
essere convinto del contrario, spingersi fino a progettare
l'impresa. Ma in realt non l'avrebbe mai fatto.
Era incapace di un atto disonesto, di qualcosa che non
fosse assolutamente corretto, quanto io ero incapace di
essere sobrio.
Svolt ed entr nell'ufficio postale. Attraversai la strada,
continuai per un altro isolato e improvvisamente barcollai
e dovetti appoggiarmi a un lampione all'angolo.
La gente mi passava accanto, ridendo di me. Chiusi
gli occhi e cominciai a mormorare, alternativamente,
parole di minaccia e preghiere al Signore.
A met dell'isolato c'era un negozio di alimentari. Il
signor Kossmeyer, l'avvocato che viene qui tutte le estati,
aveva parcheggiato l'auto l di fronte e stava caricando
alcune provviste sul sedile posteriore.
Mi staccai dal lampione e avanzai lungo il rigagnolo.
Arrivai fino al punto in cui si trovava il signor Kossmeyer
e gli diedi un colpetto sulla spalla.
Trasal, imprec e picchi la testa. Poi si volt e vide
chi ero.
Oh, ciao, Granny disse. Voglio dire... uhm... Giuda.
Oh, va tutto bene, signor Kossmeyer risi. So di
non essere davvero Giuda. Era solo una strana idea che
avevo.
Bene, sono contento che non l'abbia pi disse Kossmeyer.
In realt sono No risposi.  quello che sono realmente,
signor Kossmeyer.
Capisco. Be', dovrai darti un sacco da fare, per radunare
tutti quegli animali.
Sembrava piuttosto circospetto. Come disinteressato.
Protese la mano verso la portiera anteriore dell'auto.
Ascolti, signor Kossmeyer dissi. Ascolti. Sto raccogliendo
contributi per la costruzione di un'arca. Materiali
o il loro equivalente monetario. Le assi costano un
dollaro l'una.
Non solo le assi aggiunse Kossmeyer. Anche le
bottiglie di vino da un quarto.
Sembrava pi furbo di quanto si fosse dimostrato altre
volte. L'estate precedente gli avevo venduto una prenotazione
per l'ultima cena.
Ascolti, signor Kossmeyer, ascolti continuai. Tutto
il mondo  teatro, tutto pubblico e attori, e il saggio
non mette in scena dei fallimenti. Non la commuove tutto
ci, signor Kossmeyer?
Solo fino a un certo punto rispose Kossmeyer. Solo
fino a un certo punto, No. Non provo alcuna sensazione
all'altezza del taschino posteriore.
Ascolti, signor Kossmeyer, ascolti. C' un nuovo residente
nella citt del Popolo Meraviglioso. Un uomo
SINCERAMENTE UMILE. E pur essendo SINCERAMENTE UMILE,
si  sempre comportato come l'uomo pi spocchioso
e altero della citt. E sa perch si comportava in quel
modo? Lo sa, signor Kossmeyer? Perch era troppo solo:
aveva un grande bisogno di compagnia. In realt, le
assi costano solo novantotto centesimi e posso darle il
resto di un dollaro.
Un po' pi di finezza sbott Kossmeyer. Non 
bello venire al sodo cos bruscamente.
Ascolti insistetti. Ascolti, signor Kossmeyer. Sto
pensando di disseppellirlo ed esibirlo in televisione.
Dovrebbe rendere milioni, non crede? Un uomo sinceramente
umile, ci pensi, signor Kossmeyer!
Penso che ti dar un passaggio fino alla biblioteca,
disse Kossmeyer e ti lascer alla sezione di storia.
Potrei mettergli un seno finto, signor Kossmeyer,
proseguii e insegnargli a ballare e a cantare. Potrei...
ascolti, signor Kossmeyer, ascolti, ascolti. Ci sono altri
due nuovi residenti nella citt del Popolo Meraviglioso.
Sono padre E madre e sono i pi meravigliosi di tutti.
Ascolti, signor Kossmeyer, ascolti. Sono genitori devoti
e amorevoli. Sono leali e timorati di dio, sono onesti
e cortesi e risoluti e generosi e compassionevoli e saggi
e tolleranti e...
Ma che cosa hanno, in nome di Dio? chiese Kossmeyer.
Una lapide o un cartellone stradale?
Ascolti, signor Kossmeyer dissi. Ascolti, ascolti. 
la lapide pi minuscola che mai si sia vista. Non  pi
grande di un pacchetto di sigarette. Immagino che a fare
l'iscrizione sia stato quel tale che scrive sulle capocchie
degli spilli.  praticamente impossibile leggerla, signor
Kossmeyer. Virtualmente impossibile. Loro hanno tutte
quelle virt, ma nessuno pu saperlo. E sa perch questa
 la situazione? Lo sa, signor Kossmeyer? Ascolti,
ascolti, ascolti. Si suppone che abbia un valore simbolico.
 un simbolo, signor Kossmeyer, e le ricordo che si
possono avere assi di discreta qualit a solo...
Ascolta, No, ascolta, ascolta mi interruppe Kossmeyer.
Qual  la via pi breve per quella falegnameria?
...
.
...
7. Hattie.
...
.
...
 che non so pi pensare, tutto qui. Non so pi pensare
davvero: solamente come quella vecchia storia del
buco della serratura.
Spero che voi capite che cosa dico. Voi sapete che cosa
fa questo a una persona. Pu essere in una stanza
grande, grandissima, ma  sicuro che non vede molto.
Uno guarda sempre dal buco della serratura e niente
sembra pi grande, a lui.
 arrivato dove l'occhio non ha pi niente da vedere.
Una volta pensavo abbastanza, tanto tanto tempo fa.
Allora, quando signor dottore, lui, parlava a me e mi diceva
le cose. Era come se pensavo sempre, e pensavo
sempre di pi. Quasi potevo sentire il cervello che diventava
pi grande. Poi siamo venuti qui e questo  stato la
fine di quello e l'inizio dell'altro.
Signor dottore ha smesso. Smesso di spingere me in
avanti e fatto smettere anche me di spingere. Non dovevo
pi, ha detto. Eravamo in un certo posto e io dovevo
stare in quel posto. Non fare niente che poteva far sembrare
che non appartenevo a quel posto. Sprofondare l;
non alzare pi il capo.
Era una brutta cosa e a lui non piaceva, ha detto signor
dottore. Ma era necessario fare cos. E che cosa
serviva a me, lui ha detto, riempirmi la testa con un sacco
di roba che non potevo usare mai?
Penso aveva ragione lui, ragione davvero. In ogni
modo, lui smesso con me. Io non voglio protestare, no
certo. Non discuto mai con signor dottore. Non ho discusso
mai, tranne una volta, tanto tanto tempo fa e forse
questo ha esaurito mia discussione. Come messo tutte
mie forze in una sola battaglia, forse. E forse io non ho
pi voglia discutere.
Se non si lavora duro non si suda. E la cosa pi facile
da fare: mettersi davanti a quel piccolo buco della serratura
e non pensare pi a niente.
Non posso pensare pi. Non ho parole per questo, signor
dottore, lui detto una volta tanto tempo fa, quando
mi diceva le cose, che la mente non pu essere pi grande
del vocabolario di una persona. Uno deve avere le parole
o uno non pu parlare e se tu non hai le parole non
pensi. Niente parole niente pensieri, solo come sentire le
cose.
Io sento la fame. Sento caldo e freddo. Sento paura e
nausea. Sempre: sento sempre paura e nausea. Nausea
paura, come insieme. E davvero non penso di queste cose.
Solo sento e voglio che non ci sono e so che ci saranno
sempre. Peggio, forse.
Perch lui, quel ragazzo, si comporta bene adesso. Fa
finta di essere gentile. E lui, quel ragazzo, quando fa in
questo modo allora dovete star attenti a lui.  sicuro di
tenere voi, allora.
Lui  venuto in cucina l'altra sera dopo cena. Era l con
me prima ancora che io lo sapevo. E lui sorride e parla
dolce e dice che vuole aiutare me coi piatti.
"Vai via" ho detto. "Lascia me sola, capisci?"
"Be', lasciamo pure perdere i piatti" ha detto. "Andiamo
in camera tua, madre. C' qualcosa di cui vorrei parlare
con te."
"Uh uh. No proprio" ho detto. "Non vengo in camera
mia con te."
"Sono sicuro che non intendi davvero una cosa del genere"
ha detto. "Tu sei mia madre. Tutte le madri sono interessate
ai problemi dei figli."
Allora andata in camera con lui. Avuto paura, se no.
Lui aveva qualcosa in testa e quel ragazzo, se lui ha
qualcosa in testa meglio non mettersi in mezzo.
Il ragazzo peggiore del mondo, quello. Solo un serpente
malvagio che striscia.
Io seduta sul letto. Indietro, appoggiata al muro con
le gambe dritte davanti. Lui seduto sulla sedia di fianco
al letto. Lui prende una sigaretta e poi guarda me e chiede
se va bene che fuma.
Non detto niente, io. Solo tenuto gli occhi su lui, solo
guardato e aspettato.
"Oh, scusami, madre" ha detto. "Permetti."
Lui d una sigaretta a me. Lui accende un fiammifero
e lo tiene in mano e io metto sigaretta in bocca e accendo.
Ho dovuto. Paura da morire se no e paura se lo
faccio.
Soffio una boccata o due, cos lui non pu dire. Poi lui
comincia a parlare e non guarda me pi cos attento e io
la stringo tra le dita e la lascio cadere per terra.
"Ora, quello di cui volevo parlarti  un problema di
denaro, madre" ha detto. "Un grosso problema. Immagino
che tu non disponga di una somma considerevole da
potermi prestare, no?"
"Uhh" ho detto. "Dove prendo i soldi, io?"
"Probabilmente avr necessit di alcune migliaia di
dollari" ha detto. "Dovr spostarmi, andar via. Mi serve
una somma su cui fare affidamento, tale che due persone
possano viverci per un periodo di tempo abbastanza
lungo."
"Perch non vai via?" ho detto. "Dove prendo i soldi
io? Non prendo stipendio, io. Tu vuoi soldi, allora tu sai
da chi devi andare."
Lui guarda me per un po'. Guarda come attraverso
me e io credo che lui sta per saltare su me. Immagino
che ho fatto grande errore, io, a rispondere a lui. Ma che
cosa potevo fare? Quando tu parli con lui non puoi fare
altro che rispondere.
Non so pi pensare.
Non posso fare niente e non posso fare qualcosa.
Paura se no e paura se lo faccio.
Lui continua a guardare a me e io so che mia ora 
davvero venuta. Poi lui dice che capisce benissimo, madre.
Dice che davvero non s'aspettava che io disponevo
di quella cifra, ma aveva ritenuto di dovermela chiedere
comunque. Dice che aveva paura di ferire i miei sentimenti
se, avendo necessit di denaro, non dava a sua
madre possibilit di aiutare lui.
 pazzo, quel ragazzo. Quando gentile e educato cos,
lui ancora pi pazzo.
"Ma tu hai ragione, madre" ha detto. "So dove posso
procurarmelo. O meglio, so dove potrei mettere le mani
su una considerevole quantit di denaro. La difficolt
 che c' un'altra persona che ne ha bisogno... o, piuttosto,
che ne avr bisogno. La sua situazione  analoga,
per qualche verso, alla mia, e si troverebbe in difficolt
perlomeno pari alle mie se non potesse disporne. Stando
cos le cose... che cosa pensi che dovrei fare, madre?"
"Uhh" ho detto. "Cosa? Di che cosa parli tu, ragazzo?"
"Scusami" ha detto. "Ti prego, non pensare che non mi
fidi di te, madre: tutt'altro.  solo che, se entrassi nei dettagli,
se mi esprimessi in termini appena pi precisi, ti
troveresti in una situazione, come dire, imbarazzante. E
sono sicuro che, anche su queste basi, mi potrai dare
consigli preziosi. Qual  la tua opinione, madre? Se tu
fossi in una posizione analoga alla mia, ti sentiresti autorizzata
a districarti da una situazione molto sgradevole
a danno di qualcun altro?"
Che cosa posso pensare? Io, che cosa posso pensare?
Con che cosa posso pensare? O ascoltare, o parlare?
Quel ragazzo malvagio, io vedo lui molto bene e molto
vicino, troppo vicino, un ragazzo pazzo e malvagio
come lui, ma io certo non sento lui. Come se lui parla un
milione di chilometri lontano.
"Lascia me sola" ho detto. "Perch passi sempre tempo
a tormentare me? Io non faccio niente a te."
"In senso relativo" lui ha detto. "In senso relativo, non
hai fatto niente. E, naturalmente, con questo intendevi
rispondere alla mia domanda, vero, madre?"
"Per amore di Dio" ho detto. "Per amore di Dio, tu..."
"Suppongo che non se ne possa fare a meno, non credi,
madre?" ha detto. " inevitabile. Ci sono delle regole rigide,
cui bisogna attenersi, se si vuol continuare a essere s
stessi, un s stessi coerente e affidabile. Non d si pu sottrarre,
a dispetto della necessit, per quanto grandi siano
la tentazione e la facilit apparente con cui sembra di poterle
violare. Chi lo fa, diventa un altro da s. E come pu
un uomo, che gi fa fatica ad affrontare i suoi personali
problemi, che a stento riesce a vivere con fiducia e dignit
nei limiti del proprio destino, come fa, dimmi, a calarsi
nel destino di un altro? Ovviamente, non pu. Perde la
sua identit. Prima poteva essere una creatura da poco,
ma poi non  pi niente. Non sa pi chi . S, hai assolutamente
ragione, madre. Sono felice che tu abbia potuto offrirmi
i tuoi consigli e il conforto della tua esperienza."
Non so di cosa parla lui. Non voglio sapere.
"Ora, c' un'altra cosa di cui volevo parlarti, madre" ha
detto.
"Visto che non posso aiutare me stesso, che ormai ho
perso la possibilit d'aiutare me stesso, non pensi che dovrei
aiutare quell'altro uomo? Non dovrei rimuovere un
ostacolo sulla via della soluzione dei suoi problemi?
Non ho niente da perdere, io. In effetti, non credo che lui
potrebbe farlo da solo. Se lo facesse, soffrirebbe per il rimorso.
Potrebbe pregiudicare gli esiti della sua azione.
Cosa ne pensi, madre? Pensi che dovrei aiutarlo o no?"
Non posso.
Lui, lui potrebbe anche parlare di uccidere uno e io
non capirei. Lui guarda me, una delle sue belle sopracciglia
alzate su, poi mostra a me quei bei denti bianchi:
una specie di sorriso e una specie di smorfia. E io so che
lui  pazzo malvagio, basta che voi guardate lui, quel ragazzo,
e capite che  questo, ma per un secondo o due
non lo vedo cos. Quello che vedo  una specie d'immagine
venuta dal nulla, qualcosa che  sgorgata dai miei
occhi e si  come diffusa attorno a lui. E io... io quasi rido,
forte.
Io penso... ho pensato: "Ebbene, giusto cielo, Hattie,
cosa ti  successo? Come puoi aver paura di questo bel
giovanotto, di tuo figlio? Che cosa..."
L'immagine va, torna in quel posto pazzo da cui  venuta.
Io, lei, la me che ha pensato quelle parole va nello
stesso posto. Non c' altro che la solita me, adesso, e lei
non pensa. Non vede niente, lei. Solo guarda attraverso
quel vecchio buco della serratura. Vede solo il ragazzo
pi malvagio che  mai vissuto.
Anno dopo anno, si  fatto cos. Io vedevo come veniva
su, lui. Certo, non ha fatto niente per tanto tanto tempo.
Ha aspettato che diventato grande e forte. Ma io vedevo
bene che veniva cos. Lui faceva vedere questo. Lui
gentile e educato sempre, ma faceva vedere questo: faceva
capire a voi che cosa dovevate aspettare. In faccia,
lo sventolava.
"S, madre" ha detto. "Puoi rispondere alla mia domanda?"
"Vai via" ho detto. "Come posso? Io... me..."
"S, certo" ha detto. "Naturalmente non puoi. Non  un
argomento su cui si possa consigliare un altro, no? E
l'individuo coinvolto che deve prendere una decisione.
Grazie, grazie tanto, madre. Non posso dirti quale conforto
sia stato parlare con te dei miei problemi. Ora mi
sembri un po' stanca, per cui forse farei meglio a..."
Si  alzato. Ha messo un ginocchio sul letto e ha cominciato
a piegarsi verso di me. Sorridendo con quei bei denti
bianchi, guardandomi con quei dolci occhi scuri. E...
Sapevo che succedeva, allora. Lui sempre giocato con
questo, lui sempre gentile e educato e adesso stava per
fare questo. Qualcosa malvagio. Cattivo. Doveva fare
questo, perch non poteva fare altro. Non potevo pensare
ad altro, io. Solo quel piccolo buco della serratura.
Non sapevo cosa potevo fare. Casa molto grande e io
grido a pieni polmoni e lui non sente me. Poi non posso
gridare, ho troppa paura. Non posso fare niente. Posso
solo aspettare e sperare che lui non  troppo malvagio.
Non pi che io posso sopportare.
Non posso muovere me. Sento che sono come di ghiaccio,
io, tutta rigida e fredda. Non vedo niente, io, quasi.
Solo una cosa bianca che si muove verso me, verso la mia
faccia. Poi non vedo pi niente. Solo sento qualcosa, qualche
cosa come morbida e calda, sulla mia fronte.
Va via. Io riesco aprire miei occhi e lui  in piedi di
nuovo. "Buonanotte, madre" ha detto. "Spero che dorma
bene. E ti prego, non ti preoccupare. Dopotutto, non c'
nulla di cui preoccuparsi davvero, no?"
Lui sta l e sorride e io penso lui adesso salta su di me.
Fino adesso lui ha fatto finta, ma ora lo fa. Non pu spaventare
me pi di cos, allora lo fa.
Si volta e va via. Chiude la porta proprio in modo
gentile. Ma io, a me non mi inganna. Non esco dove lui
forse  nascosto e aspetta. Pronto a balzare.
Perch lui fa cos se non ha qualche cosa in mente?
Perch parla tanto? Perch chiama me madre e cos educato
e mi d bacio della buonanotte?
Uhh. Io conosco questo ragazzo. Ho visto malvagit
venire su lui, tanto tanto tempo fa. Lui ha qualcosa in testa.
Lui vuole prendere me.
Sento lui che apre porta davanti. Sento che chiude.
Sento che accende sua macchina. Va via.
E improvvisamente metto le mani su mia faccia e piango. Perch lui non ha preso me e non pu prendere me. Lui o nessun altro.
Non c' niente da prendere.
...
.
...
8. Luane Devore.
...
.
...
 un luned sera. Il padiglione  chiuso di luned, ma naturalmente Ralph ha da fare, l. O da qualche altra parte.
Sono passate da poco le otto, si  appena fatto scuro.
Ho sentito la porta davanti aprirsi, piano piano.
Non ho sentito l'auto di Ralph, ma naturalmente ho
pensato che fosse lui. La casa  ben isolata. Se fosse passato
per il vecchio cancello sul retro, come fa qualche
volta, non avrei sentito il motore.
Mi sono rigirata un poco nel letto. Ho aspettato un secondo,
ascoltando, e poi l'ho chiamato: "Ralph?"
Non c' stata risposta. L'ho chiamato ancora e di nuovo
non ha risposto nessuno. Mi sono costretta a sorridere,
insinuando nella mia voce una risatina.
Ralph  un tale tormento, sapete. Sempre l a fare dei
piccoli scherzi, per farti ridere. Suppongo che ai pi sembri
piuttosto rigido e ottuso, ma invece  davvero divertente,
con quel suo modo da bambino un po' sciocco: viene
voglia di prenderlo in braccio e fargli le coccole.
Oh s, posso capire perch attrae le donne. Non  solo per il suo bell'aspetto, per la sua giovinezza.  soprattutto
perch stare con lui fa piacere. Perch  cos divertente e dolce e semplice e...
"Ralph!" ho chiamato. "Rispondimi, adesso, cattivo che sei. Se no, Luane si arrabbier molto."
Non ha risposto. Quell'uomo, chiunque fosse, non ha risposto. Ma ho sentito scricchiolare il pavimento. Ho sentito degli scricchiolii che si avvicinavano, salendo su per le scale.
Non dei passi. Solo degli scricchiolii. Dei suoni. Niente che potessi identificare.
Ho chiamato un'altra volta. Poi, ho allungato i piedi fuori dal letto e... e sono rimasta cos, senza muovermi.
Mezza paralizzata dalla paura. Non avrei potuto far niente, anche se non fossi stata cos sconvolta.
Il telefono era guasto. E lui, quella persona, senza dubbio lo sapeva. Era inutile gridare. Se avessi chiuso la porta, be', avrebbe potuto forzarla. E poi sarei rimasta chiusa in trappola, qui, in questa stanza piena di roba, con ancora meno speranze di salvezza.
Mi sono alzata e mi sono mossa a passi incerti verso la porta. Ho esitato, ho passato lentamente in rassegna la stanza con lo sguardo. E all'improvviso mi sono sentita quasi calma.
Salvami!, ho pensato. Salvami.
Ora certamente avrei saputo cosa fare.
Kossy era venuto a trovarmi la prima domenica della stagione. Lo avevo chiamato io, facendogli capire che c'era qualcosa di cui avrei voluto parlargli quando avesse avuto un po' di tempo: con comodo, naturalmente. E lui era venuto subito. Non lo aveva fatto per me, certo. Trovatemi uno di quelli che faccia qualcosa per voi, se non c' un dollaro in vista. Probabilmente aveva pensato che ci sarebbe stato Ralph e che avrebbe potuto portarsi via un mucchio di uova e frutta e verdura gratis.
Oh be'. Suppongo di esagerare un po'. Kossy non sembra davvero pensare ai soldi: ti tratta sempre nello stesso modo, che tu gli paghi o meno un pingue onorario. E suppongo che la mia telefonata fosse suonata piuttosto urgente. Ma...
Ma perch dovrebbe preoccuparsi dei soldi? Io non lo farei, se ne avessi tanti quanti ne ha lui. E perch avrebbe dovuto trattar male una povera donna malata e abbandonata da tutti? Solo perch sembrava un po' agitata?
Era stato molto cattivo e scortese. Di solito non lo .
Cos, appena avevo capito che non c'era niente di cui
preoccuparmi, gli avevo ordinato di uscire da casa mia.
Avrei dovuto farlo da tempo, perch ho sentito brutte
storie su di lui. Pare che abbia imbrogliato parecchie
persone, spolpandole fino all'osso. Non ricordo chi me
l'ha detto, ma  una voce che corre, in citt. E di solito non c' fumo senza arrosto.
In ogni modo, non solo mi aveva insultato, ma mi
aveva anche dato un pessimo consiglio. Perch, di sicuro,
avevo di che preoccuparmi. E lui mi aveva provvisoriamente
convinto, contro la mia volont, che non era
vero. Ma avevo ragione io. La stagione era cominciata
solo da due giorni e io l'avevo gi capito, da come Ralph
parlava e si comportava, dall'aria che aveva. Ed era solo l'inizio.
Era tornato a casa tardi, quella sera. Pi tardi del solito,
dovrei dire, perch normalmente sta fuori finch ha
qualcosa da fare. Ma io di giorno dormo parecchio, cos ero sveglia.
Mi aveva preparato qualcosa e aveva detto d'essere
troppo stanco per mangiare. Sarebbe andato subito a
letto. In effetti, era stato piuttosto ostinato in proposito.
Ma io avevo protestato un po e cos c'eravamo messi a parlare.
Lo avevo studiato, ascoltando quello che diceva e notando
quello che non diceva. Avevo cominciato a preoccuparmi.
A spaventarmi davvero.
Praticamente, quella notte non avevo chiuso occhio.
Praticamente non ho pi chiuso occhio. Perch Ralph
non  pi tornato quello che era prima, ha continuato per la sua strada.
Alla fine della settimana ero ridotta al punto che non
riuscivo quasi pi a pensare. Stavo per chiamare Kossy,
ma non ne avevo avuto bisogno: era venuto lui a trovarmi.
Avrei dovuto immaginarlo, naturalmente. Figurarsi
se si sarebbe lasciato sfuggire qualcosa di buono. Probabilmente
stava ideando i suoi piani per far fuori tutta la propriet.
In ogni caso, aveva tutto l'interesse a non venire. Sapeva
che cosa avrei potuto fare, se avessi saputo. Fino
ad allora non avevo mai detto una parola su di lui, non
una sola parola, in pratica, ma se si metteva a comportarsi
in quel modo meschino avevo ben il diritto di difendermi, no?
Avevo pianto un po' e gli avevo raccontato di Ralph.
Lui era stato seduto, guardandomi come se fossi una
strana specie di animale, invece di una povera vecchia
malata, abbandonata da tutti, che aveva bisogno di conforto
e di simpatia. E alla fine aveva esclamato "maledizione".
"Kossy, caro" gli avevo detto. "Ti ho chiesto tante volte,
per piacere, di non usare certe espr..."
"Ti dir io che cosa non user" aveva risposto. "Non
user mai pi una parola che tu non abbia usato diecimila
volte. Non avrei dovuto preoccuparmi di te, tanto
per cominciare, ma finch..."
"D'accordo, Kossy caro" avevo ribattuto. "Sono solo
una vecchia signora. Non posso impedirtelo, se insisti."
"Luane, per amor di Dio! Ah, dannazione," e s'era
messo a gesticolare "lascia perdere. Fammi vedere se ho
capito bene. Ralph vede questa ragazza tutte le sere; ne
sei sicura. Ma non va a letto con lei. E tu sei angosciata
perch non ci va."
Avevo detto di no, che Ralph non era pi lui. "Lo 
sempre stato, prima. E...  sempre stato onesto con me...
prima... tornava a casa e mi raccontava tutto."
"Ma... ma..." aveva agitato di nuovo le mani. "Vuoi dire
che per te cos va bene? Vuoi davvero che vada con
tutte quelle ragazze?"
"B... Be', non  proprio che lo voglia. Ma non sarebbe
giusto impedirglielo perch... perch io... be', capisci... E
finch lui mi racconta..."
Mi aveva rivolto un'occhiata strana, come se avesse
un po' di nausea. Aveva detto qualcosa a proposito di
come, s, di come capiva che la cosa mi potesse piacere.
"Be', lascia perdere" aveva ripreso. "Ci ho pensato solo
per un momento, ma credo d'aver afferrato l'idea.
Con quella tipa Ralph fa il gioco pulito. Dal tuo punto
di vista, vuol dire che l'ama. E se poi torna a essere quello di prima e si rimette a caccia di quello che cerca sempre,
allora cosa succede, eh?"
"Per favore," l'avevo pregato "non scherzare su queste
cose, Kossy."
"Okay" aveva alzato le spalle. "Diciamo che l'ama. Diciamo
che continuer ad amarla. E a te l'idea non piace,
naturalmente. Ma questo non vuol dire che ha deciso
d'ucciderti."
"Ma s, invece! Voglio dire, potrebbe. Io... be'..."
"Be'?" Mi aveva guardato con aria arcigna. "Di nuovo?
Mi sembra di ricordare che ne avevamo gi parlato l'altra
volta. Ralph potrebbe ottenere il divorzio. Potrebbe
semplicemente prender su e andarsene. Eravamo d'accordo,
su questo."
"Be', suppongo di s... voglio dire, so che potrebbe.
Ma... ma..."
"Ma che?"
Mi aveva guardato fisso. Lui... e questo dimostra che
razza d'imbroglione sia. Le persone oneste muovono gli
occhi da una parte e dall'altra. Non hanno sensi di colpa
e non hanno bisogno di fissare la gente in quel modo.
Sono solo gli imbroglioni che lo fanno.
"Okay" aveva detto. "Se hai qualcosa in mente, va'
avanti. Io non c'entro."
"Ma no" avevo insistito. "...  solo che quando ti ho
parlato, l'altro giorno, non sapevo che fosse cos preso
da quella ragazza. E..."
"E ora lo sai. E lui pu sempre prender su e andarsene
o chiedere il divorzio, per cui non c' motivo di considerarlo
un futuro assassino."
"Io... be', ecco che cosa penso" avevo spiegato. "La stagione
finir tra un paio di mesi, e naturalmente la ragazza
se ne andr. Cos, qualsiasi... se Ralph ha qualcosa in
mente, dovr farlo allora. E... e..."
Kossy aveva aspettato un momento. Poi aveva sogghignato
e aveva preso il cappello.
"No!" avevo esclamato. "Sto cercando di dirtelo, Kossy...
Dopotutto, non  facile per me parlare cos di Ralph,
pensare al motivo per cui mio marito po... potrebbe..."
"Be', certo." Si era schiarito la gola, a disagio. "Immagino
che non lo sia. Ma..."
"Ma c' un motivo per cui potrebbe, Kossy. La propriet
non vale pi come una volta, ma ci si potrebbero ancora
fare cinque o seimila dollari, forse persino dieci. E
se Ralph avesse bisogno di soldi, se fosse cos malvagio
ed egoista da non poter aspettare fino alla mia morte..."
Gli occhi di Kossy si erano ridotti a due fessure. Poi
aveva annuito, lentamente.
"S, potrebbe darsi. Dal punto di vista di Ralph, sarebbe
un mucchio di soldi, soprattutto adesso che ha avuto
tutti quei guai con il lavoro. Immagino che non servirebbe
a niente farti notare che, se Ralph ha in mente
qualcosa, in parte  per colpa tua."
"No! Non ho detto una sola parola su nessuno, io. In
ogni caso, Ralph non d la colpa a me, sa che non ho detto
neanche la met di quello che potrei e..."
"Okay, okay" aveva sospirato Kossy. "Lascia perdere.
Ralph vuole ucciderti, forse. Ha due motivi: avere via libera
con la ragazza e incassare quello che resta della
propriet. Dunque, la situazione  questa. Cosa vuoi che faccia?"
"Be', io..."
Io non lo sapevo. Come potevo sapere cosa fare? Era
il suo lavoro, quello. Ed era stato ben pagato, per quello.
In effetti non l'avevo mai sorpreso con le mani nel
sacco, ma c'era stato un gran parlare quando...
"Pensaci su" aveva suggerito. "Guarda come si mettono
le cose e ne riparliamo tra qualche giorno. Intanto,
vorrei dirti qualcosa su quelle bugie che racconti... zitta!
Non interrompermi!... e vorrei che mi stessi a sentire. Se..."
"Ma..."
"Tu hai ottime probabilit di finire ammazzata" aveva
sentenziato. "Sono serio, Luane.  la legge delle probabilit.
Hai fatto s che abbastanza gente ti voglia morta,
in pratica tutta la dannata citt, e presto o tardi qualcuno
si decider a farlo. Per cui smettila, capito? Meglio
ancora, vedi se puoi rimediare a qualcosa. Provaci.
Ammetti di aver mentito, chiedi scusa a quelli a cui hai
fatto del male. Usa quel telefono per combinare qualcosa di buono, tanto per cambiare."
Be', naturalmente non avevo nessuna intenzione di
fare una cosa del genere. Tanto per cominciare, non avevo
mai detto niente. Lui era soltanto irritato per quelle
due o tre innocue storielle che avevo raccontato su di lui.
In secondo luogo, quello che avevo detto era la verit
pura e semplice e pensavo che se qualcuno tanto vile
avesse voluto fare del male a una persona perch diceva
la verit, be', ormai lo avrebbe gi fatto. E poi che cosa
potevo fare per tutto il giorno? Restarmene assorta in
preghiera? Starmene sdraiata come un pezzo di legno
senza poter fare neanche un'innocua chiacchierata con qualcuno?
Avevo cercato di spiegare a Kossy quanto la sua idea
fosse ridicola. Ma provate a dire qualcosa a quell'uomo!
Mi aveva guardato, senza ascoltare davvero quel che dicevo,
e poi aveva sospirato e scosso la testa.
"Okay, forse non ne puoi fare a meno" aveva concluso.
"Non te la prendere: ci vediamo tra qualche giorno."
Dopo la sua partenza, ho iniziato a essere un po' preoccupata.
Voglio dire, all'idea che qualcun altro, oltre a
Ralph, volesse uccidermi. Poi mi sono limitata a scacciare
il pensiero, o quasi, perch uno non si pu preoccupare
pi di tanto e io avevo gi raggiunto il limite con Ralph.
In realt, non avevo detto tutto a Kossy. Non gli avevo detto la cosa pi importante.
Lui  tornato, alla fine della settimana. Ha continuato
a venire da me, settimana dopo settimana, l'ultima
volta proprio questa mattina, ma non mi  mai servito a
niente. Certamente non potevo fare le sciocchezze che lui voleva che facessi.
Ralph, in fondo, non aveva n fatto n detto qualcosa
di particolare. Era diverso da prima, certo, ma non in un
modo preciso. Apparentemente, sembrava gentile e
premuroso come prima, per cui come avrei potuto farlo
mettere sotto sorveglianza? Non potevo, ovviamente.
Non l'avrei fatto neanche se avessi avuto un motivo
concreto, perch questo avrebbe reso tutto definitivo.
Avrebbe portato al confronto finale, avrebbe distrutto in
me l'ultimo spiraglio di speranza. E sarebbe successa la
stessa cosa se gli avessi fatto parlare da Kossy. O dalle autorit della contea.
Ralph non sarebbe pi stato triste per me. Non avrebbe
pi avuto piet di me. Avrebbe continuato per la sua
strada, e avrebbe fatto quello che aveva deciso di fare...
quello che finora non aveva avuto il coraggio di fare.
Come vedete, Kossy non mi  stato di nessuna utilit.
E nessun altro. Sono qui, povera vecchia malata abbandonata
da tutti, e non posso neanche chiedere aiuto al mio avvocato, un uomo che mi ha rubato migliaia di dollari.
Quello stupido omiciattolo mi ha persino portato una pistola e voleva che la tenessi. Mi sono rifiutata persino di toccarla.
"Oh no, no di certo" ho obiettato. "Le pistole sono pericolose.
Ci si pu fare del male, incidentalmente o di proposito. Se Ralph, o chiunque altro, scoprisse che ne ho una, organizzerebbe subito un incidente mortale."
"Ma dannazione, Luane" ha detto. "Cosa diavolo puoi fare? Cosa posso fare, per te? Tienila, mettila in un posto a portata di mano. E se qualcuno ti aggredisce, usala."
"Cosa? Mi stai suggerendo di sparare a qualcuno?
Co... come osi, Kossy? Che tipo di donna pensi che sia?"
"Dio" ha quasi gridato. "Non so perch diavolo non ti ammazzo io."
Dopo aver urlato qualche altra cosa cattiva e sgradevole, se n' andato sbattendo la porta.
 tornato per l'ultima volta questa mattina.
Ha detto che secondo lui dovrei temere altre persone
pi di Ralph. Poi, quando gli ho detto che non sapeva
neanche di che cosa stava parlando, ha cominciato a essere sgradevole. E indiscreto.
"Sai, Luane" ha detto. "Pi ci penso, meno riesco a immaginare Ralph che commette un omicidio per le poche migliaia di dollari che questa propriet potrebbe rendergli.  difficile, per me, pensare a lui come a un assassino, e per quella cifra non riesco proprio a immaginarmelo."
"Be', ti sbagli" ho ribattuto. "Per un uomo come Ralph, che non ha mai posseduto niente..."
"Uh-uh. Proprio perch  cos cauto, prudente: Ralph
non scommetterebbe che il sole spunta a est, se non per
mille a uno. Non correrebbe il rischio, se non per qualcosa
di grosso. Lui... no, no, aspetta un minuto. Pensa un
momento a Ralph. E da vent'anni che fa il tuttofare in
citt. Lavora per un mucchio di gente piena di quattrini,
gente che quasi ci resta male se non gli scassinano la
casa. Ma Ralph ha mai fatto qualcosa? Ha mai gonfiato
un conto, o intascato un oggetto, o rubato un po' di benzina
o fatto uno qualsiasi dei giochetti che farebbero tutti
nella sua posizione? Mai. In tutti questi anni non ha..."
"Oh, s. 'L'ha fatto. Come credi che si sia procurato
quella macchina, dicendo le preghiere?"
"Non se l' procurata uccidendo qualcuno. O correndo
un rischio vero e proprio. In tutti questi anni, ha fatto
soltanto un giochetto, uno sicuro al cento per cento, e
per una bella macchina." Kossy ha scosso lentamente la
testa e mi ha rivolto quel sorriso cattivo, con gli occhi
socchiusi. "Chi vuoi prendere in giro, sorella? Sai fin
troppo bene che Ralph non ti ucciderebbe mai per questa
propriet. Se lo pensassi davvero, non avresti che da cedergliela."
"No, non lo farei" ho gridato. "Non servirebbe a fermarlo.
Sarebbe solo come spingerlo nelle braccia di quella ragazza!"
"Be'?" ha chiesto, alzando le spalle. "Che alternativa
hai? E che alternativa ha avuto Ralph? Come te la
caveresti, se restasse con te?"
"Ce la passeremmo benissimo! Staremmo... uh..."
"S? Cosa fareste? Cosa fareste, maledizione?"
"Noi... noi... ma lasciami in pace!" ho urlato. "Smettila!
Sei... sei odioso e malvagio come... come..." Poi non ce l'ho
fatta pi e ho cominciato a piangere nonostante sia
poco dignitoso e malgrado odi le donne piagnucolose.
Probabilmente  cos che quella ragazza domina
Ralph, piagnucolando a ogni momento; facendolo sentire
colpevole. Ralph ha tanto buon cuore, sapete. Non
pu sopportare l'idea che qualcuno sia infelice, non pu
permettere che uno lo sia. E non si pu essere infelici
quando c' lui. E cos divertente, cos dolce e ridicolo allo
stesso tempo e...
Almeno lo era, l'odiosa e malvagia creatura! Anche
questa mattina si  comportato pi o meno come una
volta. Faceva solo finta, naturalmente, ma quasi lo dimenticavo
e... be', era bello.
"Forza, Luane" ha detto Kossy. "Prendila."
"Non... non posso" ho risposto. "Non so di che cosa
parli. Lasciami in pace, creatura odiosa e malvagia!"
"Guarda, Luane..." Mi ha messo una mano sulla spalla
e io l'ho allontanata. "Non capisci, cara? Non capisci
che non puoi tenere Ralph chiuso in trappola senza restare
in trappola anche tu? Certo che lo capisci. Per questo
sei cos spaventata, e hai tutto il diritto di esserlo. Lascialo
andare, Luane. Lascialo uscire dal vicolo cieco in
cui l'hai cacciato. Se non..."
"K... Kossy" ho piagnucolato. "Kossy c... caro, tu non
pensi davvero che lo farebbe, vero? Hai d... detto che
non lo farebbe, vero? Che non riesci a v... vederlo ucci..."
"Dio!" Si  dato una manata sulla fronte. "Oh, Dio!
Dimmi con che cosa lo stai tenendo sotto pressione! Devo
saperlo, non capisci?"
"S... so... voglio dire, non posso!" ho balbettato. "Non
c' niente e... e non osare dire che c' qualcosa! Non osare
dire a nessuno che c', che io..."
Lui ha sospirato e s' alzato. Ha detto qualcosa sul fatto
che io sono sua cliente, che Dio lo aiuti, qualsiasi cosa
volesse dire: probabilmente che non sarebbe stato corretto,
per lui, riferire qualcosa su di me. Non che questo
glielo impedirebbe, naturalmente. Lui parla sempre, dice
sempre delle orribili cose su di me. Ogni volta che viene
qui, se ne va sghignazzando e racconta in giro quanto
sono vecchia e brutta.
In ogni caso, certamente lui non sa niente. Continua
a contraddirsi, a dire una cosa un minuto e un'altra un
minuto dopo.
Prima dice che Ralph non mi ucciderebbe mai, poi sostiene
il contrario. Dice che Ralph non lo farebbe, ma che
ce ne sono moltissimi altri disposti a farlo. E se questo
non prova che  matto, che cosa pu farlo? Uccidere me...
quell'ammasso di vili serpenti striscianti e menzogneri!
Non ne sono capaci. Non ne hanno il motivo. Non gli ho
mai fatto niente di male, io.
Non ho mai fatto niente di male a nessuno, e meno che tutti a Ralph, ma adesso...
Adesso!
...Ralph?  Ralph sulle scale?
Ma perch non mi risponde? Cosa ci guadagna a non rispondermi? Perch si comporta cos, se vuole...
Vuole farmi uscire da qui? Forse non dovrei. Ma se no... Deve essere qualcun altro. Non avrebbe senso, per Ralph, comportarsi cos. Ma qualcun altro... perch lui, lei... dovrebbe... Hanno paura? Sono incerti? Non hanno deciso ancora?
Aspettano di vedere che cosa faccio io? Cercano di farmi uscire dalla stanza... come farebbe Ralph se...?
Se solo sapessi, potrei salvarmi. Se sapessi chi ... prima che lui o lei si decida... potrei salvarmi.
Se... se uscissi. Se non uscissi.
Salvami, ho pregato. Salvami,  tutto quello che ti chiedo.  tutto quello che ti ho sempre chiesto. E non  troppo, no?
Sono uscita.
E ho visto chi era.
...
.
...
9. Danny Lee.
...
.
...
Nonostante sia d'umile condizione, sono nata da
un'antica e rispettabile famiglia del Sud, che discendeva
direttamente da Robert E. Lee, quell'antico e fiero
guerriero del Sud, e viveva in un rispettabile villaggio
del Sud di cui non posso qui fare il nome. Poi, quando
ero appena una bambina, amai incautamente, e il mio
vecchio padre orgoglioso, in una triste notte, mi scacci
mentre la tempesta infuriava. Cos, andai nella grande
citt, dove nuovamente mi ritrovai in trappola. Non che
abbia fatto davvero qualcosa di male: non ripetei mai
quel primo fatale errore. Ma c'era quel posto in cui lavoravo,
in cui si servivano le bevande e in cui, se si sapeva
un poco ballare o cantare o qualcosa del genere, si poteva
tenere ci che i clienti ti davano. E una notte un direttore
d'orchestra ne varc la soglia e io innocentemente
accondiscesi ad accompagnarlo nella sua stanza. Non
avevo la minima idea dei suoi progetti diabolici. Andai
solo perch provavo pena per lui e dovevo mandare
qualcosa alla mia vecchia madre invalida e ai miei due fratelli e...
Oh no, non l'ho fatto. Non  vero niente.
Non ho n madre n fratelli e neanche una famiglia,
tranne mio padre, il quale non so proprio di cosa debba
essere orgoglioso. L'ultima volta che ho avuto sue notizie
era in galera nella nostra citt per contrabbando d'alcol.
Aveva un piccolo ristorante, un autentico buco. Io servivo
da bere ai clienti, e due o tre volte, quando era uno
che mi piaceva o quando semplicemente dovevo comprarmi
qualcosa da mettere se non volevo andare in giro
nuda, gli permettevo quel-che-sapete. Alla fine mi
beccai una cosa da uno di loro. Pa' mi disse che, se sapevo
come beccarmelo, dovevo sapere anche come farmelo passare, per cui rubai dieci dollari che teneva nascosti
e andai in un posto vicino a Fort Worth.
Non potevo cercare un impiego in un ristorante, che
era l'unico lavoro che conoscevo, perch non avevo un
certificato sanitario e naturalmente non potevo chiederne
uno finch non mi fosse passata l'infezione. Per cui,
al verde com'ero, senza neanche i soldi per una stanza,
sembrava proprio che fossi ridotta male.
Ho detto che sembrava. Perch in realt il fatto di non
avere i soldi per la stanza si rivel una fortuna. Altrimenti
non sarei finita in quel locale, per riposarmi un attimo
e cercare di pensare un po'.
C'erano quattro ragazze sul palco. Piuttosto vecchiotte,
mi sembr. Non mi pareva che sapessero cantare la
met di quel che sapevo cantare io e quanto a ballare,
be', si limitavano a dimenarsi. Le guardai e le ascoltai
per un po'. Alla fine, trovai la forza di andare dal direttore
e chiedergli un lavoro.
Mi port nel suo ufficio. Io cantai e feci qualche mossa
per lui e lui disse che andava bene, ma al momento
non aveva lavoro disponibile. Poi ammicc e mi chiese
che ne dicevo, capite, no?, e che c'erano dieci dollari facili
facili. Gli dissi che non potevo. Me ne offr venti e gli
dissi ancora di no. E gli dissi anche perch, perch se no
sarebbe stato uno scherzo troppo sporco. Lui apprezz
molto la cosa. Disse che la maggior parte delle ragazze
nella mia situazione avrebbe preso i soldi e che non gliene
sarebbe fregato niente d'infettare qualche povero
figlio di puttana (sono le sue precise parole e le ripeto solo perch voglio dire tutta la verit senza tralasciare
niente. Nulla di pi di quanto ho da dire. Io non uso
quel genere di linguaggio.)
Apprezz la mia rivelazione, al punto che alla fine mi
diede un lavoro. Dovette licenziare un'altra ragazza, per
farlo, e naturalmente gli dispiaceva. Ma lei era davvero
troppo vecchia per lavorare. Glielo dissi, quando cominci
a imprecare contro di me, e la smise subito.
Subito dopo, appena preso il primo stipendio, mi feci
vedere da un dottore. Lui mi guar in fretta e da allora le
cose andarono abbastanza bene. Per un po', almeno. Gli
uomini che venivano allo spettacolo - non si vedeva mai
una donna - mi apprezzavano: cominciavano ad applaudire,
a fischiare e a gridare il mio nome gi quando
le altre ragazze facevano il loro numero. Poi, quando salivo
sul palco, non volevano pi lasciarmi andare. Erano
davvero pazzi di me, anche se non toccherebbe a me dirlo,
e non saprei proprio quanti abbiano tentato di farsi
dare un appuntamento. Se fossi stata disposta a fare
quel-che-sapete per soldi, come facevano a farlo delle altre
ragazze, avrei avuto chiss quante occasioni. Non
avrei dovuto tenermi a stecchetto come facevo, perch il
direttore era uno che ai soldi ci stava attento. Eppure non
lo feci mai. Neanche una volta, nonostante ne fossi tentata.
Ricordo una volta, quando avevo un gran bisogno di
scarpe nuove e ne vidi un paio assolutamente delizioso
in una vetrina, scontate da ventitr e novantanove a
quattordici e novantotto. Era un vero affare e non potevo
farmelo scappare. Pensavo che sarei morta, se non
avessi avuto quelle scarpe. E mentre me ne stavo l a
guardarle pass uno che veniva sempre allo spettacolo e
si offr di comprarmele. Ma io rifiutai. Esitai un momento,
ma rifiutai.
Il mio vero nome  Agnes Turile, ma l'ho cambiato
quando ho cominciato a lavorare allo spettacolo. Avevo
intenzione di scegliermene uno insolito, come Dolores
Du Bois. Ma le altre ragazze si facevano gi chiamare
Fanchon Rose e Charlotte Montclair e cos via, per cui
avevo deciso di restare sul semplice. Mi sembrava meglio,
capite. Si notava di pi. E poi, se avessi avuto lo
stesso tipo di nome delle altre, la gente avrebbe pensato
che ero una donna da poco come loro.
Ero nello spettacolo da circa sei mesi, quando la polizia
fece un'irruzione e chiuse il locale. Il proprietario si
becc una bella multa e dovette lasciare la citt. Le altre
ragazze tornarono a fare quello che facevano prima, cio
quel-che-sapete. Io non sapevo proprio dove andare.
Mi sembrava che rimettersi a fare la cameriera sarebbe
stato una specie di passo indietro. Non c' niente di
male a fare la cameriera, naturalmente, ma lo stipendio
 scarso e il lavoro  duro. E in considerazione della mia
esperienza, sentivo che dovevo, semplicemente dovevo,
avere qualcosa di pi. Ero proprio cos, allora, voglio
dire un'inguaribile ambiziosa. Disposta praticamente a
tutto per essere una cantante famosa o qualcosa del genere.
Ora la penso proprio al contrario. Innanzitutto
non sono una gran cantante e non lo sar mai, come dice
Rags McGuire. In secondo luogo, non m'interessa
pi. Tutto ci che voglio, adesso,  stare con Ralph, sempre
e per sempre; e, perdiana, ci riuscir e...
Ma di questo parler poi.
Non avevo soldi per andare da qualche altra parte e
non c'erano lavori che mi interessassero a Fort Worth. O
meglio, ce n'era un paio, naturalmente, ma non potevo
ottenerli. Tutti gli artisti venivano da agenzie di New
York, per cui non avevo nessuna possibilit, anche se
avessi avuto l'esperienza, la presenza e l'abbigliamento.
Ero abbastanza spaventosa, allora, suppongo. E non dico
solo la mia voce. Cercavo di vestir bene senza essere
volgare e di stare attenta al trucco e di parlare un buon
inglese, ma tentare non basta quando non si hanno i soldi
e non si  sicuri di che cosa si cerca di essere.
In realt, non posso davvero biasimare Ralph se ha
pensato che fossi quello che non ero.
Lavoravo in una birreria all'aperto, quando l'ho conosciuto.
Non era un gran posto e non era un vero e proprio
lavoro. Mi limitavo a starmene l, come parecchie
altre ragazze: mi tenevo i soldi che i clienti mi davano
per bere con loro e avevo una percentuale su quello che
ordinavano. Un paio di volte a sera cantavo qualcosa. E
io e quelli del complesso ci dividevamo le monetine che
i clienti gettavano sul palco.
Una sera Rags entr nel locale, e una cameriera mi disse
che era uno che spendeva. Andai al suo tavolo. Non
sapevo chi fosse, allora, ovvero quasi il pi grande jazzista
di tutti i tempi. Pensavo solo, capite, che se spargeva
tutti quei quattrini in giro, qualcuno avrei potuto intercettarlo
io. E aveva un'aria piuttosto interessante, anche.
Immagino di avere sbagliato praticamente tutto, con
lui. Ho rovinato tutto e non solo quella sera, ma anche il
giorno dopo, quando mi ha fatto fare un provino e poi
mi ha offerto un contratto. Io... io non so bene. Sono ancora
a disagio, quando ci penso. Ma so che non ho agito
in quel modo solo per i soldi. Volevo fare carriera, naturalmente,
ma soprattutto volevo fargli piacere. Pensavo
di fare quello che lui voleva che facessi e lui sembrava cos
terribilmente infelice all'idea che mi sentissi in obbligo.
Ma...
Da allora mi ha sempre trattata male. Da allora per lui
sono stata sempre e solo spazzatura. Non mi ha lasciato
spiegare o tentare di rimettere le cose a posto. Ero solo
spazzatura e non mi avrebbe lasciato essere nient'altro.
Ho cercato di trovargli delle giustificazioni. Mi sono
detta che se io avessi avuto una famiglia come la sua e
se le fosse successa la cosa terribile che  successa alla
sua, anche se lui non lo ammette, be', allora sarei anch'io
piuttosto difficile da trattare. Ma, insomma, non si pu
continuare a trovare delle giustificazioni alla gente per
sempre. Se hanno semplicemente deciso di disprezzarti,
non ci puoi fare niente. Tutto ci che puoi fare  ricambiare
il loro disprezzo.
Rags ha fatto una sola cosa gentile per me, da quando
lavoro per lui. E stato quando siamo venuti qui e mi ha
presentato Ralph. Non voleva essere gentile, naturalmente.
Voleva farmi uno scherzo, dicendo che Ralph era
ricchissimo e cos via. Ma  stata la volta in cui Rags ha
avuto il fatto suo. Ralph mi ha detto la verit subito, quella
prima sera, e io gli ho detto la verit su di me. E invece
di arrabbiarci e di essere delusi l'uno dell'altra, come
Rags pensava che sarebbe successo, ci siamo innamorati.
Ralph era cos caro, quando mi parlava di s stesso.
Proprio come un bambino piccolo. Mentre parlava, avevo
una gran voglia di prenderlo tra le braccia e stringerlo a me. Non poteva pi vivere in questa citt, a quanto
pareva, perch tutti ce l'avevano con sua moglie. D'altro
canto, aveva vissuto qui per tutta la vita, e non avrebbe
saputo cosa fare da un'altra parte. Non da solo, voglio
dire. E l'idea che gli era venuta incontrando me era che...
Be', a questo punto era davvero confuso. Ma io avevo
capito quello che voleva dire, povero caro: non aveva
bisogno di esprimersi a parole perch lo comprendessi,
come non aveva bisogno di parole per certe altre
cose.
Mentre lui esitava, senza sapere bene come andare
avanti, gli diedi un colpetto sulla mano e gli dissi di non
preoccuparsi. Gli assicurai che ero tanto contenta che
avesse avuto una cos buona impressione di me, perch
anche a me lui piaceva davvero. Ma forse, se avesse saputo
la verit, avrebbe cambiato opinione.
Ma non ha cercato di farmi tacere, come avrebbero
fatto quasi tutti. Sapete, dicendomi di lasciar perdere,
che non importava. Si  limitato ad annuire, in un modo
grave, quasi paterno, e ha detto: "Davvero? Allora
forse farai meglio a raccontarmi tutto."
Gli ho raccontato tutto. Tutto quello che avevo da
raccontare, anche se posso aver dimenticato un paio di particolari.
Quando ebbi finito, aspett un minuto e poi mi
disse di andare avanti.
"And... andare avanti?" ho risposto. "Ma  tutto qui."
"Ma io pensavo che avessi fatto qualcosa di male" si
sorprese lui. "Qualcosa che potesse cambiare quello che
penso di te."
Be'...
Mi si annebbiarono gli occhi. Sentivo che tutta la faccia
mi si raggrinziva, come quella di una vecchia. Me ne
stavo seduta, con quella strana sensazione, senza sapere
che fare. E Ralph allora si sporse e mi fece appoggiare
la testa sul suo petto.
"Continua pure, tesoro" disse. "Piangi per tutto il tempo
che vuoi."
E io piansi e piansi e piansi. Sembrava che non potessi
smettere di piangere e Ralph mi ordin di non provarci
nemmeno. Cos piansi e piansi. E tutto ci che era in
me e che non faceva davvero parte di me, che non mi apparteneva
realmente, fu come lavato via. E mi sentii pulita
e in pace. E non ero mai stata tanto felice in tutta la
mia vita.
Ralph...
So che posso sembrare piuttosto sciocca quando comincio
a parlare di lui, ma non ne posso fare a meno. E
non me ne importa. Perch qualsiasi cosa possa dire di
lui, non  mai abbastanza. Per cominciare,  la persona
pi bella che abbiate mai visto. Molto pi bello di qualsiasi
attore del cinema... e state certi che prover a fargli
fare del cinema, quando saremo via da qui. Ma non  solo questo.  anche il pi simpatico, il pi gentile, il pi
comprensivo... insomma, il pi tutto.  una persona matura,
eppure  tremendamente infantile. Il pi meraviglioso
innamorato che una ragazza possa avere, ma anche
per certi versi un uomo paterno.
Da allora ci siamo visti tutte le sere. Abbiamo parlato
di quello che avremmo fatto, girando un po' intorno all'argomento.
Perch sembrava che ci restasse soltanto
una cosa da fare. E di argomenti del genere non si pu
parlare troppo.
S, quella vecchia gallina malvagia con cui era sposato
avrebbe potuto concedergli il divorzio, d'accordo.
Oppure lui poteva semplicemente andarsene, come gli
suggerivo io, e al diavolo il divorzio. Anche lei glielo
aveva fatto capire, anche se non esplicitamente. Il guaio
 che non gli avrebbe permesso di portar via i soldi, soldi
che gli appartenevano, che aveva guadagnato lui e
messo da parte dollaro dopo dollaro. Non gliene avrebbe
lasciato neanche la met. Li teneva tutti sotto il materasso
e aveva detto esplicitamente che per prenderli
avrebbero dovuto ucciderla.
Ralph aveva paura di farle causa. S, teneva una registrazione
dei suoi risparmi, aveva annotato quando e
quanto aveva messo via, ma questo non provava necessariamente
che il denaro gli appartenesse, no? Sua moglie
poteva avergli chiesto di tenere la registrazione per
lei. E comunque le cause non finiscono mai e gli unici a
guadagnarci qualcosa sono gli avvocati.
Da principio, avevo detto a Ralph di lasciare pure che
tenesse i soldi, quella vecchia strega. Ma Ralph non voleva:
servivano a noi, per avere qualcosa con cui cominciare.
E dopo alcune riflessioni, ho capito che non glielo
avrei permesso neanche se avesse voluto.
Erano i suoi soldi, no? Suoi e miei. Quando qualcosa
appartiene a uno, non glielo si pu portar via, e se uno
ci prova bisogna impedirglielo.
Dissi a Ralph che doveva decidersi a parlarle francamente,
invece di stare a tergiversare. Gli dissi che sarei
stata felicissima di parlarle io e che se non avessi concluso
niente almeno gliene avrei spiattellate due o tre belle
chiare, ma Ralph non la trov una buona idea. E suppongo
che avesse ragione.
Probabilmente lei avrebbe messo i soldi in banca e
avrebbe denunciato alla polizia che l'avevamo minacciata.
E cos, se fosse successo qualcosa, avrebbero saputo
dove cercare.
Mi spiacque tanto, la volta che dissi a Ralph qualcosa
del genere. Perch io ero perfettamente disposta a fare
quello che avevo detto e anche di pi. Ma parlarne poteva
sembrare un po' sconvolgente. Voglio dire, anche se
non fossi stata una donna, ma fossi stata, diciamo, Ralph
e avessi proposto una cosa del genere a me... oh, basta,
voi capite quello che voglio dire.
Era meglio lasciar stare le cose cos come stavano,
tranne che quella volta. Parlare di quello che doveva esser
fatto, ma senza parlarne davvero. Senza ammettere
che ne stavamo davvero parlando.
Facendo cos, capite, non avremmo esattamente saputo.
Non ci sarebbe stato niente in grado di metterci a
disagio l'uno nei riguardi dell'altra. Dopotutto, lei era
piuttosto vecchia e malata, e nessuno in citt la poteva
soffrire. E, insomma, potevano capitarle un mucchio di
cose, senza che c'entrassimo noi.
E nessuno di noi avrebbe avuto bisogno di sapere
niente, a meno che...
Passarono le settimane. Passarono veloci come giorni
e prima che ce ne rendessimo conto la stagione era praticamente
finita. E continuavamo a parlare e non era successo
niente.
Poi venne quel luned.
Il padiglione era chiuso, quella sera. Ralph aveva da
lavorare oltre l'orario abituale.
Non dovevamo vederci, dopo, perch avevo mal di
gola.
Non so esattamente come me l'ero preso. Forse dormendo
tra gli spifferi. In ogni caso, non era nulla di grave,
e se non fossi stata una cantante non mi sarei certo
presa la briga di chiamare un dottore.
Quando arriv, ero seduta sulla veranda. Lui mi
spennell qualcosa sulla gola, con un'aria un po' stanca
e nervosa, e poi mi chiese perch non ero in casa quando
aveva bussato la prima volta.
Mi ci sono voluti trenta minuti per trovare il villino
giusto, disse e alla fine, quando ci sono arrivato...
Mi spiace tanto, dottore risposi. Vede, stavo facendo
la doccia e mi ci  voluto un po' prima che la sentissi
chiamare e bussare al villino di fianco. Sono uscita appena
ho potuto, ma...
Mi guard per un momento con lo sguardo di chi non
capisce.
Poi sbatt gli occhi in modo buffo e fece schioccare le
dita. C... che cosa? chiese. Il villino di fianco?
Uh-uh.  vuoto: lo sono quasi tutti... Ma pensavo che
mi avesse visto, dottore. Sono corsa fuori sulla veranda
e l'ho chiamata, proprio mentre stava andando via con
la macchina e ho pensato che fosse venuto da me. Allora
ho pensato che avesse qualcosa da fare e che sarebbe
tornato pi tardi.
Be', certo disse. Adesso che la vedo alla luce, posso...
Era in vestaglia, e... uhm... aveva una cuffia da bagno
in testa, no?
Proprio cos confermai. In vestaglia e con una cuffia,
perch ero appena uscita dalla doccia. Immagino di
doverle essere sembrata piuttosto diversa da...
Neanche un po' disse con fermezza. Assolutamente.
L'avrei riconosciuta all'istante, se non fossi stato
cos convinto che era nell'altro villino. Vediamo, adesso...
che ora era, pi o meno?
Gli dissi che pensavo che fosse un po' dopo le otto.
Pi o meno attorno alle otto. Quando comincia a far
buio.
Ha ragione. Ha assolutamente ragione, signorina
Lee. Mi permetta di complimentarmi per la sua memoria.
Oh,  proprio gentile da parte sua, dottore ribattei.
Ma dopotutto perch non dovrei ricordare? Voglio dire,
una ragazza non pu dimenticare qualcosa che ha a
che fare con un signore distinto come lei.
Gli sorrisi, guardandolo da sotto le ciglia. Lui si compiacque
tutto, si schiar la gola e disse che ero una signorina
davvero gentile.
Lo ripet parecchie volte, mentre rimetteva in ordine
la sua valigetta. Disse che dovevo aver cura di me e che
quando avessi avuto bisogno di lui avrei dovuto chiamarlo,
senza preoccuparmi dell'ora.
Pensai che fosse terribilmente gentile. Un tipo distinto
e maturo, come Ralph. Mi chiese il permesso di fare una
telefonata, risposi s certamente e lui fece un numero.
Hank? disse. Sono Jim... Volevo solo dirti che va....
sai... va tutto bene... Mi sono ricordato dove... Voglio dire,
posso render conto esattamente del tempo. C' una
signorina che mi ha visto, ha riconosciuto l'automobile
e la mia voce e... Chi? Be', proprio lei. Quella di cui abbiamo
parlato. Lei... Cosa? Be'... s, suppongo sia vero.
Non ci avevo pensato, ma...
Io mi ero accostata alla porta, per educazione, perch
non sembrasse che stavo ascoltando, sapete. Lui si volt
e mi guard, con una specie di sguardo di disapprovazione,
continuando a parlare.
S, s, capisco. Naturalmente, se non fossi sicuro
che... se non ci fosse stato nessuno, nessuno mi avrebbe
visto, no? Ma... S, Hank. La penso proprio cos. D'altro
canto... Assolutamente. Era necessario. Non c' motivo
di vederla in un altro modo... Esattamente, Hank! E finch
le cose stanno cos, il caso... Giusto, giusto. Ci vediamo,
Hank...
Riattacc. Prese la valigetta, mi fece un piccolo inchino
ridicolo e si avvi in fretta alla porta. Sulla veranda
si ferm un momento e si volt, guardandomi in faccia.
Mi permetta di complimentarmi di nuovo disse.
Lei  molto intelligente, signorina Lee.
 davvero gentile risposi. E proprio un complimento...
da parte di un uomo intelligente come lei.
Gli rivolsi un altro sorrisino di sotto in su. Lui si volt
e se ne and.
Pensai che s'era comportato in modo un po' strano.
Mi chiesi se per caso credesse che non l'avessi visto davvero
la prima volta... perch in effetti non l'avevo visto.
L'avevo detto perch all'inizio era cos seccato e avevo
avuto paura che pensasse che non ero in casa quando
aveva bussato. Avevo visto soltanto la sua macchina che
se ne andava. O una macchina come la sua.
Oh, be'. Probabilmente mi immaginavo delle cose.
Dopotutto lui si ricordava perfettamente d'avermi visto
e allora perch avrebbe dovuto pensare che io non avessi
visto lui?
Mi truccai un po' e uscii sulla spiaggia. Mi sedetti voltando
le spalle all'oceano. Dopo un po' vidi accendersi
una luce nel villino di Rags McGuire. Andai a bussare
alla porta.
Era seduto sul bordo del letto e beveva dalla bottiglia.
Beve parecchio, da un po', ma il luned beve pi del solito.
Bene! esclam. Guarda un po' se non  la nostra
piccola Miss Tette, la ragazza con le tonsille placcate!
Come mai ti hanno lasciato uscire, tesoro? O non sei ancora
stata dentro?
Non so di che cosa stai parlando e non mi interessa
risposi. E tutto quello che voglio dirti  che me ne vado,
vecchio, sporco, odioso, malvagio...
Bastardo, puttaniere, figlio di puttana concluse.
Ora, siediti l da brava, tesoro, e io ci penser su. E intanto
tu mi dirai dov'eri verso le otto, stasera.
Non sono affari tuoi dissi. Sono stata nel mio villino
per tutta la serata. Avevo mal di gola e il medico 
venuto a visitarmi alle otto e di nuovo pochi minuti fa,
se la cosa ti interessa.
Spalanc gli occhi. Poi, all'improvviso, scoppi a ridere
e si diede una pacca sul ginocchio. Il dottor
Ashton? Oh, fratello! Voi due... tu e il dottor Ashton! La
cosa far impazzire un certo avvocatuccio che conosco.
Chi ci ha pensato, bambina, tu o il dottore?
Non ho la minima idea di che cosa stia parlando
dissi. Ma dal momento che sei cos curioso di sapere
dove ero io a una certa ora, potrei anche chiederti dov'eri
tu.
Smise di ridere. Appoggi la bottiglia sul pavimento
e si mise a guardarci dentro come se ci fosse qualcos'altro
oltre al whisky.
Non lo so disse. Non so dove fossi. Ma ero solo,
Danny. Da solo.
Il silenzio che segu fu orribile. L'unico rumore era
quello delle onde, che frusciavano, lambendo la sabbia.
Cominciai a sentire una sensazione strana in gola.
Stavo per dirgli che avrei continuato a lavorare per il resto
della stagione, le due ultime settimane, ma parl prima
lui.
Allora te ne vai, eh? Bene,  gi qualcosa.  una pausa
da te, se non altro.
Poi si alz e venne verso di me e mi prese la faccia tra
le mani. Non volevi dire una cosa del genere, Danny, e
non volevo dirla io. Inoltre, non voglio che tu te ne vada,
Danny. Ti voglio bene, Danny.
Si chin e mi baci sulla fronte.
Io sussurrai: Rags... Oh, D... Dio, Rags. Non...
Non potrei trattenerti pi a lungo continu. Non
potrei nemmeno pagarti, capisci? Ma penso che tu sia
una delle pi belle ragazze che abbia mai conosciuto e
una delle voci pi belle che abbia sentito. Avrei voluto
che tu continuassi a cantare: lo avrei proprio voluto. Ma
ora... ora so che non devi. Non funzionerebbe mai. Perch
l'unica cosa che conta  quello che uno ha, Danny, e
quello che uno ha  la musica, Danny, e se non  abbastanza...
Poi mi tolse le mani dal viso e me le fece scorrere lungo
le braccia. All'improvviso aggrott la fronte e mi diede
una scossa. La posizione! grid. Accidenti, quante
volte te lo devo dire! Hai due piedi, vero? Non sei un
caso di malformazione, vero? Bene, usali per stare dritta,
perdio.
Gli dissi che mi spiaceva. Mi misi nella posizione che
mi aveva indicato, quella che mi aveva insegnato ad assumere.
Bene disse. Proviamo. Canta Polvere di stelle. Se
riesci a incasinare anche quella... Be', cosa aspetti?
N... non posso! gridai. Oh, R... Rags, non...
Si mise le mani nei capelli. Va bene, vattene. Va' all'inferno!
No, aspetta un minuto. Siediti un momento,
qui vicino, accidenti. Ti far sentire Polvere di stelle cantata
come Dio comanda... quasi.
Mi sedetti accanto alla scrivania. Lui si mise sull'altra
sedia, prese il telefono e chiese un'interurbana con sua
moglie.
Quando arriv la comunicazione, tenne la cornetta
un po' scostata.
Ciao Janie disse. Come va? Come se la passano i
ragazzi? Non riuscivo a capire quello che lei rispondeva
perch erano come dei suoni, non delle parole. Una
specie di gracidio da papera.
Sono a letto, eh? Be',  giusto. Non starli a svegliare...
Nessuno avrebbe mai svegliato i ragazzi. Mai pi.
Ascolta, Janie. C' una ragazza, qui, per cui vorrei
che cantassi. Io... Janie! Ho detto che vorrei che cantassi,
capisci? Metti Polvere di stelle e mettila forte. Questa tipa
qui  mezza sorda...
Non poteva cantare, naturalmente. Come si fa a cantare
quando non si ha il naso e solo mezza lingua e niente
denti... e nessun posto in cui mettere i denti? Ma ci fu
uno scatto e un fruscio e dal telefono usc la sua voce.
Era splendido, il modo in cui cantava Polvere di stelle.
Un disco doveva essere splendido, per vendere tre milioni
di copie. Ma Rags aveva cominciato ad aggrottare
la fronte e la sigaretta all'angolo della sua bocca si muoveva
nervosa su e gi.
Allontan la cornetta da s. La guard, con la fronte
aggrottata, e l'abbass lentamente verso il gancio. E man
mano che l'abbassava, man mano che l'allontanava da
s, aveva un'aria sempre pi serena. Quando l'ebbe posata
del tutto, quando ebbe interrotto la comunicazione,
non aveva pi l'aria corrucciata. Sorrideva.
Era un sorriso, il suo, che non gli avevo mai visto. Un
sorriso sognante, lontano. Una delle sue mani si muoveva
su e gi, lentamente; con un piede, batteva il tempo
sul pavimento, senza fare rumore.
La senti, Danny? chiese, piano. La senti, la musica?
S risposi. S, sento la musica, Rags.
La musica disse. La musica non va mai via, Danny.
Non va mai via...
...
.
...
10. Henry Clay Williams.
...
.
...
Quella mattina lo capii nel momento in cui mi sedetti
a tavola che c'erano guai in vista. Lo capii prima che
Lily dicesse una sola parola. Probabilmente i pi, quasi
tutti, non lo avrebbero capito, nemmeno se avessero vissuto
nella stessa casa con una sorella a lungo quanto me,
ma io sono un osservatore eccezionalmente acuto. Noto
i particolari, io. Non importa quanto insignificanti
possano sembrare, li noto e li interpreto. E nove volte su
dieci la mia interpretazione  giusta. Mi sono esercitato.
Bisogna fare cos, per come la vedo io, se si vuole fare
carriera. Beninteso, se uno si accontenta, se preferisce
essere per tutta la vita un avvocato di provincia, invece
di diventare la prima autorit giudiziaria della sedicesima
contea dello Stato, be', nessuno glielo impedisce.
Cominciai a mangiare, sapendo benissimo che Lily
stava per suonare la carica, e cercando di prepararmi.
Poi, visto che ancora indugiava, le diedi una spinta.
Vedo che hai quasi finito il pepe osservai. Ricordami
di portarne un po' a casa, stasera.
Cosa? Il pepe? disse lei. Che cosa ti fa pensare che
l'abbia quasi finito?
Be', era solo una supposizione. Ce n'? Ce n' abbastanza,
nella pepiera in cucina?
Sospir e serr le labbra. Se ne stette seduta, guardandomi
in silenzio, con gli occhiali che lanciavano lampi
nella luce mattutina.
Mi chiedevo... aggiunsi. Ho notato che hai messo
il pepe soltanto su una delle mie uova quando le hai cotte
e allora...
 una pepiera quell'affare davanti a te? Be',  una pepiera
o no, non l'hai notata?
Per qualche ragione, sembrava insolitamente irritata.
Risposi che s, naturalmente avevo notato la pepiera, e
che non m'importava niente delle uova.
Ero soltanto curioso spiegai. Di solito metti il pepe
su tutte e due, la stessa quantit, per cui mi chiedevo
se...
Capisco mi interruppe. S, capisco che possa esserne
sconvolto.  una cosa importante per un uomo
importante come te.
Be', non ho detto affatto d'essere sconvolto ribattei.
Non ho detto niente del genere, Lily. Se la memoria mi
soccorre, e ammetterai che normalmente la mia memoria
 ottima, le parole che ho usato sono state "curioso" e
"mi chiedevo".
Le feci un cenno col capo e mi misi un pezzo d'uovo
in bocca. Lei strinse ancora di pi le labbra e disse con
voce tremante: Cos eri curioso, vero? Ti chiedevi, eh?
Eri curioso e ti chiedevi perch non ho messo il pepe su
un uovo. Bene, ti dir di che cosa sono curiosa io, che cosa
mi chiedo io, cio cosa intendi fare quando non sarai
pi la prima autorit giudiziaria della sedicesima contea
dello Stato. Perch dopo le elezioni, questo autunno, signor
Henry Clay Williams, ti troverai a spasso!
Pronunci deliberatamente l'ultima frase proprio nel
momento in cui stavo inghiottendo un sorso di caff per
mandar gi l'uovo. Mi and di traverso e tossii, mentre
sentivo che la faccia mi diventava rossa. L'uovo prese
una via, il caff un'altra, e per un attimo fui sicuro che
sarei morto soffocato.
Oh, maledizione imprecai, quando riuscii a parlare
di nuovo. Cosa... cosa diavolo...
Henry! Henry! Non usare certe espressioni in questa
casa! grid Lily.
Ma... ma ...  assurdo! Offensivo! Be', io sono sempre
stato... voglio dire, sono procuratore della contea da...
Benissimo disse lei. Benissimo, Henry. Ma non venirmi
a dire che non ti avevo avvertito, poi.
Si alz e cominci a sparecchiare. Non avevo ancora
finito la colazione, anche se certamente non sarei pi
riuscito a mandar gi qualcosa, ma non ci bad affatto.
Il rigonfiamento sotto il suo grembiule sembrava pi
grande del solito. Distolsi in fretta lo sguardo, quando i
suoi occhi si posarono su di me. Era molto seccante, quel
tumore. Doverci sempre vivere assieme, senza osare
nemmeno guardarlo, nonch parlarne. Forse non sarebbe
stato cos per la maggior parte della gente, ma quando
si  abituati come sono io, abituati a osservare e...
Notai che i suoi occhiali avevano un riflesso strano.
Doveva esserci, me ne resi conto, doveva esserci della
polvere. Non riusciva nemmeno a tenere gli occhiali puliti
e voleva atteggiarsi a profetessa!
Ero sul punto di fare un'osservazione in proposito.
Ma lei and in cucina, con una pila di piatti, e quando
torn avevo deciso che non sarebbe stato saggio. Dopotutto,
non si risolve una complicazione con un'altra. Almeno,
questa  sempre stata la mia politica e ha funzionato
piuttosto bene, finora. Se...
A spasso! Perdere le elezioni!
Era di nuovo seduta a tavola, adesso. Mi guardava,
annuendo lentamente, come se avessi parlato ad alta
voce.
S, Henry. S. E se avessi solo un po' di cervello, non
avresti bisogno che te lo dicessi io.
Oh, senti, Lily gemetti. Non...
Solo un po' di cervello, Henry. Oh, se fossi capace di
ascoltare! Di ascoltare qualcosa oltre al suono della tua
voce o i tuoi pensieri, qualcosa che potrebbe anche
sgonfiare l'ego pi abnorme della sedicesima contea
dello Stato. Sei uno sciocco, Henry. Sei...
Ah, davvero? ribattei. Be', almeno io so tenere gli
occhiali puliti!
I suoi occhiali lampeggiarono. I suoi occhi, dietro le
lenti, si restrinsero come una fessura, per un attimo. Poi
li riapr, non completamente, e contrasse le narici.
L'esplosione era imminente.
Ascoltami, Henry. Non parlo per me. Non mi aspetto
certo che tu abbia della considerazione per me, per tua
sorella, che ha praticamente sacrificato la sua vita per te,
che si prende cura di te da quando te la facevi addosso.
Non mi aspetto che ti preoccupi se girano su di me tante
voci e tanti pettegolezzi che quasi mi vergogno di farmi
vedere in giro. Mi preoccupo solo per te, come sempre,
e per questo ti dico che perderai le elezioni se non
avrai un po' di fegato e non ti deciderai ad agire come un
uomo, tanto per cambiare, invece che come un grasso,
stupido, cieco, egocentrico mollusco!
Fece una pausa, respirando affannosamente, ansimando.
Stavo per risponderle qualcosa, ma decisi che
non valeva la pena. Non potevo perdere le elezioni. Io,
be', non potevo. E se uno non pu fare qualcosa...
S continu lei. S, puoi, Henry. Sai che ho ragione.
Sai di non avere un briciolo di cervello. Sai... sta' zitto
quando ti parlo, Henry. Henry!
Non ho aperto bocca obiettai. Stavo solo per dire
che...
Una sciocchezza, ecco quello che stavi per dire. Stavi
per dire che nessuno in citt bada a Luane Devore, ma
invece ci badano, eccome. Forse non credono a quello
che dice, ma se ne ricordano, e si fanno delle domande
in proposito, e se uno  un incompetente senza spina
dorsale, per esempio, non ci vuole molto per cominciare
a chiedersi se non  il caso di togliergli la carica. In
ogni modo, sembra che tu dimentichi che non basta il
voto della citt per eleggerti. Ti serve anche quello dei
contadini, e loro non sanno che quando Luane dice che
tu... che noi... che  una bugiarda!
Be', lo sapranno risposi. Dopotutto,  da un po'
che hai quel tumore e se non... voglio dire, se non succede
niente, allora...
Chiusi la bocca di colpo. Abbassai gli occhi sul piatto
e cercai di tenerceli, ma qualcosa sembrava spingermi a
sollevarli.
Lei mi fissava in silenzio. Stava l seduta: mi fissava e
aspettava. Aspettava. Aspettava. Aspettava e aspettava.
Buttai il tovagliolo sul tavolo e mi alzai di scatto.
Andai al telefono e chiesi il numero dei Devore. Ci fu
una serie di ticchetti e di scatti, poi il centralino rispose
che il telefono dei Devore non funzionava.
Non funziona, eh? dissi io. Bene...
Lily mi tolse la cornetta di mano. Ha detto che il
telefono dei Devore non funziona, centralino? Grazie,
grazie tante.
Riappese e rimise l'apparecchio al suo posto. Mi sembrava
che mi dovesse delle scuse per aver dubitato di
me, ma naturalmente non me le fece. Invece mi chiese
che cosa pensavo di fare a proposito di quel telefono
guasto.
Be', lo far riparare, naturalmente! gridai. Sono
l'uomo dei telefoni, io, vero?
Per favore... Si port la mano alla fronte. Per favore,
risparmiami il tuo umorismo, Henry.
Be', aspetter finch non funziona.  ovvio dissi.
La chiamer pi tardi dall'ufficio.
Ma supponendo che oggi non lo riparino? Scosse
la testa. Penso che sarebbe meglio andare da lei, Henry.
Portare la forza della legge personalmente da lei. Comunicarle
che se non la smette con le sue menzogne e
se non fa immediatamente una pubblica ritrattazione, la
incriminerai per calunnia.
Ma... ma, guarda... balbettai Non posso farlo.
Voglio dire, andare ad aggredire una donna vecchia e malata.
Sono un uomo e...
Davvero? chiese Lily. Allora, perch non ti comporti
da uomo?
In ogni caso... ... probabilmente  illegale dissi. Potrei
cacciarmi in un mucchio di guai. Sono un pubblico
ufficiale, io. Se uso i miei poteri per una questione personale,
be'... D'accordo! Continua a scuotere la testa. Sei
dannatamente brava nel dire a uno quello che deve fare,
ma quando si viene al dunque non  cos facile, vero?
Benissimo, Henry. Si ritrasse. Posso approfittare
di te al punto di farmi dare un passaggio fino a casa
sua?
Certamente dissi. Sono sempre lieto di... Cosa?
Le parler io. Ti assicuro che quando avr finito, lei
avr detto la sua ultima bugia. E se non mi ci vuoi accompagnare,
andr a piedi. Le...
E all'improvviso si mise a piangere, a piangere disperatamente,
e tutta la sua freddezza e la sua determinazione
se n'erano andate e lei era una donna completamente diversa.
Era come quella volta tanti anni fa, quando eravamo
tutti e due bambini alla fattoria. Mi aveva portato nel
prato, quel giorno, per cercare certi nidi di uccelli. Ne
avevamo trovato uno, mezzo pieno di uova, ma appena
aveva teso la mano per prenderlo, dalla parte opposta si
era rizzato un serpente a sonagli. E quello che era successo
allora, mio Dio!
Era scoppiata in singhiozzi, ma non in singhiozzi normali.
Non come piange la gente quando prova paura o
dolore o qualcosa del genere. Era, be', era un pianto selvaggio,
folle. Pi un'imprecazione che un singhiozzo.
Mi aveva spaventato da morire, avevo sei anni, e suppongo
che abbia spaventato anche il serpente, perch
aveva cercato di strisciare via. Ma lei non lo aveva lasciato
andare. Aveva afferrato quel rettile pericoloso a mani
nude e lo aveva spezzato in due. Poi aveva gettato i pezzi
per terra e aveva cominciato a saltarci Sopra. Singhiozzando
in quel modo assurdo, folle. E non aveva
smesso finch del serpente non era rimasta che una
macchiolina viscida.
Non ho mai dimenticato come si  comportata quel
giorno. Non credo che lo dimenticher mai. Se avessi
solo immaginato che quella mia osservazione innocente,
a colazione, avrebbe fatto scattare una cosa cos...
Ci penser io! Le chiuder quella sporca bocca! Le
in... insegner io a... a...
Lily! dissi. Ascoltami, Lily. Andr io a...
Tu! Tu non ti... non ti curi di me! Non sai cosa vuol
dire per una donna... Le caver gli occhi! Le caccer quella
sozza lingua gi per la gola! Le... lasciami. Lasciami andare!
Non la lasciai andare. La tenni ben stretta, scuotendola
pi che potevo. Non che mi piaccia fare cos, capite,
ma avevo ancora pi paura a non farlo.
Quando si fu calmata abbastanza per ascoltare, cominciai
a parlare. Le assicurai che sarei andato io da Luane
Devore. Glielo promettevo con assoluta certezza.
Continuai a ripeterglielo finch alla fine cap e usc da
quello stato.
V... va bene Henry. Alz le spalle e tir su con il naso.
Certamente, spero di poter contare su di te. Se pensassi
per un momento che...
Ti ho detto che lo far dissi. Lo far stasera. Subito
dopo aver chiuso l'ufficio.
Dopo? Ma perch non...
Perch  una questione personale, non puoi negarlo.
Anche vederla dopo l'orario d'ufficio potrebbe mettermi
in una situazione imbarazzante, se qualcuno volesse
sottilizzare. Ma certamente non posso farlo nelle
ore di servizio.
Esit, studiandomi. Alla fine, sospir e rinunci all'idea.
D'accordo gemette. Ma se non hai davvero intenzione
di farlo, preferirei che me lo dicessi. In effetti, pi
ci penso meno mi sembra il caso che sia tu a parlare. Sono
assolutamente intenzionata a farlo io. Mi piacerebbe
parlarle...
Ti ho detto che ci penso io ripetei. Stasera, subito
dopo le cinque.  stabilito, non ci pensare pi.
Me ne andai prima che potesse aggiungere qualcosa.
Andai in macchina al tribunale e salii nel mio ufficio.
Fu una mattina piuttosto movimentata, tutto sommato.
Ebbi una lunga chiacchierata con il giudice Shively
sulle imminenti elezioni. Poi lo sceriffo Jameson venne
a sottopormi un problema legale, e dovetti intrattenermi
a lungo anche con lui. Parte del reddito di uno sceriffo
deriva dal vitto dei detenuti. La contea paga a
Jameson cinquanta centesimi a pasto: voleva sapere se
poteva dare un unico doppio pasto al giorno invece dei
due normali e chiedere lo stesso un dollaro.
Be', era una questione piuttosto delicata, sapete. Si
poteva sostenere una soluzione o l'altra, e farne un caso
qualsiasi soluzione si fosse scelta. Alla fine decisi, comunque,
che l'idea del doppio pasto era un po' rischiosa.
Ma gli feci notare che il termine 'pasto' pu avere parecchi
significati. Una tazza di fagioli poteva essere un
pasto cos come un piatto di patate fritte o persino un
tozzo di pane.
Erano le undici, quando conclusi con Jameson. Speravo
di avere un po' di tempo per una pausa, magari per
uscire e parlare con un paio di elettori, ma non era destino.
Infatti, appena ebbi risolto quei problemi, scoprii
che Nellie Otis, la mia segretaria, aveva bisogno di me.
Oh, non protesto certo. Nellie  una bella ragazza, e
una bravissima segretaria, e ci sono dodici elettori nella
sua famiglia, e lei apprezza sempre tanto quello che faccio per lei.
Rest a fissarmi per tutto il tempo in cui fui occupato a
disincastrare il nastro della macchina da scrivere. Disse
che non capiva come ci riuscivo: lei aveva provato e riprovato
ed era riuscita solo a peggiorare le cose. Le dissi che
era una sciocchezza. Era solo questione di andare direttamente
alla radice del problema, come per tutte le cose.
Facevo finta di niente, ma era davvero un pasticcio. Il
peggiore, quasi, che avessi sbrogliato per lei, il che non
 poco. Quando ebbi finito e mi fui lavato le mani erano
le dodici e cinque. La mattina se n'era andata ed era ora
di pranzo.
Stavo allontanandomi dal lavandino, quando mi capit
di dare un'occhiata dalla finestra. E restai a guardare
per un momento, stupito, chiedendomi cosa diavolo
mi sarebbe toccato di vedere ancora.
Certo, era davvero un bello spettacolo. Kossmeyer e
Goofy Gannder! Un grand'uomo parlava con un altro
grand'uomo. S, pensai,  vero: l'acqua trova sempre il
livello giusto.
Badate, non avevo niente contro Kossmeyer: non avevo
mai detto nulla contro di lui, a nessuno. Ma ho la precisa
sensazione, e credo proprio che sia quella giusta,
che se essere intelligente vuol dire essere come lui, be',
molto meglio non esserlo.
Il fatto, come lo vedo io,  questo: se  cos dannatamente
intelligente, perch non  ricco? Dov' la prova
della sua intelligenza? Insomma, di solito non parla neanche
un buon inglese.
L'ho capito da subito.  uno di quegli imbonitori di
giurie, di quelli che sanno solo gridare e supplicare. Tutta
la legge che conosce starebbe nel vostro occhio destro.
Finora ha solo avuto fortuna. Ma se gli capitasse di avere
a che fare con uno che bada ai fatti, ai dettagli, vedreste
quanto durerebbe.
Andai a pranzo.
Il pomeriggio fu ancora pi intenso della mattina.
Da come si stava accumulando il lavoro, sembrava
proprio che sarei stato troppo stanco per andare a parlare
con Luane Devore quella sera. Ma poi pensai a come
si era comportata e decisi che avrei fatto meglio ad
andare, lavoro o non lavoro.
Stavo uscendo dal tribunale, quando lo sceriffo Jameson
mi chiese di fare un salto nel suo ufficio. Aveva confiscato
alcuni corpi del reato e voleva il mio parere prima
di presentarli in aula. Li esaminai e gli dissi che con prove
come quelle non avrei esitato ad affrontare la Corte Suprema.
Rise e mi diede una bottiglia da portare con me.
Erano passate da poco le cinque quando salii in macchina
e mi diressi fuori citt. Subito prima di arrivare alla
casa dei Devore girai a destra e mi arrampicai per una
strada su per le colline. La terra non  pi buona, lass.
 consumata, o erosa. Tutte le fattorie sono state abbandonate,
compresa quella in cui sono nato e cresciuto.
Svoltai nel vialetto che portava a casa nostra. Mi fermai
nel cortile, tutto pieno di erbacce, ormai, e mi guardai
attorno. Un muro del fienile era crollato. Tutte le finestre
della casa erano rotte e la porta della cucina
girava stridendo su un cardine solo. I comignoli erano a
pezzi, mattoni sparsi qua e l sulle tegole rotte del tetto.
Era piuttosto triste. Mi ricordava, in un certo senso,
quella poesia, Il villaggio deserto, che recitavo alle riunioni
del venerd pomeriggio, a scuola. Triste... ma bello.
Perch tutto era andato in malora, ma non nella mia
mente. Nella mia mente, non era cambiato nulla, tutto
era come prima. E non c'era nulla che fosse pi bello di
com'era prima.
Niente preoccupazioni. Nessuno che ti facesse delle
scene. Sapere sempre cosa fare e cosa non fare e che anche
se si sbagliava andava bene lo stesso. Non come adesso,
che devi decidere tu e non c' nessuno ad aiutarti.
Non come adesso, che la gente non capisce quando ti
dispiace davvero per qualche cosa - e dispiacerti  l'unica
cosa che puoi fare - e anche se lo capisse non gliene
importerebbe niente.
Bevvi una sorsata di whisky. Avrei dovuto essere da
Luane Devore, ma era cos tranquillo e pacifico, l, e avevo
tutta la serata davanti a me. Per cui uscii e andai in
cucina passando per la stradina sul retro.
La vecchia cucina economica era ancora l. Lily aveva
detto che non aveva senso portare in citt una vecchia
stufa a legna, per amor di Dio! Cos l'avevamo lasciata l
e di conseguenza quella bella stufa era tutta arrugginita,
adesso. Era un rudere, ormai. Ma nella mente la vedevo
com'era una volta, quando la pulivo io, quando
ero bambino e mamma e pap erano ancora vivi.
Era il mio incarico: tenere la stufa pulita. Lo facevo
ogni sabato mattina, subito dopo che s'era raffreddata
dalla prima colazione. Nessuno poteva stare in cucina
mentre io pulivo la stufa. Prima prendevo una spazzola
metallica e la raschiavo tutta. Poi mi davo da fare con
gli stracci e il lucido per dare il nero. Lo stendevo bene
e lo strofinavo cos forte che ad appoggiarci il dito non
ci sarebbe rimasta neanche una macchiolina. Dopo di
che, con una stecca mettevo il lucido in tutte le fessure e
in tutte le piccole cavit.
Non facevamo lavoro di fattoria, il sabato, tranne la
mungitura e il mangime alle bestie, naturalmente. Per
cui, quando avevo finito, spalancavo le porte che davano
sul soggiorno e mamma, pap e Lily potevano entrare.
Mamma avrebbe dato un'occhiata, poi avrebbe alzato
le mani al cielo dicendo: Oh, non posso credere ai
miei occhi, se non ne fossi sicura crederei che si tratti di
una stufa nuova. E pap avrebbe scosso la testa e detto
che a lui non la si faceva: quella era proprio una stufa
nuova. Ero uscito e ne avevo portato una da chiss
dove e dovevo contargliela giusta. Per cui dovevo fargli
vedere che era proprio la nostra vecchia stufa e...
Lily non diceva mai niente.
Mi chiedevo perch, e avrei voluto domandarlo anche
a lei, ma provavo una certa timidezza a farlo. E una
volta che avevo risparmiato tanti nichelini - mi davano
un nichelino ogni volta che pulivo la stufa - li presi tutti
e le comprai un nastro rosso da mettere nei capelli. Lo
portai in casa dalla citt nascosto sotto la camicia, senza
dir niente a nessuno. Quella sera, quando era sola in
cucina a lavare i piatti, glielo diedi. Lei lo guard e guard
me che le sorridevo. Poi lo immerse nell'acqua e lo butt
nel secchio della risciacquatura. Io lo vidi sparire sotto
la superficie sporca e non sapevo proprio cosa fare.
Cosa dire. Non avevo pi voglia di sorridere, ma avevo
quasi paura di smettere. S, avevo proprio paura. Mamma
e pap dicevano sempre che se si era gentili con gli
altri loro sarebbero stati gentili con te, ma io avevo fatto
la cosa pi gentile a cui ero riuscito a pensare e tutto ci
che ne potevo concludere era che mamma e pap dovevano
essersi sbagliati o che forse io non sapevo cosa fosse
gentile e cosa no. E per un minuto restai tutto spaventato
e arrabbiato, senza sapere che fare. Poi Lily mi prese
improvvisamente tra le braccia e mi baci e disse che
aveva scherzato e che era solo un po' fuori di s e non
pensava a quello che faceva. Cos... cos era finito tutto
bene.
Non ho mai riferito niente a mamma e pap. Ho persino
mentito alla mamma, dicendole che avevo perso i
miei nichelini, quando mi chiese dov'erano finiti. Da che
ricordo,  l'unica volta in cui mi sgrid e in cui pap us
con me un linguaggio davvero duro. Ma non dissi niente
del nastro. Sapevo che sarebbero stati tremendamente
sconvolti se avessero saputo quello che Lily aveva fatto
e avrei preferito che mi tagliassero la lingua piuttosto
che confessarlo.  ridicolo come...
Dannazione, non  affatto ridicolo! Non c' niente da
ridere! E perch diavolo deve essere cos?
Perch quando la si pensa in un modo, bisogna fare il
contrario? Proprio il contrario?
Perch la gente non ti pu lasciare in pace, perch non
puoi lasciare in pace loro, perch non si pu vivere tutti
insieme ed essere quello che si ? Sapendo che agli altri
va bene comunque quello che sei perch a te va bene
quello che sono gli altri?
Mi aggirai per la casa, bevendo e pensando. Mi sentivo
triste e felice. Salii le scale ed entrai nella mia stanzetta,
sotto il cornicione. Calava il tramonto, e il locale si
riempiva di ombre. Potevo vedere le cose com'erano
una volta, quasi senza chiudere gli occhi. Mi ricordavo
proprio tutto...
Le tendine di cotone a quadri alle finestre. Il tappeto
circolare. Lo scaffale per i libri fatto con una cassetta da
frutta. Il letto, alto, con la trapunta. Il quadro appeso sul
letto, l'immagine di un bambino con sua madre e la
scritta la sua ragazza. La piccola sedia a dondolo.
La sedia era ancora l. Lily non aveva espresso l'intenzione
di portarla via e io credo di non averne avuto voglia.
Esitai e poi cercai di sedermici.
Ero troppo grande, naturalmente, perch Babbo
Nat... voglio dire, perch mamma e pap me l'avevano
regalata il Natale in cui avevo sette anni. Ma continuai
a spingere finch i braccioli si staccarono e riuscii a sedermi.
Potevo anche dondolarmi un po', se facevo attenzione.
Per cui me ne stetti seduto l, dondolandomi
avanti e indietro, con le ginocchia che toccavano il mento.
E per un po' tornai ai tempi che erano stati e a quello
che ero stato in quei tempi.
Poi sentii un tramestio di topi in soffitta e mi alzai con
un sospiro. Restai in piedi, guardando dalla finestra
senza vedere niente, chiedendomi cosa diavolo avrei
dovuto fare.
Dannazione, che cosa avrei dovuto dire a Luane? Lei
avrebbe cominciato a piangere e a strillare non appena
avessi aperto bocca e io mi sarei reso ridicolo, come Lily
dice che faccio sempre. Non sarebbe servito a niente
chiederle una ritrattazione, perch in primo luogo non
sarei riuscito a farmi sentire e in secondo lei avrebbe saputo
che non potevo fare assolutamente niente. Sapeva
che non l'avrei denunciata. I processi costano e gli elettori
non vogliono che si spenda, salvo in caso di necessit.
E sicuramente non avrebbero pensato che questo
era un caso di necessit. Potevano avercela con lei, potevano
aver voglia di fargliela pagare, ma di certo non a
spese della contea. Inoltre... inoltre, maledizione, non
potevo denunciarla. Non ne avevo il coraggio.
Era cliente di Kossmeyer, lei. Kossmeyer avrebbe lottato
con tutte le sue forze, a prescindere da quello che
pensava di lei personalmente. Sarebbe stato il mio avversario,
uno dei migliori penalisti del paese sarebbe
stato mio avversario, mi avrebbe fatto salire sul banco
dei testimoni, mi avrebbe fatto il verso, facendo ridere
tutti, e mi avrebbe rivolto delle domande pi in fretta di
quanto io potessi pensare. E...
Bevvi un sorso. Ne bevvi un altro paio. Raddrizzai le
spalle e pensai: Be', e chi  Kossmeyer, in fondo? Non 
proprio niente di speciale.
Bevvi un altro sorso e un altro ancora. Mi scapp un
rutto.
Lui... Kossmeyer... in realt non sapeva niente. Era solo uno che parlava in fretta. Pi un attore, un pagliaccio,
che un avvocato. Un incapace fuori da un'aula di tribunale
in cui fare i suoi trucchi.
Fuori dall'aula, alle prese con i puri e semplici fatti,
non avrebbe combinato niente. Potevo renderlo ridicolo...
con i fatti giusti. Tutta la contea, tutto lo Stato, avrebbero
saputo come Hank Williams l'aveva fatta vedere a
Kossmeyer.
Forse...
Oh, all'inferno. Semplicemente, non potevo parlare
a Luane. Non mi avrebbe ascoltato e... dannazione,
avrei dovuto costringerla. Ad ascoltare o a fare qualcos'altro.
E cosa avrebbe potuto fare, perdio, in quel caso?
Cosa avrebbe potuto fare Kossmeyer? I fatti sono fatti,
no? Per cui, basta sorridere gentilmente e dire, oh, ci dev'essere
un errore. La povera donna deve essere completamente
sconvolta. Be', sono stato qui in casa tutta la
sera, con mia sorella. Lily giurerebbe che sono stato con
lei e...
Dio Onnipotente! A che cosa stavo pensando? Non
potevo fare una cosa... una cosa cos! Non potrei pensare
di... di fare del male a qualcuno pi di quanto potrei
pensare di volare.
Ma a me loro continuano a fare del male, no? Non mi
vogliono lasciare in pace, no?
E se non avessi fatto niente, che cosa avrei detto a
Lily?
Avrei potuto continuare a mentirle? Se ce l'avessi fatta,
a raccontarle una buona storia e a farla sembrare convincente,
be', avrei avuto un po' di tempo, e forse sarei
riuscito a escogitare qualcosa. Forse non avrei dovuto
nemmeno far niente. Sapete com'. Il pi delle volte, se
si pu tirarle abbastanza per le lunghe, le cose, in un certo
senso, si risolvono da s.
Ma non mi garbava affatto l'idea di provare a raccontare
una bugia a Lily. Ricordando come s'era comportata
quella mattina, avevo una certa tremarella all'idea.
E comunque, perch avrei dovuto? Perch non l'altra
cosa, visto che era assolutamente sicura?
Dio! Non sapevo che fare. Sapevo che cosa dovevo e
volevo fare, ma farlo realmente era tutta un'altra cosa.
Diedi un'occhiata alla bottiglia. Era piena solo per un
terzo. La portai alla bocca e cominciai a inghiottire. Tre
lunghe sorsate, un secondo per respirare, altri tre sorsi.
Tossii, barcollai un poco e me la lasciai cadere di mano.
Era vuota. Sbattei le ciglia, spalancai gli occhi e rabbrividii
tutto.
Poi rialzai le spalle, e irrigidii la schiena.
Diedi un calcio alla bottiglia. Risi e sferrai un pugno
per aria. Scesi le scale, salii in macchina e me ne andai.
Erano quasi le nove e un quarto quando giunsi a casa.
Lily mi venne incontro in anticamera, pronta, si capiva,
ad aggredirmi. Cos la aggredii io per primo.
Solo un minuto, per favore! dissi. Stammi a sentire,
stavolta, e se hai delle domande puoi farmele dopo.
Ora, ricordati che...
H... Henry. Henry! grid. C... che...
Ricordati, alzai il tono della voce ricordati che io
ero contrario all'idea di parlare a Luane. Ti avevo detto
che non era consigliabile, considerando la mia posizione,
ma tu hai insistito. Allora...
H... Henry... disse tremante. S... sei... sei andato da
lei?
Certo. Dove pensi che sia stato tutta la sera? Oh, non
 andata precisamente bene, peggio di quanto mi aspettassi,
in effetti. Per cui, qualsiasi cosa succeda, non... Ma
che c'?
Fece un passo indietro. Si port le mani alla bocca.
Hai... hai bevuto. N... non sai cosa...
Ho bevuto qualcosa dissi. Un sorso o due e non
voglio sentire niente in proposito. Ora...
Sta' zitto! La voce le si era improvvisamente incrinata.
Ascoltami, Henry! Ha telefonato lo sceriffo pochi
minuti fa. Ero sicura che stessi facendo qualche pazzia,
standotene via cos a lungo, per cui non gli ho riferito
che non eri in casa. Gli ho detto che stavi facendo il bagno
e che l'avresti richiamato subito. Adesso...
M... ma perch? Sentivo lo stomaco che mi scendeva
fin nelle scarpe. C... che cosa  succ...
Lo sai benissimo, cosa  successo! Andare in giro,
ubriaco, cos... L'hai... l'hai uccisa. Luane  morta!
Il dottor Jim Ashton arriv a casa dei Devore subito
dopo di me. Entrammo insieme. Jim sembrava un po'
gi, aveva un'aria malata. Sorprendentemente, o forse
no, non mi ero mai sentito meglio o pi sicuro, in vita
mia. Mi ero sentito a terra per un secondo o due, ma poi
m'era passata. Tutta la confusione era stata spazzata via
dal mio cervello, e s'era portata via la mia solita
insicurezza.Ero teso, eppure del tutto a mio agio.
C'era lo sceriffo Jameson, con un paio di agenti. Gli
parlai e poi passai in soggiorno e parlai con Ralph Devore.
Sembrava un po' stranito, ma non particolarmente
sconvolto. Rispose con prontezza e lucidit a tutte le mie
domande. E, devo aggiungere, nel pi soddisfacente dei
modi. Gli diedi una manata sulle spalle, gli feci le mie
condoglianze e gli dissi di star pure tranquillo. Poi, ritornai
in anticamera.
Luane Devore giaceva ai piedi delle scale in camicia da
notte. Anche se era caduta bocconi, le gambe ancora sugli
scalini, aveva la testa girata, in modo che il viso fosse
completamente visibile. Aveva le labbra gonfie e tumefatte,
macchiate di sangue rappreso. C'erano parecchie altre
brutte contusioni sulla sua faccia e, naturalmente, l'osso
del collo era rotto.
Jim fin i suoi esami ed entrammo in sala da pranzo
per conferire fra noi. Gli dissi di Ralph, perch Ralph
doveva essere considerato al di sopra di ogni sospetto.
Fu piuttosto stupito, naturalmente: lo ero stato anch'io,
quando avevo visto la prova dell'innocenza di Ralph.
Ma poi anche lui alz le spalle e annu.
Io lo definirei un incidente afferm.  una bella caduta
gi da queste scale. Una caduta del genere potrebbe
spiegare le contusioni. Naturalmente, quando uno 
vissuto nell'acqua calda per tutta la vita, non ci si aspetta
che muoia di geloni, ma...
Risi. Insinuai che era abbastanza strano che fosse stato
un incidente, con tanta gente che aveva un motivo per
farlo. Ma cos stavano le cose, no? Lui aveva detto che era
un incidente. Io ero d'accordo. Lo sceriffo anche. Il che voleva
dire che era un incidente, e per provare che non lo
era uno avrebbe dovuto tirar fuori un bel po' di prove.
Risi di nuovo. Lui mi rivolse uno strano sguardo inquisitore.
Esitai un momento - la mia risata doveva essere
suonata un po' forte, suppongo - poi gli chiesi che
cosa aveva in mente.
Be'... uhm... nulla. Aggrott la fronte, a disagio. Tu
eri... Lo sceriffo ti ha trovato in casa, stasera?
Be', s risposi. Perch?
Niente. Lily era con te, immagino? Bene...
Scosse il capo. E una buona cosa. Sono lieto di
sentirla. E Bobbie  in giro con la ragazza Pavlov... e io ne
sono contento, per una volta. Ma...
Oh dissi lentamente, come se cominciassi a capire
solo allora che cosa aveva in mente. Senti, Jim. Non mi
fraintendere, ma tu dove...
Zitto! mi intim bruscamente. Non voglio parlarne,
qui.
Ma senti continuai. Il momento della morte non
pu essere determinato in modo assoluto. Cos, se...
Ho detto che non voglio parlarne qui! mi interruppe.
Possiamo vederci di fronte al tribunale tra una
quindicina di minuti?
Certo. Anche prima. Ma...
Bene! Facciamo cos, allora.
Se ne and. Io tornai in anticamera.
La pi vicina impresa di pompe funebri era a una
quarantina di chilometri, per cui sarebbe passato del
tempo prima che il corpo di Luane fosse rimosso. Lo
sceriffo Jameson si dichiar disposto a restare l finch
la faccenda non fosse stata sbrigata e chiese anche di accertarsi
che Ralph fosse a posto per la notte. Fece caricare
da un suo agente un paio di cose di Ralph sulla mia
auto, delle cose che prendevo temporaneamente in custodia,
e poi io mi diressi verso la citt.
Jim Ashton aveva parcheggiato davanti al tribunale.
Usc dalla macchina appena mi accostai e cominci a
parlare quando stavo ancora scendendo dalla mia.
Mi hai chiesto dell'ora della morte, Hank. Ecco la mia
risposta. Quando un evento viene scoperto cos presto,
come nel nostro caso, l'ora si pu determinare in modo
dannatamente preciso. Oh, non si possono stabilire i minuti
e i secondi, ma si pu restringere parecchio il periodo
utile. Hank, io non posso render conto dei miei spostamenti
proprio per quel lasso di tempo!
Ma  stato un incidente dissi. E comunque non sei
l'unico a...
E chi altri? Mio figlio  fuori questione. Tu e Lily
anche. Pure Ralph. C' la ragazza con cui va in giro, certo,
ma se non c'entra lui, non ci deve entrare neanche lei.
Comunque,  in una situazione migliore della mia. E,
dannazione,  colpa sua... ma lasciamo perdere. L'ora
della morte di Luane pu essere fissata in un certo lasso
di tempo, e tutti tranne me possono...
Un momento, un momento. Gli appoggiai una mano
sul braccio. Calmati, Jim. Sei stato tu a esaminare il
corpo. Che cosa ti impedisce di dire che  morta a un'ora
in cui puoi...
Mi guard con occhi spenti. Jim  considerato un uomo
molto intelligente, lo , ne sono sicuro, ma non poteva
starmi alla pari, quella sera. Nessuno poteva.
Oh? disse alla fine. S, certo, potrei benissimo,
vero?
Perch no? risposi ammiccandogli. Cosa te lo impedisce?
Un sorriso di sollievo si diffuse sul suo volto. Poi vide
qualcosa alle mie spalle e il sorriso svan.
Ecco mugugn, in un tono cupo, e io mi voltai a
guardare. Ecco cosa me lo impedisce.
Mi aspettavo che Kossmeyer sarebbe saltato fuori da
un momento all'altro e sapevo che era uno che non perdeva
tempo. Ma non avrei mai pensato che si sarebbe
mosso cos in fretta. E non immaginavo che avrebbe fatto
quello che aveva fatto, o meglio, quello che si preparava
a fare.
La sua decappottabile era soltanto a mezzo isolato da
noi e stava passando proprio sotto un lampione. Potevamo
vedere, chiaramente come fosse giorno, lui che
guidava e il suo passeggero. Il dottore che ogni tanto
viene qui da fuori citt.
Ci passarono accanto e presero la via che portava alla
casa dei Devore. Jim sospir e appur che allora le cose
stavano cos, a quanto pareva.
Gli dissi che ero certo che tutto si sarebbe aggiustato,
ma la cosa non sembr giovargli granch. Se ne and,
sempre con quell'aria malaticcia, e io presi la roba dall'auto
e la portai nel mio ufficio.
Mi sentivo un po' fuori gioco anch'io. Sapete, un po'
come se uno mi avesse dato un pugno, leggero, nello
stomaco. E non perch fossi preoccupato per Jim. Jim
non aveva ucciso Luane. Per cui, a meno che confessasse,
e dubitavo che perfino Kossmeyer sarebbe riuscito a
fare crollare Jim Ashton, nessuno lo avrebbe incriminato.
Si poteva farlo impazzire dal rimorso, certo, tanto
quanto se fosse stato colpevole. Ma.
Dannazione, se lo sarebbe meritato. Se non fosse stato
cos trascurato, o sfortunato, o sciocco, o altro, avrei
messo Kossmeyer nel sacco. Avrei potuto rimettere quel
pidocchio al suo posto, senza che potesse protestare.
Imprecai e diedi un calcio al cestino della carta straccia.
Poi mi misi al telefono, cercando di sfruttare al massimo
la situazione. Avevo appena riappeso, quando il
telefono suon a sua volta.
Era Jim. Aveva un alibi per l'ora della morte di Luane.
Non solo, ma anche la ragazza Lee ne aveva uno.
Erano l'uno l'alibi dell'altra!
Per poco non mi lasciai sfuggire un urlo liberatorio,
quando me lo comunic. Lo avrei fatto, se non avessi dato
un'occhiata dalla finestra e non avessi visto Kossmeyer
in arrivo sul marciapiede.
Riappesi pensando che, perdio, questo rendeva tutto
perfetto. Pi che perfetto, accidenti.
Ascoltai sogghignando i passi di Kossmeyer su per le
scale e nell'anticamera. Quando si avvicin alla porta,
cancellai il sorriso e mi alzai in piedi.
Fui molto educato. Educatissimo. Dissi che era un
onore ricevere un visitatore tanto distinto e che sarei stato
lietissimo di mettermi a sua disposizione nei limiti
delle mie modeste capacit.
Lui mi guard stupito, poi sembr imbarazzato.
Quindi, sedendosi davanti alla mia scrivania, si abbandon
a una risatina timida. Mi spiace. Supponevo soltanto
che, visto che d conosciamo cos bene, e visto che
 pratica comune far intervenire un medico da fuori...
Sono lietissimo che l'abbia fatto intervenni. Nulla
avrebbe potuto rallegrarmi di pi. Ora, visto che lei prova
un cos straordinario interesse per il caso...
Straordinario?  straordinario provar interesse per
la morte di una cliente?
Se non le dispiace, dissi forse sarebbe meglio che
non m'interrompesse: ci sbrigheremo pi in fretta.
Ora, ho qui un sacco di iuta che contiene approssimativamente
cinquantasettemila dollari. Appartiene a
Ralph Devore, ed ecco qui la prova conclusiva sotto
forma di un libro mastro. Penso che lei converr con
me che...
Ma certo annu. Lui non potrebbe mai essere incriminato,
questo  poco ma sicuro. Luane non avrebbe
potuto impedirgli di andarsene. E non aveva un motivo
economico per ucciderla. Era sul posto pi o meno all'ora
della morte, ma... S, avvocato? Vada pure avanti.
Vada pure avanti? Accidenti, non c'era pi niente da
andare avanti! Ero assolutamente sicuro di riuscire a sorprenderlo:
avevo previsto tutto, il modo in cui mi avrebbe
guardato, quello che avrebbe detto, quello che avrei
risposto io... tutto, insomma. E quel maledetto cretino di
Jameson, o uno dei suoi agenti, aveva sentito il bisogno
di rovinare tutto.
Bene dissi. Dal momento che gliel'hanno gi riferito...
Avrei dovuto capirlo anche se non me l'avesse detto
nessuno rispose. Avrei dovuto essere in grado di supporre
come stavano le cose. D'altra parte, chi avrebbe
pensato che uno come Devore possedesse tutti quei soldi?
O, comunque, una somma considerevole?
Che differenza fa? chiesi. Erano soldi suoi. Non
aveva certamente bisogno d'ucciderla per prendere i
suoi soldi, no?
Ha proprio ragione annu gravemente. Non ne
avrebbe avuto bisogno. Non ho alcun motivo per pensare
che l'abbia uccisa, o che l'abbia fatto qualcun altro.
Lei... Feci una pausa. Lei non pensa che sia stata
uccisa? Voglio dire, pensa che sia stato un incidente?
Be'... alz le spalle. Perch no? C' quel particolare
della linea telefonica interrotta, naturalmente, ma
non se ne pu cavare niente di preciso. S, sarei proprio
disposto ad accettare la tesi dell'incidente.
Mi guard, aggrottando un poco la fronte. Io abbassai
lo sguardo sulla scrivania... Stavo arrossendo e non sapevo
cosa fare o cosa dire. Aveva rovinato tutto. Tutto quello che avevo pensato di dire... be', non potevo pi. Potevo
soltanto starmene l senza fare niente. Con un'aria da
perfetto cretino e sapendo che lui mi considerava tale.
Si schiar la gola. Mormor qualcosa sul fatto che non
avrebbe voluto essere nei miei panni e che quello del
procuratore  davvero un mestieraccio.
Sa che una volta ero anch'io dall'altra parte della
barricata? aggiunse poi. Immagino che un mucchio di
penalisti comincino come pubblici accusatori.  un bel
po' di esperienza utile, e pi a lungo si fa, meglio . Sa
cosa dico sempre, signor procuratore della contea? Dico:
fatemi vedere un procuratore esperto e io vi far vedere
un avvocato di successo.
Non dissi niente. Non riuscivo neanche a guardarlo.
Si schiar la gola di nuovo.
Mi dispiace di averla interrotta e di averle fatto perdere
il filo dei suoi pensieri. Stavamo... Posso vedere
quella lista?
Gliela porsi. Era l'elenco delle persone che avevano
un qualche motivo per uccidere Luane Devore e di quelli
che erano con loro all'ora della sua morte. Lui scorse
la doppia colonna di nomi mormorando ad alta voce,
come se parlasse a s stesso ma rivolgendosi anche a me.
Bobby Ashton e Myra Pavlov... Lily e Henry C. Will...
Oh no, no davvero! Spero che non pensi che fosse necessario,
da parte mia... Dottor Ashton e Danny Lee...
Pos l'elenco sulla scrivania. Disse che avevo fatto un
lavoro investigativo di prima qualit e poi, dopo una
lunga pausa, all'improvviso si mise a ridere.
Alzai il capo. Era una risata cos franca e amichevole
che faceva venir voglia di ridere anche a me.
Sa, signor procuratore, continu ridendo certe
volte mi sento come uno di quei personaggi dei western.
Sa, il tipo che tutti pensano sia un duro, per cui
non pu neanche portarsi la mano al cappello senza che
tutti siano convinti che sta per impugnare la pistola.
Certo, mi prendo cura dei miei clienti e forse sono un
po' troppo coscienzioso in materia. Ma certamente non
vado in cerca di guai. Ce ne sono gi abbastanza, in giro,
senza andarli a cercare.
Rise di nuovo, guardandomi di sottecchi, cercando di
coinvolgermi nella sua risata. Anch'io lo guardai freddamente,
lasciando che, almeno per una volta, si sentisse
un po' lui a disagio, che si sentisse sciocco come m'ero
sentito io.
Bene... Si alz goffamente in piedi. Immagino...
uh... immagino che farei meglio ad andare. Ci vediamo,
eh? Ancora i miei complimenti per l'accuratezza con cui
ha condotto le indagini.
Fece un cenno e si avvi alla porta. Lo lasciai arrivare
a met strada, poi parlai.
Un momento solo, signor Kossmeyer.
S? Si volt.
Torni qui ordinai. Non le ho ancora detto che poteva
andare.
Come? Ridacchi e fece una smorfia. Che diavolo
c'?
Lo fissai in silenzio. Lentamente, torn indietro e si
sedette di nuovo.
Si  complimentato per la mia accuratezza dissi.
All'improvviso mi  venuto in mente che non sono stato
cos accurato. Dov'era lei all'ora della morte di Luane
Devore?
Dov'ero? Oh, dunque...
Luane diceva parecchie cose spiacevoli sul suo conto.
Se fossero pi o meno vere, non so, ma...
Allora forse faremmo meglio ad attenerci alla sua domanda
rispose tranquillamente. Ero con mia moglie.
Oh? Con sua moglie? Scossi il capo, sentendo come
il bisogno di sogghignare. Solo con sua moglie? Non
c' nessun altro che possa confermare la sua storia?
Nessuno. Solo una persona. Sono nella stessa situazione
degli altri del suo elenco... la sua, per esempio.
Bene alzai le spalle. Immagino che dovr accontentarmi.
Non posso dire d'essere completamente soddisfatto,
ma...
Era sbiancato in volto. Il pallore si era diffuso su tutta
la sua faccia abbronzata e il colore sembrava concentrato
tutto nei suoi ardenti occhi scuri.
Perch non  soddisfatto? chiese. Cosa c' in me o
in mia moglie che ci rende meno degni di fiducia di tutti
gli altri?
Parlava a voce bassa, con una specie di vibrazione minacciosa.
Contenuta, ma come sotto pressione. Ripet la
domanda e la vibrazione si fece pi distinta. La tensione,
la concentrazione sembravano essersi estese a tutto il suo
corpo.
Cominciavo a sentirmi un po' nervoso, ma non potevo
smettere proprio allora. Non visto il modo in cui mi
guardava e mi parlava: il modo, in altre parole, in cui mi
minacciava. Se solo avesse riso di nuovo, o almeno sorriso,
dandomi modo di dire oh, diavolo, certo, stavo solo scherzando.
E tutta la sera che mi prende a calci nei denti, disse
e finora ci sono stato. Ma adesso basta. Quando dice
che la parola di mia moglie non vale, che lei e io non siamo
all'altezza degli altri, allora se le cerca. Dovr spiegarsi
molto pi diffusamente, adesso, e dovr stare ben
attento a quello che dice, a non uscirsene con delle pagliacciate,
perdio, perch se ci pr...
Ehi un... un m... momento dissi. Non...
Cosa sta cercando di nascondere, Williams? Perch
si  dato tanto da fare per provare che si  trattato di un
incidente? Doveva farlo, vero? Aveva la coscienza sporca,
vero? Sapeva... anche adesso sa benissimo che non 
stato un incidente, ma un delitto. E sa benissimo chi 
l'assassino.  vero o no, Williams? Mi risponda! Lei sa
chi ha ucciso Luane Devore e, dannazione!, lo so anch'io.
E come se l'abbia ammesso, Williams! Ha puntato
lei il dito su s stesso. Lei ha...
N... no! dissi. E... ero con mia s... sorella. Io...
Supponga che le dica d'aver parlato con sua sorella;
che le dica che ha ammesso che non era con lei. Supponga
che l'abbia preso in giro, stasera... facendola compromettere
con questa faccenda degli alibi. Supponga che...
La sua voce era alterata; lui non si tratteneva pi. Era
di fronte a me, si sporgeva verso di me, picchiava dei
pugni sulla mia scrivania. Era l, ma era anche dietro di
me, al mio fianco, sopra di me. Sembrava circondarmi,
come la sua voce, rinchiudermi, isolarmi da tutto il resto.
Incalzandomi, inseguendomi in un labirinto oscuro
e spaventoso in cui c'eravamo solo io e la sua voce. Non
riuscivo a pensare. Non...
Pensai: Non  ridicolo? Come si fa, quando si pensa
in un modo, fare tutto il contrario?
Pensai: Non ha mai detto niente, lei. Mamma e pap
dicevano che ero davvero bravo... e lei non lo poteva soffrire.
Mi odiava. Per tutta la vita mi ha...
 stata lei! Ero io che gridavo. Ha... ha detto che sarebbe andata! L... lei... lei... sostiene che non ero a casa, ma era lei che non c'era! L... lei...
Allora non pu pi darle un alibi! Non pu pi provare di essere stato a casa a quell'ora, Williams! E non c'era, infatti, vero? Era a casa dei Devore, vero, Williams? A ucciderla e poi a organizzare un falso...
N... N... No! No! Ma non capisce? Non potrei... non potrei... fare del... fare del male a nessuno! On... onestamente, signor Kossmeyer! Io... io non sono fatto cos. So che s... che sembra che... che... ma non sono stato io. Non ne sono capace. Non sono stato io. Non sono stato io. Non sono stato io.
Stava facendo dei movimenti con le mani, come per dirmi di smetterla. Non era pi pallido: era tutto rosso.
Sembrava imbarazzato e pieno di vergogna e a disagio.
Mi spiace ammise. Non intendevo realmente accusarla d'aver ucciso Luane. Ero solo un po' seccato e...
Non l'ha uccisa lui disse una voce dalla porta. L'ho uccisa io.
...
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...
11. Myra Pavlov.
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Pap quasi mi mise paura, quando venne a casa per pranzo. Non che abbia fatto o detto qualcosa di diverso dal solito, di realmente diverso voglio dire. Ma io continuavo ad avere la sensazione che sapesse di me e di Bobbie e che parlasse e si comportasse cos. Alla fine, ero cos spaventata e nervosa che mi alzai da tavola all'improvviso e corsi in camera mia.
Poi, mentre stavo seduta sul bordo del letto, avevo
ancora pi paura. Pensavo: Cavoli, l'ho fatta grossa
davvero, adesso; anche se prima non lo sapeva, ora capir
che qualcosa non va. Tremavo tutta. Sentivo un po'
di nausea, quella specie di nausea del mattino che sento
da un po' di tempo. Ma non avevo il coraggio di andare
in bagno. Poteva sentirmi e venire su. Poteva mettersi
a fare delle domande alla mamma e questo sarebbe
stato anche peggio, perch lei ha ancora pi paura di lui di quanta ne abbia io.
 strano quello che proviamo verso di lui, la paura
che ne abbiamo, voglio dire. Perch in effetti non c' una
vera ragione per averne. Non picchia mai n me n la
mamma. Non ci minaccia, non ci impreca contro. Non
ha mai fatto nessuna delle cose che si suppone gli uomini
cattivi facciano alla loro famiglia, eppure abbiamo
sempre paura di lui. Sempre, da quando mi ricordo.
Be', dopo un po' anche mamma si alz da tavola e
venne su e si ferm sulla porta della mia camera. Io mi
misi la mano sulla bocca e feci un segno. Lei mi indic
con il dito le scarpe. Me le tolsi e la seguii fino al bagno
in corridoio. E, cavoli, fu un sollievo arrivarci.
Vomitai nel lavandino e mamma fece scorrere l'acqua
per coprire il rumore. Un bel sollievo.
Tornammo in camera mia, lei con le scarpe, io con solo le calze.
Ci sedemmo sul letto e lei mi prese tra le braccia e mi
strinse. Era un po' rigida e goffa, perch in famiglia non
ci abbracciamo o ci coccoliamo mai molto, ma era tanto cara lo stesso.
Quando pap se ne and non era molto pi tardi, ma
sembravano passate delle ore. Mamma mi lasci andare
e sospirammo forte tutte e due. E poi ci mettemmo a
ridere, piano, perch era una situazione un po'buffa, vedete.
Come ti senti, ragazza? mi chiese. "Ragazza"  il termine
pi vicino a un vezzeggiativo che usa con me. Risposi
che adesso stavo abbastanza bene.
Alzati e fatti dare un'occhiata disse mamma.
Mi alzai, mi tirai su il vestito e lei mi guard. Poi mi
fece cenno di rimettermi seduta.
Non si vede niente mi rassicur. Non si direbbe
che ci sia qualcosa che non va, guardandoti. Naturalmente,
non ci sarebbe bisogno che fosse evidente, se... se lui...
Pensi che lo sappia, mamma? Cominciai a tremare.
P... pensi che abbia sentito qualcosa in giro?
Ma no, certo disse mamma in fretta. Certo che no.
Ce ne saremmo gi accorte.
Ma... ma allora perch si comporta in quel modo strano?
In quel modo cattivo, vuoi dire sottoline mamma.
E quando mai si  comportato in un altro modo?
Si sedette, tenendo le mani rovesciate in grembo,
guardando le vene ingrossate e bluastre sulla carne arrossata
e raggrinzita. Non portava le calze e anche le sue
gambe erano rosse e raggrinzite, tutte segnate dove le
vene varicose s'erano rotte. Era tutta rossa e raggrinzita,
dalla testa ai piedi. All'improvviso cominciai a piangere.
Su, su, ragazza. Mi accarezz goffamente. Vuoi che ti porti qualcosa?
N... no. Scossi il capo.
Disse che avrei fatto meglio a mangiare: praticamente
non avevo toccato il pranzo. Avrebbe potuto cuocermi
qualcosa alla svelta nel forno: del pane biscottato o
qualcosa di altrettanto saporito.
Oh, mamma. Mi asciugai gli occhi, sorridendo un
po', improvvisamente. Non sai pensare ad altro. Se
uno avesse una gamba rotta, per prima cosa cercheresti
di dargli da mangiare!
Be'... Sorrise, come imbarazzata. S, forse s.
In effetti, mangerei volentieri una o due di quelle
ciambelline che hai fatto stamattina. Magari con un paio di buone tazze di caff. Di colpo, mi accorgo d'avere
davvero fame, mamma.
Sai, credo di averne un po' anch'io, ragazza aggiunse
la mamma. Resta qui e riposati: ti porter qualcosa.
Port del caff e una mezza dozzina di ciambelline,
un paio di grossi panini ripieni d'arrosto. Una volta finito,
eravamo tutte e due piuttosto sazie: io, almeno,
non avrei potuto mandar gi pi niente. E mi sentivo
quasi in pace, in quella specie di pace torpida, sapete, di quando si  davvero satolli.
Sentivo il ronzio d'una mosca contro la tenda. Dalla
finestra entrava un venticello leggero, che portava il
profumo dei fiori di alfalfa. Credo che non esista un profumo
migliore di quello dell'alfalfa, se non forse quello
del pane appena sfornato. Mi chiesi come mai mamma
non facesse il pane, quel giorno, perch di solito lei mette
la pasta a lievitare il sabato e fa il pane il luned.
Non ne avevo voglia, credo rispose quando glielo
chiesi. Con questo tempo, se si fa andare il forno tutto il
giorno ci vuole una settimana perch la casa si raffreddi.
Non succederebbe, se usassi il gas dissi. Devi fargli mettere il gas, mamma.
Mamma fece una specie di smorfia. Mi chiese se conoscevo
qualcuno capace di imporre qualcosa a pap.
In ogni modo aggiunse Penso che usi il carbone non
solo per dar fastidio ai vicini, ma anche perch non potrebbe comunque usare il gas.
Dissi che invece io lo pensavo, anzi, ne ero sicura.
Ma perch l'hai sposato, mamma? Sapevi che tipo era.
 impossibile che non l'avessi capito.
Be'... Si scost una ciocca di capelli dagli occhi. Te
l'ho gi detto almeno cento volte, ragazza. Era pi vecchio
di me, per cui  uscito prima dall'orfanotrofio. E poi
ha cominciato a tornare per farmi visita, dopo aver cominciato a guadagnare e cos...
Ma tu non l'hai sposato solo per andar via da l, vero?
C'erano altre ragioni, no?
S, certo rispose mamma.
Era diverso, allora? Eri innamorata di lui?
Abbass di nuovo lo sguardo, tormentandosi le mani.
Parole come 'innamorata' la imbarazzano sempre: era arrossita un po'.
Non  stata l'unica ragione per cui l'ho sposato
spieg. Solo per andar via dall'orfanotrofio. Ma forse...
Ho l'impressione che a volte lui lo creda. Non dovremmo
parlare cos di lui, ragazza. Non dovremmo neanche
pensare a queste cose.  molto sensibile, sai, capisce
subito quello che uno pensa e...
Be',  colpa sua. Cos'altro pu aspettarsi?
Mamma scosse la testa e non disse niente.
Mamma ripresi. Cosa volevi dire un minuto fa,
quando hai detto che pap probabilmente non potrebbe
farsi fare l'allacciamento al gas neanche se volesse?
Non volevi dire che non ha soldi, forse?
No, naturalmente. Non intendevo niente del genere.
Era solo un'idea vaga, detta ad alta voce rispose
mamma in fretta. Non dire in giro che pap non ha soldi,
mi raccomando, ragazza.
Promisi che non l'avrei fatto. Innanzitutto sarebbe
stato stupido, e falso, e poi avrebbe mandato pap su
tutte le furie. Ha tutti i soldi che vuole, dissi e, mamma,
io volevo solo...
Ricominciai a piangere, senza preavviso. Come la
pioggia da un cielo senza nubi.
Non lo sopporto pi. Ho tanta paura e... potresti farti
dare qualche soldo da lui, mamma? Quanto basta perch
io e Bobbie...
Non finii la frase. Era troppo sciocca. Non l'avrei neanche
cominciata, se non fossi stata spaventata a morte.
Non so perch dev'essere cos odioso dissi. Se
vuo... vuole... Perch non fa qualcosa a quella brutta
vecchia di Luane Devore?  lei che ha combinato tutto il guaio!
Su, su, ragazza mormor mamma. Non serve a niente continuare a...
Bene, e perch non fa niente, lui? chiesi. Perch non fa qualcosa?
Non ne vedrebbe il motivo rispose mamma. Visto
che era la verit, pap non...
Rabbrivid e lasci cadere il discorso. Ritentai un paio di volte, dicendo che non era bello e che comunque
non potevo resistere oltre. Ma lei non mi rispose pi.
Alla fine, quando stavo quasi per mettermi a strillare
dal nervosismo, sospir e scosse il capo.
No... non credo, ragazza. Mi era venuto in mente un
posto in cui trovare un po' di soldi per te, ma credo che
non potrei proprio.
Ma forse potrei io. Insieme a Bobbie! Chi...
Tu stanne fuori disse mamma bruscamente. Non
combineresti niente tu, neanche se ci fosse una possibilit.
Per un momento ho pensato di poterlo fare io, anche
perch sono la moglie di tuo padre. Ma...
Ma io potrei provarci dissi. Per favore, mamma,
dimmi solo chi  e...
Ti ho detto che tu non potresti ribatt mamma. Se
tentassi, ti cacceresti solo nei guai. Lo direbbero a pap
e sai che cosa succederebbe, allora.
Be' esitai. Suppongo che tu abbia ragione, probabilmente.
Se non puoi tu, non vedo come potrei io.  un
vecchio debito che qualcuno ha con pap?
Mamma rispose che era una specie di debito. Lo era
e non lo era. E non c'era modo di costringere l'interessato
a pagare.
Intanto spieg quella persona non ha i soldi, a
quanto ne so. Pap la pensa diversamente, o almeno credo
d'averlo capito da qualcosa che s' lasciato sfuggire,
ma sai com', lui. Se uno sostiene che una cosa  bianca,
dice subito che  nera, tanto per fare il bastian contrario.
Non capisco dissi. Non riesco a immaginare pap
che permette che uno se ne vada senza pagargli ci che
gli deve.
Te l'ho detto. L'int... la parte in causa, in realt, non
glielo deve. Voglio dire, glielo deve, e dovrebbe pagare,
ma...
Dimmi chi , mamma insistetti. Per piacere, per
piacere, mamma! Io... io devo fare qualcosa. Non posso
star peggio di come sto adesso. Se non vuoi... almeno fa'
qualcosa per aiutarmi, almeno...
Non posso, ragazza. Mamma serr le labbra. Sai
che lo farei, se...
Cos' che non puoi? chiesi. Non puoi aiutarmi o
non puoi lasciare che mi aiuti da me?
No. Solo... Si alz e cominci a sistemare i piatti sul
vassoio. Ecco come puoi aiutare te stessa disse con
uno sguardo offeso. Puoi tenerti alla larga da Bobbie
Ashton finch non  disposto a sposarti.
Cominciai a piangere di nuovo, nascondendomi la
faccia tra le mani. A cosa mi sarebbe servito, per amor
del cielo? Bobbie poteva arrabbiarsi o mettersi con
qualcun'altra. E comunque, anche se avessi smesso di vederlo,
non avrebbe fatto proprio nessuna differenza, se pap
avesse saputo di noi.
S... sai che ho ragione, mamma singhiozzai. ... 
cos... Ci uccider, mamma! Mi uccider e io non posso
farci niente. Tu non... non mi vuoi aiutare e non... non
mi lasci far niente. Sai solo girarmi attorno e borbottare
e eh... chiedermi se voglio mangiare qualcosa e...
I piatti tintinnarono sul vassoio. Uno dei bicchieri si
rovesci sul piattino. Poi sentii che lei si girava e si avviava
verso la porta con il suo passo strascicato.
Va bene, ragazza disse freddamente. Lo far stasera.
M... mamma... Mi tolsi le mani dal viso. Sai che
non pensavo veramente quello che ho detto, mamma.
Non preoccuparti disse. Hai detto solo la verit.
Ma non... Cosa farai, mamma?
Vedr la persona interessata stasera. Non servir a
niente, ne sono sicura, ma lo far.
Usc dalla stanza e si avvi gi per le scale. Io restai
seduta sul letto, guardandomi nello specchio. Avevo
un'aria spaventosa: gli occhi rossi e il viso disfatto e il naso
gonfio come una patata dolce. Non mi ero tirata su i
capelli, la notte scorsa. E ora, con tutto quel caldo e il fatto
che, nervosa com'ero, sudavo tanto, erano unti e malconci
come lo straccio dei piatti.
Andai in bagno, mi sciacquai il viso con l'acqua fredda
e me lo massaggiai con un astringente. Poi feci un bel
bagno bollente, e mi tirai su i capelli non appena fui seduta
nella vasca.
Cercavo di convincermi del fatto che non avevo detto
a mamma niente di speciale, che in realt per me lei
non aveva fatto granch e che era giusto che adesso facesse
quel che doveva fare. Me lo ripetevo in continuazione,
e suppongo che alla fine dei conti fosse tutto vero.
Ma mi sentivo tanto male lo stesso, mi vergognavo
tanto. Lei aveva fatto quello che poteva, in fondo. Non
era colpa sua se pap prendeva sempre tutto nel modo
sbagliato.
Per esempio la primavera scorsa, quando avevo preso
il diploma delle superiori: aveva fatto di tutto per aiutarmi.
Per cercare d'aiutarmi, piuttosto. Le avevo detto
semplicemente che non potevo sopportare l'idea che
pap venisse alla cerimonia dei diplomi. Sarei morta, se
l'avesse fatto, perch gi gli altri ragazzi non mi potevano
soffrire e cos sarebbe stato dieci volte peggio.
"Sai benissimo come sar, mamma" le avevo detto, sul
punto di piangere. "Non si vestir bene e andr in giro
grugnendo e sbuffando e dicendo delle cose sarcastiche
agli altri genitori e... comportandosi in quel modo orribile
con cui si comporta sempre. Se viene lui non vado
io, mamma! Mi vergognerei da voler sprofondare!"
Mamma aveva sussurrato qualcosa e si era massaggiata
le mani con un'aria perplessa. Poi mi aveva detto
che non dovevo pensare queste cose di pap e che forse
avrebbe potuto fargli capire che questa volta doveva
comportarsi bene.
"Non so proprio cos'altro potrei fare" aveva detto. "Ha
deciso di venire e non vedo come..."
"Te lo dico io, come. Puoi far finta di stare male e di non
voler restare a casa da sola. Puoi farlo benissimo, lo sai!"
Mamma si era massaggiata di nuovo le mani. S,
avrebbe potuto, ma certamente non le faceva piacere.
"Gli spiacer molto, ragazza. Cercher di non farlo capire,
ma gli spiacer."
"Certo che gli spiacer!" avevo gridato. "Naturalmente,
gli seccher moltissimo lasciarsi sfuggire un'occasione
di farmi star male. Non potrei proprio sopportarlo,
mamma!"
"Ma  una cosa tanto importante, per lui, ragazza. Sai,
lui a scuola c' stato poco, ancora meno di me. Ora, il fatto
che sua figlia prenda il diploma delle superiori, be'..."
"Oh, che sciocchezze! Se viene lui non vado io, mamma.
Scapper di casa! Mi uccider! Mi..."
Avevo proprio fatto una bella scena. Ero gi piuttosto
nervosa, allora, perch avevo appena cominciato a uscire
con Bobbie Ashton e lui non era gentile come adesso...
ma lasciamo perdere.  stato tanto tempo fa, e non
mi piace pensarci. Comunque, per tornare in argomento,
avevo continuato a insistere che pap non venisse alla
cerimonia. Avevo tanto insistito, pianto e gridato che
la mamma alla fine si  arresa.
Avrebbe fatto finta di essere malata e avrebbe tenuto
pap a casa.
Quella sera, quando lui era rientrato, lei era in camera
sua. Io ero in cucina a preparare la cena. L'avevo sentito
entrare e passare per il soggiorno e la sala da pranzo. Sentivo
il suo sguardo sulla nuca quando si era fermato sulla
porta della cucina. Lui non diceva niente. Stava l e mi
fissava. Ero tanto nervosa e avevo tanta paura che feci cadere
un cucchiaio per terra, e per raccoglierlo dovetti staccare
gli occhi dalla stufa. Guardarlo in faccia.
Per un secondo non lo riconobbi. Davvero. Si era
cambiato al padiglione ed era vestito in un modo che,
be', in un modo che non credevo neanche fosse possibile.
Non l'avevo mai visto vestito cos, prima... e non l'ho
pi visto, dopo.
Indossava un completo blu, davvero elegante. Aveva
un nuovo cappello, un Homburg grigio, e delle scarpe
nere da sera, le prime che avesse mai portato, suppongo,
e una camicia bianca nuova e una cravatta intonata
al vestito. Sembrava cos elegante e distinto che, in effetti,
per un attimo non l'avevo riconosciuto. Ero tanto stupita
che avevo quasi dimenticato di aver paura.
"B... bene pap" avevo detto. "Che... che cosa..."
Lui aveva sorriso, come imbarazzato. "Mi sono fermato
a un'asta di roba usata. Ho anche preso questo, visto
che c'ero."
Mi porse un pacchettino. Lo aprii e c'era un astuccio
di velluto. E nell'astuccio c'era un orologio da polso. Un
orologio da polso di platino, con i diamanti.
Lo guardai a occhi sbarrati. Lo ringraziai, suppongo.
Ma se ne avessi avuto il coraggio gli avrei detto qualcos'altro.
Gli avrei scaraventato l'orologio in faccia.
Vedete, erano mesi che cercavo di fargli capire che desideravo
un orologio, per quanto fosse possibile cercare
di far capire qualcosa a pap. E lui si era limitato a ridere,
a grugnire e a prendermi in giro. Diceva delle cose
come: "E che te ne faresti di un orologio", o che quello
che mi serviva era una bella sveglia o che quei dannati
orologi da polso erano tutti delle baracchine.
Parlava in quel modo, si comportava in quel modo, e
intanto aveva gi stabilito di comperarmi un orologio.
E intanto aveva gi stabilito di comperarsi quegli abiti
e di vestirsi in modo tale che la gente non l'avrebbe
quasi riconosciuto.
"C' qualcos'altro" aveva aggiunto spingendo sul tavolo
una scatola con il coperchio trasparente. C'era dentro
un'orchidea. "L'ho rubata fuori dal cimitero."
Di nuovo grazie. Ero cos sconvolta, e imbarazzata, e
spaventata, e nervosa che non so proprio che cosa risposi.
Non so nemmeno se dissi qualcosa.
"Dov' tua madre?" aveva chiesto. "Non  ancora
pronta?"
" in ca... camera sua.  a letto."
"A letto?" Aveva cominciato a ridere, poi si era interrotto.
"Che c'? Dimmi, su! Non  malata, vero?"
Avevo annuito. S, stava male. Era tutto il giorno che
mi esercitavo a dirlo e m'era scappato: non avevo potuto
farci proprio niente.
In ogni caso, che cosa avrei potuto dire? Mamma non
poteva sapere che non volevo pi che si fingesse malata.
Se avessi cercato di cambiare la storia, l'avrei cacciata nei
guai con pap. Ci saremmo cacciate nei guai tutte e due.
Be', naturalmente ero piuttosto pallida e sconvolta. E
naturalmente lui pens che lo fossi per via di mamma.
"Che cos'ha? Da quando sta male? Perch non mi hai
telefonato? Che cosa ha detto il dottore?"
"N... niente" avevo balbettato. "No... non credo che stia
davvero male, pap."
"Non credi? Vuoi dire che non avete chiamato il dottore?
Tua madre  a letto e... per l'amor di Dio!"
Era corso al telefono in anticamera per chiamare il
dottor Ashton. Poi era salito di corsa per le scale, di corsa
ma strascicando i piedi lo stesso.
Il dottore era arrivato. Pap era sceso al pianterreno,
in cucina, dove stavo io. Continuava ad andare su e gi,
nervosamente, imprecando e facendomi delle domande.
"Dannazione. Avresti dovuto telefonarmi. Avresti dovuto
chiamare tu il dottore. Non so perch diavolo..."
"P... pap. Non credo... voglio dire, sono certa... che
non sta cos male."
"E come diavolo puoi saperlo?" Aveva imprecato di
nuovo. Poi aveva aggiunto: "Come diavolo ha fatto ad
ammalarsi? Non  mai stata malata un giorno in trent'anni,
perch deve ammalarsi proprio adesso?"
"Pap..."
"Far meglio a guarire, perdio. Se continua a fare la
malata, la metto in ospedale. Ce la lascio per tutto il tempo
necessario. Far venire io dei veri dottori che la curino
e... Eh? Dannazione, se vuoi dire qualcosa, dillo!"
Cercai di dirglielo, di dirgli la verit. Ma non ci riuscii.
Mi aveva interrotto e si era messo a bestemmiare quando
gli avevo detto che la mamma non era davvero malata.
Poi aveva smesso di bestemmiare e aveva ammesso
che s, forse avevo ragione, forse non era proprio ammalata.
"Probabilmente  un po' stanca. Probabilmente ha lavorato
troppo... Sar una cosa del genere, no, Myra?
Niente di serio, vero?"
"No, pap" l'aveva rassicurato. "P... pap, quello che
sto cercando di dirti..."
"Be', certo, certo. Stiamo facendo un gran baccano per
niente. Stiamo calmi, adesso, e andr tutto bene. Non c'
da preoccuparsi. Il dottore rimetter la mamma in piedi
e andremo tutti alla cerimonia e... ora smettila di balbettare,
eh? Sembri un vitellino in mezzo a una tempesta."
"Pap. Oh, pap! Sto cos male che..."
"Be', adesso smettila, perch non  proprio il caso. La
mamma star benissimo e... e..."
Il dottor Ashton stava scendendo. Pap era corso a
parlargli, in fondo alle scale.
"Come... come sta, dottore?" lo sentii chiedere. 'E...'
"Sua moglie" aveva detto il dottor Ashton ' in condizioni
fisiche eccellenti, per la sua et. E sana come il proverbiale
pesce."
Pap si era lasciato sfuggire un grugnito. Potevo quasi
vederlo socchiudere gli occhi, come fa quando  arrabbiato.
"Che diavolo sta dicendo? Che razza di dottore
, lei? Mia moglie..."
"Sua moglie non ha niente. Non ha mai avuto niente"
aveva ribadito il dottor Ashton, con un'aria davvero maligna.
Aveva capito tutto, suppongo, e visto quanto gli 
antipatico pap si divertiva moltissimo. 'E un vestito molto
elegante, il suo, Pavlov. Immagino che avesse in programma
di andare alla cerimonia dei diplomi, stasera.'
"S, certo. Naturalmente" aveva risposto pap. "Ora,
che cosa..."
"Deve essere stata una bella sorpresa per la sua famiglia."
Il dottore aveva aperto la porta ed era uscito sulla
veranda. "La sua tenuta, voglio dire; non il progetto di
andare alla cerimonia."
"Ma stia a sentire, dannazione, che cosa..." aveva
obiettato pap. "Oh." Solo quella parola, lentamente, con
una voce piatta.
"S" aveva detto il dottore. "Be', non c' motivo perch
lei non debba andare, Pavlov. Nessun motivo. Sempre,
naturalmente, che voglia ancora andarci."
E aveva riso, piano. Era salito in auto e se ne era andato.
E qualche minuto dopo mi sembrava ancora di
sentire quella sua risatina.
Aspettai in cucina, in piedi, l dov'ero. Non mi
muovevo, tremavo soltanto. Non riuscivo neanche a respirare.
E pap stava in piedi in corridoio. Non si muoveva
neanche lui, a quanto sembrava. Stava in piedi e aspettava,
proprio come io stavo in piedi ad aspettare.
Ero sicura che stesse preparandosi a esplodere. Stava
mettendo insieme, dentro di s, tutte quelle brutte orribili
cose, per scaricarcele tutte addosso di colpo, a me e
alla mamma. Era quello che stava facendo, ne ero certa,
perch lo aveva gi fatto altre volte. Farci aspettare, capite.
Aspettare e aspettare, sapendo che stava per fare
qualcosa, sempre pi tese, sempre pi nervose. E poi,
all'improvviso, scagliarsi su di noi.
Avrei tanto voluto che si lasciasse andare, che la facesse
finita. Lo volevo davvero, capite, non perch era
cos difficile restare l ad aspettare, ma perch sarebbe
stato comunque qualcosa. Forse, dopo, non si sarebbe
sentito pi come si sentiva in quel momento.
Sembra ridicolo, anzi no, non lo sembra, suppongo,
ma prima d'allora non avevo mai pensato a come doveva
sentirsi lui. Voglio dire, non avevo mai pensato che
lui avesse dei sentimenti, e alla possibilit di ferirlo. Forse
non l'avrebbe pensato nessuno, visto come si comportava.
Si era sempre dato un gran da fare per dimostrare
che a lui non importava niente di quello che la
gente pensava e diceva di lui, e allora...
Forse mamma ha ragione. Lei era davvero una bella
ragazza, quando si erano sposati, e pap era un tipo basso
e tarchiato, come adesso, e piuttosto brutto, tutto
sommato. E visto che lui non si  mai saputo esprimere
tanto bene e lei  sempre stata cos rigida e imbarazzata,
troppo timida persino per pronunciare parole come
amore o cose del genere, be', forse pap avr pensato
davvero che lei l'aveva sposato solo per andar via dall'orfanotrofio.
E forse era proprio vero, almeno in parte,
e comunque...
Oh, non lo so. E per come stanno adesso le cose, non
me ne importa niente. Perch a lui certamente non importa
niente di me, anche se forse prima era diverso.
Come potrebbe... lui, un padre che sarebbe capace di
uccidere la sua stessa figlia, se scoprisse una certa cosa
su di lei?
Bobbie dice che non capisco niente, che pap lo farebbe
proprio perch gliene importa. Ma  una sciocchezza,
naturalmente, e Bobbie, dolce e gentile com', riesce
a dire certe sciocchezze, alle volte...
Be', comunque, per tornare a quella sera.
Pap non fece quello che m'ero aspettata. A un certo
punto si era mosso per venire in cucina, ma si era fermato
dopo un passo o due. Poi aveva fatto un passo o due
verso le scale e si era bloccato di nuovo. Alla fine era andato
alla portafinestra e l'aveva aperta. Si era fermato un
attimo, con un piede in casa e uno sulla veranda...
"Devo tornare in ufficio" aveva gridato. "Non resto a
cena. Non posso venire alla cerimonia. Tu e mamma diver...
fate quello che volete."
"P... pap... aspetta!"
Ma lui aveva sbattuto la portafinestra.
Quando arrivai alla porta, era gi a un isolato di distanza.
Non si  pi messo quei vestiti. Una volta ho visto
l'Homburg in testa a Goofy Gannder, per cui suppongo
che abbia regalato tutto a lui e che Goofy abbia
venduto il resto per comprarsi da bere.
Come stavo dicendo, mamma aveva cercato di aiutarmi
quella volta, e non era bello dire che non l'aveva
fatto. Avrebbe dovuto vedersela con pap, poi. Sarebbe
stato molto pi cattivo con lei che con me, e una donna
della sua et - ha quarantasei anni compiuti - non sarebbe
stata in grado di sopportarlo.
Oltretutto, probabilmente non sarebbe servito a niente.
Voglio dire, non avrebbe concluso niente di quello
che pensava di fare. Sarebbe stata terrorizzata, senza
nessuna fiducia in s, e avrebbe fatto un gran pasticcio,
cacciandosi in un mucchio di guai senza migliorare
d'un filo la mia situazione.
Per cui... per cui finii di tirarmi su i capelli e tornai in
camera mia. Mi misi una vestaglia, scesi al piano di sotto
e dissi a mamma che mi dispiaceva d'averle parlato
in quel modo.
Lei non mi rispose; si volt dall'altra parte, con l'aria
offesa. Io le misi le braccia al collo e la baciai e cercai di
coccolarla un po'. Lei arross e si mostr imbarazzata,
ma almeno il ghiaccio era rotto.
Va tutto bene, ragazza mi rassicur. Non ti biasimo
se sei sconvolta e far quello che ho detto.
No, mamma. Non voglio. Davvero, non voglio. Dopotutto,
hai detto che eri sicura che non sarebbe servito
a niente, e allora perch fare una fatica per niente?
Be', sono abbastanza sicura che non... che non riuscirei
a farmi dare un soldo da quella persona. Ma... S'interruppe,
contenta che avessi cambiato idea, ma un po'
insospettita. Senti, ragazza. Non penserai di... di...
In realt, non avevo proprio nessun progetto allora.
L'idea mi sarebbe venuta solo una volta tornata in camera
mia. Sembra ridicolo che non ci avessi pensato prima,
vista la situazione voglio dire, ma suppongo che non sia
poi cos strano. Prima non ero disperata abbastanza.
Non ci pensare, mamma la rassicurai. Non fare
niente stasera, comunque. Se non succede nulla di nuovo
entro un paio di giorni, be', allora...
Ma io devo farlo stasera, ragazza! Se lo faccio, devo
farlo stasera.
Perch? chiesi. Hai aspettato tutti questi anni, perch
non puoi aspettare ancora un po'?
Perch non posso. Il telefono di quella persona ...
sar... S'interruppe improvvisamente, voltandosi per
rimescolare qualcosa sul fuoco. Santo cielo, ragazza!
Continuo a chiacchierare con te e lascio bruciare tutto!
Che c'entra il telefono, mamma? chiesi. Cosa stavi
per dire?
Niente. Come potrei, comunque? Dio, che giornata!
Sono cos sconvolta che non so neanche cosa dico.
Risi e le dissi di non preoccuparsi. Non volevo proprio
che andasse da quella persona: anzi, mi sarei
arrabbiata se l'avesse fatto. E lei annu e mormor che
mi avrebbe dato retta.
Tornai in camera mia. Mi tolsi la vestaglia, mi misi
della biancheria pulita e mi distesi sul letto. Faceva fresco
e si stava bene. Avevo lasciato la porta aperta e la
brezza portava il profumo dell'alfalfa attraverso la finestra.
Chiusi gli occhi. Era la prima volta in tutta la giornata
che mi sentivo un po' rilassata. Per un momento, mi
sembr di avere la mente assolutamente sgombra, totalmente
vuota. Poi fecero la loro comparsa quelle immagini:
una serie d'immagini disparate.
Mamma... pap... Bobbie... il padiglione... io... io che
andavo al padiglione. Aprivo la biglietteria; andavo nell'ufficio
di pap e aprivo la cassaforte per prendere la
scatola degli spiccioli e...
All'improvviso, aprii gli occhi e mi alzai. Mi ero ricordata
che era luned, e che il padiglione di luned era
chiuso, per cui non avrei dovuto andare al lavoro.
Sospirai e feci per lasciarmi andare di nuovo sul letto.
Poi mi misi seduta di nuovo, lentamente, mentre gli
occhi mi si spalancavano, sempre di pi. Sembrava che
lo stomaco mi si fosse tutto raggrinzito e poi, piano piano,
si stesse rilassando.
Presi la borsetta dal comodino. Ne tolsi il mio mazzo
di chiavi, lo fissai per un attimo e lo rimisi nella borsetta.
Erano quasi le quattro. Sciolsi i capelli, anche se erano
stati su solo un poco, e cominciai a vestirmi.
Mamma venne su proprio mentre mi stavo rifacendo
il trucco. Stava andando in camera sua, ma mi vide vestita
e allo specchio, per cui gir ed entr nella mia. Mi
chiese dove pensavo d'andare a quell'ora.
Oh, pensavo di trovarmi con Bobbie in citt, stasera.
Meglio cos che farlo venire qui in casa: se la gente comincia
a chiacchierare...
Ma non  ancora sera obiett mamma. Non hai
neanche cenato. Che...
Non voglio cenare, mamma. Santo cielo, ho appena
finito di rimpinzarmi, no? In ogni caso, il vero motivo
per cui volevo uscir presto  che non voglio vedere pap.
Non ce la faccio a guardarlo in faccia, dopo il modo
in cui si  comportato a colazione.
Mamma cominciava a innervosirsi. Disse che a pap
non sarebbe piaciuto che io non fossi a casa per cena, e
che cosa doveva dirgli?
Mi voltai con l'aria un po' esasperata. In effetti lo ero.
Ma per amor del cielo, mamma, digli la verit! Digli
che ho mangiato tardi e non avevo pi fame e allora sono
andata in citt. Gironzoler un po' e berr un frullato
o qualcosa del genere, fino a che sar ora di vedere
Bobbie. Misericordia, non c' niente di male, no? Non
posso neanche andare in centro senza stare a spiegare e
a discutere e a discutere e a spiegare finch...
Perch te la prendi tanto, ragazza? Mamma mi
guard sospettosa. Hai qualcosa in mente?
Trattenni il respiro e le rivolsi un'occhiata davvero
dura. Poi mi rivolsi di nuovo allo specchio.
Senti, ragazza, mormor mamma, in tono di scusa
sono solo un po' preoccupata per te. Se hai per caso intenzione
di... be', non so esattamente che cosa potresti
pensare di fare. Ma...
Mamma, guarda che se continui cos mi arrabbio
davvero.
Ma, ragazza, non puoi...
D'accordo, mamma! dissi. Sono stata qui a discutere
e a spiegare fino a quando ho potuto. Adesso non
dir pi una parola. Non una parola, mamma. Ti ho gi
spiegato perch voglio usare presto, stasera. Ti ho detto
che non posso sopportare la vista di pap, stasera, ed
 vero: semplicemente non posso, mamma, e non c'
motivo per cui debba farlo e non ho alcuna intenzione
di fare il minimo sforzo e non voglio pi sentire una sola
parola in proposito!
Fece una smorfia e si strofin le mani: scommetto che
non sarebbero cos rosse e con tutte quelle vene se non
continuasse a strofinarsele cos. Cominci a discutere di
nuovo, ma le dissi che avrei gridato, se non la smetteva.
Per cui la smise subito.
D'accordo mormor. Ma bevi almeno una tazza
di caff, prima. Non ti lascer uscire senza qualcosa nello stomaco.
Oh, mamma sospirai. Va bene, fa' in fretta, se proprio
devi farlo. Non posso bere dopo essermi messa il
rossetto.
Si affrett gi per le scale e mi port del caff. Lo bevvi
e cominciai a darmi il rossetto.
Lei mi guardava, facendo delle smorfie e massaggiandosi
le mani. Colsi il suo sguardo nello specchio e
le lanciai un'occhiataccia, proprio brutta credetemi, e si
gir subito da un'altra parte. Non mi guard pi finch
non ebbi finito.
Bene dissi. Far meglio a sbrigarmi, se non voglio
incontrare pap.
D'accordo, ragazza. Si alz dal letto su cui era seduta.
Sta' attenta e non tornare troppo tardi.
Fece il gesto di darmi un bacio ed era piuttosto buffo,
sapete, perch non  una che d mai dei gran baci. Feci
finta di non capire che cosa voleva fare e girai il viso, in
modo da non farmi sciupare il trucco.
Dopotutto, non avevo il tempo di rimettermi a posto,
no? E se lei voleva baciare qualcuno, perch doveva
aspettare proprio il momento in cui avevo fretta e dovevo
andare?
Ragazza, non voglio farti arrabbiare un'altra volta,
ma... promettimi, ragazza! Promettimi che...
S, mamma, te l'ho promesso borbottai. Te l'ho
detto e ridetto e non te lo star a dire di nuovo. Vuoi
smetterla, per favore?
Non ti preoccupare, ragazza. Far... penser io a
qualcosa. Qualcosa mi verr in mente.
Bene, d'accordo! dissi. D'accordo, per amor del
cielo! Presi la borsetta e corsi via.
Mi grid dietro qualcosa, ma io continuai a correre
gi per le scale e fuori di casa. Poi, quando ero quasi al
cancello, mi chiam e mi fece ciao con la mano dalla finestra
della mia camera. Cos, a quel punto, le sorrisi e
le feci ciao anch'io.
Non ero davvero arrabbiata, capite, e naturalmente
non avevo voluto fare qualcosa che la facesse stare davvero
male. Era solo che avevo quell'idea in testa e non
potevo trattenermi oltre.
Erano appena passate le cinque quando arrivai in
centro: verso le cinque e un quarto. Volevo essere sicura
che pap fosse a casa, prima di andare al suo ufficio,
il che significava che avevo almeno quarantacinque minuti
da far passare. Be', diciamo trentacinque, calcolandone
dieci per arrivare al padiglione.
Feci un paio di giri nella piazza del tribunale, dando
un'occhiata ai negozi. Mi fermai di fronte alla gioielleria,
fingendo di essere interessata alla vetrina, ma in realt
per guardarmi nel grande specchio che c' dietro.
Mi sembrava di essere abbastanza carina, quella sera,
considerando tutto quello che avevo passato. In realt
avevo davvero un bell'aspetto, nonostante tutto.
Avevo un golf bianco di cashmere che avevo comprato
due settimane prima: avevo pensato che ormai lo si
potesse mettere, vista la stagione. Avevo una gonna nuova,
blu, di flanella, un paio di calze velate e le mie scarpe
di camoscio su misura, praticamente nuove anche loro.
Mi studiavo nello specchio, pensando che, qualsiasi
cosa si potesse dire di lui, non lo si poteva davvero definire
avaro. Mamma e io potevamo sempre comprarci
quello che volevamo e lui non diceva mai niente.
Mamma aveva sempre cento dollari in contanti a sua
disposizione. Sempre, da che mi ricordo. Quando compravamo
qualcosa, lei glielo diceva e lui le dava quanto
bastava per ritornare a cento dollari.
In realt, non aveva speso, o piuttosto io non le avevo
fatto spendere molto fino a quell'estate. Avevo una paura
terribile di entrare in un negozio: paura, capite, che le
commesse ridessero di me o parlassero alle mie spalle. E
mamma era anche peggio. Non comperavamo niente fino
a quando non ne avevamo proprio bisogno. Quando
proprio dovevamo, in pratica afferravamo il primo oggetto
che ci facevano vedere e uscivamo di corsa.
Pap diceva delle cose orribili su di noi. Non dimenticher
mai le brutte cose che diceva. Diceva che avrebbe
affittato mamma come spaventapasseri, se non fosse stato
troppo crudele per i passeri. E diceva che io sembravo
un sacco di crusca mezzo vuoto sul punto di rovesciarsi.
Be', certamente non aveva pi motivo di dire niente
del genere, da quando uscivo con Bobbie. Non su di me,
almeno. Non potevo avere un'aria sciatta con Bobbie,
per cui mi ero praticamente costretta a comportarmi come
una persona normale nei negozi. E dopo un po' non
ci badavo pi. Voglio dire, mi era cominciato a piacere
e da allora ho comperato proprio un bel po' di cose.
Adesso, in pratica, non vado mai in citt senza comperare
qualcosa.
E perch no, comunque? Pap ha un mucchio di soldi.
Se non mi pu trattare decentemente, mi lasci almeno
avere un aspetto decente.
Diedi un'occhiata all'orologio da polso. Erano quasi le
sei. Mi avviai verso il padiglione, di buon passo. Mi
chiedevo quanti soldi ci fossero nella cassetta.
Non avevo mai toccato la cassetta dei soldi. Non ne
avevo mai avuto il motivo, con il mio lavoro al botteghino,
e cos non sapevo neanche quanto c'era dentro. Ma
sapevo che ce ne sarebbero stati un bel po'. Pap non voleva
avere a che fare con le banche, se non era assolutamente
indispensabile. Pagava sempre in contanti "sull'unghia",
come dice lui, praticamente per tutto. E quando
si hanno tanti interessi quanti ne ha pap, questo
vuol dire un mucchio di contanti.
Naturalmente, la pista da ballo non rende pi come
una volta e altre due o tre faccende non vanno troppo
bene. Ma, mio Dio, e allora? Pensate a tutte le sue propriet!
A tutti i soldi che ha fatto quando gli affari prosperavano!
Pap potrebbe andar avanti a perdere soldi
per anni e anni e resterebbe ricco. Lo dicono tutti in citt.
Forse nella cassetta non ci sarebbero state tante banconote
come una volta, ma ce ne sarebbero state abbastanza.
Due o tremila dollari, almeno.
Ero a mezzo isolato dal padiglione quando vidi
Ralph Devore che usciva dalla porta di dietro e si arrampicava
sul gabbiotto dell'aria condizionata.
Mi fermai di colpo. Cavoli, pensai, come potevo essermi
dimenticata di lui? Perch doveva essere sempre
l a lavorare? Per un momento ci restai davvero male:
ero tanto delusa! Ma poi, poi mi limitai a scuotere il capo
e ad andare avanti. Perch avevo capito improvvisamente
che non faceva nessuna differenza se c'era o non
c'era Ralph. Anche se mi avesse visto, il che era molto
improbabile, non avrebbe fatto nessuna differenza.
A Ralph non sarebbe importato niente che io entrassi
nell'ufficio di pap. Dopotutto, ero la figlia del proprietario
e non gli sarebbe mai saltato in mente di fermarmi
o di chiedermi che cosa stavo facendo. Ovviamente
avrebbe parlato pi tardi, quando pap si sarebbe accorto
che i soldi non c'erano pi, ma non me ne preoccupavo.
Io e Bobbie ce ne saremmo gi andati, ormai, e non
saremmo tornati mai pi.
Entrai nel padiglione. Cominciai ad attraversare la pista,
con le ginocchia che tremavano appena un po'.
Ralph faceva rumore, nel gabbiotto dell'aria condizionata:
picchiava con il martello o qualcosa del genere. Il
rumore veniva dalle ventole dell'aerazione, pum-bam,
pum-bam, e io, in un certo senso, camminavo, marciavo,
a quel ritmo.
Cominciavo a esitare. Quel rumore era davvero orribile:
mi faceva sentire come a una processione funebre,
o qualcosa del genere. E continuava e continuava e, a un
tratto, non c'era pi. Voglio dire, a un tratto avevo capito
che Ralph non picchiava pi con il martello, che era il
mio cuore che batteva.
Respirai a fondo. Mi dissi di smetterla di essere tanto
sciocca, perch non era proprio il caso.
Io e Bobbie saremmo stati ben lontani, entro un'ora.
Pap avrebbe saputo che avevo preso i suoi soldi: volevo
che lo sapesse! Ma non avrebbe potuto trovarci da solo,
e non avrebbe mai chiamato la polizia. Era troppo orgoglioso
per far sapere in giro che sua figlia l'aveva
derubato.
Ero arrivata alla porta dell'ufficio. Aprii la borsetta e
presi le chiavi. Le feci passare tra le dita e scelsi quella
giusta.
Aprii la porta. Entrai, la richiusi dietro di me e accesi
la luce. E gridai.
Gridai perch c'era pap.
Era seduto alla sua scrivania, con la faccia nascosta tra
le mani. C'era ma bottiglia di whisky mezza vuota, davanti
a lui.
Quando gridai, si alz di colpo. Si alz, si mise a bestemmiare,
a chiedermi che cosa diavolo m'era venuto
in mente e via dicendo. E poi, mentre mi limitavo a fissarlo
con gli occhi sbarrati, lentamente si risedette. E mi
fiss anche lui.
Ralph arriv di corsa dalla pista da ballo. Si ferm sulla
soglia dell'ufficio e chiese se c'era qualcosa che non
andava. Pap non disse niente, non lo guard nemmeno.
Ralph sussurr: Oh, scusate e se ne and.
Pap e io continuammo a fissarci.
Non aveva bisogno di chiedermi cosa ci facevo l. Lo
sapeva.
Avrei scommesso un milione di dollari che lo sapeva.
Aveva progettato tutto lui, ogni particolare. Mi aveva
messo paura, mi aveva spinto alla disperazione, apposta
perch facessi quel tentativo. E sapeva che, quando
avessi tentato, quando fosse stata la mia sola speranza,
quando avessi creduto di aver trovato una soluzione...
Oh, sapeva tutto, lui! Era stata tutta una sua idea. Che
cosa avrebbe fatto l, altrimenti, se non fosse stata una
sua idea? Perch non era andato a casa per cena come
sempre?
Indietreggiai verso la porta. Pensai: Oh, come ti odio!
Come ti odio! Ti odio tanto che... che... che... Ti odio, ti
odio, ti odio!
Pap fece un cenno d'assenso. Lo immaginavo disse.
Bene, non sei la sola.
Mi voltai e corsi via.
Solo dopo capii che dovevo aver detto quello che pensavo.
Che in effetti glielo avevo gridato in faccia.
...
.
...
12. Pete Pavlov.
...
.
...
Avevo ricevuto la lettera del dottor Ashton la settimana prima. Non avevo risposto, cos quel luned mi chiam al telefono. Gli dissi di andare all'inferno e riappesi.
Era l'unica cosa da fare, secondo me. E, giusto o sbagliato, uno deve sempre agire in base a quello che pensa.
Deve correre il rischio.  meglio per lui.
Scrissi qualche lettera con la mia vecchia macchina da scrivere. Poi le portai all'ufficio postale, pensando che di macchine da scrivere cos non ne fanno pi. Pensando che di cose come una volta non ne fanno pi, dal pane al tabacco da masticare.
Poi, come facendo il verso a me stesso, ho pensato: Senti chi parla. Forse di cose come una volta non ce ne sono pi proprio perch non c' nessuno che le fa. Ci sono soltanto dei vecchi piagnucoloni smidollati.
Non sono pi quello di una volta, suppongo. Se fossi stato cos anche allora, quando ho costruito l'ufficio postale...
Be' forse sarebbe stato molto meglio, ho pensato.
Non sarei finito nella situazione di adesso e ci sarebbero in giro meno bastardi a darmi fastidio.
S, l'ufficio postale l'ho costruito io. Sotto contratto, per conto del vecchio commodoro Stuyvesant, il padre di Luane Devore.  ancora l'edificio pi grande in citt, quattro piani, ed era un palazzo proprio bello, a quei tempi. I tre piani superiori erano destinati a uffici, tutti con i loro servizi. E le tubature, tutte le tubature per l'acqua e gli scarichi, erano murate.
Be', avevamo quasi finito il lavoro, mancavano solo le rifiniture degli interni, quando avevo scoperto un mucchio di cose. Non dimenticher mai il giorno in cui  successo. Ero su al quarto piano e mi ero tolto il bolo del tabacco di bocca e l'avevo gettato nella toilette. Poi avevo tirato lo sciacquone e mi ero versato un bicchier d'acqua dal rubinetto. E stavo per buttarlo gi quando avevo notato qualcosa nell'acqua. Come delle macchioline scure, cos piccole che quasi non si vedevano.
Imprecai e buttai via l'acqua. Poi presi una latta di colorante e controllai tutto l'edificio, da cima a fondo, facendo
andare sciacquoni e rubinetti, uno dopo l'altro.
Risultarono tutti come il primo. Erano interconnessi, per usare il termine tecnico. Bisognava guardare con attenzione, per notare la sfumatura di colorante nell'acqua, ma c'era. Un po' dell'acqua degli scarichi finiva nei rubinetti dei lavandini.
Capite... be', voi sapete come  fatto l'interno di una tazza del water.  collegato alle tubature dell'acqua e agli scarichi. Il carico e lo scarico avvengono da due bocche vicine, che funzionano contemporaneamente. Se il lavoro idraulico non  fatto bene, parte dello scarico finisce nell'acqua. Nell'acqua con cui ci si lava e che si beve.
Be', la prima cosa che avevo fatto era stata quella di togliere l'acqua. Bloccarla, in tutto l'edificio. A quelli che stavano ancora lavorando sul posto avevo detto che avevano perso fin troppo tempo e da quel momento potevano lavarsi e bere a casa loro. E naturalmente la cosa non gli era piaciuta troppo, ma non potevo fare altro.
Non potevo dirgli la verit. Se glielo avessi detto, lo avrebbe saputo tutta la citt. La gente non si sarebbe fidata pi di quel palazzo. Uno pu riparare il guaio e metterci una pezza, ma la gente non creder pi che sia tutto come prima.
Avevo passato il resto della giornata a controllare le cianografie del progetto, seguendo chilometri di tubature passo passo.
Alla fine avevo capito cosa c'era che non andava. Era nel progetto in s, nei disegni. Non era colpa mia.
Presi i disegni e andai dal commodoro. Luane era in soggiorno con lui. E tutti e due fecero una faccia piuttosto sconvolta.
Allora, gli avevo detto che non vedevo di cosa dovessimo preoccuparci.
" colpa degli architetti" avevo spiegato. "Sono una bella novit, queste tubature murate, ma la struttura dell'edificio
non  adeguata. Gli architetti avrebbero dovuto sapere che con tutti questi angoli e queste svolte nelle tubature si sarebbe prodotto per forza un sifone... S, commodoro?"
"Ho detto" aveva risposto con voce piatta "che non  colpa degli architetti. I disegni seguono uno schizzo che ho fatto io. Ho insistito io per fare cos, nonostante le loro obiezioni, e loro mi hanno fatto una diffida per iscritto."
Gli avevo chiesto perch diavolo avesse fatto una cosa del genere. Voglio dire, pagare per il consiglio di un esperto e poi non seguirlo.
Fece una smorfia: sembrava quasi che stesse per piangere.
"Pensavo soltanto che volessero far salire il conto, Pete" aveva spiegato. "Gli architetti prendono il sei per cento del costo totale dell'opera, capisci, e visto che io non sono esattamente uno che si fida..." Si era interrotto, con un'altra smorfia. "Non che abbia mai avuto molte ragioni per fidarmi. Cos su due piedi, direi che l'unico uomo completamente onesto che abbia incontrato sei tu, Pete."
"Be'... be'... grazie, commodoro. Ma..."
"Hai parlato a qualcuno di questo problema, Pete?
Nessuno degli operai ne sa qualcosa? Be', supponiamo che non si faccia niente: pensi che le conseguenze potrebbero essere, uhm, davvero serie?"
"Non so" avevo risposto. "Forse a qualcuno degli inquilini non succederebbe niente. E per gli altri, potrebbe passare un bel po' di tempo, prima. Non so quanti potrebbero ammalarsi o quanti potrebbero morire, ma so una cosa, commodoro. So che io non berrei mai dell'acqua che viene dagli scarichi e non la voglio certo far bere agli altri. Per cui..."
Mi ero interrotto. Lui aveva fatto una faccia cos sconvolta e offesa che m'ero scusato di quanto avevo detto.
Io avevo chiesto scusa a lui!
"Molto bene, Pete. Questa tua preoccupazione per la salute pubblica  del tutto lodevole. Ora, tornando al nostro problema, si pu fare qualcosa? E che cosa?"
Gliel'avevo detto. Dovevamo rifare le tubature in tutto il palazzo. Certo, potevamo usare gli stessi tubi, ma dovevamo toglierli da dentro i muri e metterli fuori. Il che significava sventrare tutto e rifare gli interni.
"Capisco." Si era morso le labbra. "E i tuoi uomini, Pete? Come glielo spiegherai?"
"Be'..." avevo alzato le spalle. "Gli dir di aver fatto uno stupido errore e che sto rimediando. La cosa non mi dannegger e loro non avranno niente da ridire."
"Capisco. Pete... Pete, non ho il diritto di chiedertelo, ma tutto quello che ho  investito in quel palazzo. Tutto. Ho esaurito il mio credito. Se chiedessi un altro finanziamento mi troverei con l'edificio carico di ipoteche dal tetto alla cantina. Una volta finiti i lavori, sarei a cavallo. Il governo prender il piano terra e ho gi i contratti d'affitto per la maggior parte degli uffici. Ma non posso finirli, Pete, a meno che... Ma non ho il diritto di chiedertelo."
Luane stava piagnucolando. Lui le aveva messo una mano sulla spalla, guardandomi con espressione di scusa e dopo un po' lei si era girata e lo aveva abbracciato.
Sembrava uno spettacolo abbastanza commovente, capite.
Io avevo preso il taccuino e avevo fatto un paio di calcoli. Non avevo contanti, no, ma il mio credito era ottimo.
Sfruttandolo fino in fondo, potevo finanziare i lavori che bisognava rifare, a un costo che probabilmente si sarebbe aggirato sugli ottomila dollari.
Il commodoro praticamente mi aveva stritolato la mano, quando gli avevo detto che l'avrei fatto. E per un minuto avevo pensato che Luane mi avrebbe baciato.
Poi il commodoro mi aveva dato una ricevuta per diecimila dollari, invece di ottomila. Perch gli avevo letteralmente salvato la vita, a lui e a Luane, e anche con una gratifica di duemila dollari lui sarebbe stato mio debitore in eterno.
Be', immagino di non dovervi raccontare il resto della storia. Ma lo far lo stesso, nel caso siate ottusi come me. Il commodoro neg di dovermi un solo centesimo per i lavori supplementari. Afferm che era dovuto a un errore mio, come avevo ammesso pubblicamente, e che avrebbe potuto farmi causa per non aver seguito le indicazioni degli architetti.
"Naturalmente, non mi piacerebbe fare una cosa del genere" mi aveva detto, sorridendo in quel suo modo sornione. "Immagino che tu abbia gi abbastanza problemi, cos come stanno le cose."
Gli avevo risposto che i problemi non erano l'unica cosa che avevo.
Avevo la sua ricevuta di diecimila e intendevo farla valere fino all'ultimo centesimo. Ma lui aveva scosso la testa, ridacchiando.
"Ho paura di no, Pavlov. Vedi, io non ho beni di fortuna. Ho trasferito tutte le propriet a mia figlia Luane."
Luane non sembrava troppo felice, all'idea. Io l'avevo guardata e lei aveva distolto gli occhi. Poi li aveva puntati
improvvisamente sul commodoro.
"Non farlo, babbo" aveva supplicato. "So che pensi al mio bene, ma..."
"S" aveva annuito il commodoro. "Per cui devi decidere tu. La mia impressione  che una donna inadatta a qualsiasi occupazione, una zitella senza prospettive di lavoro e di matrimonio, tanto per dirla nel pi succinto dei modi, non possa permettersi di buttare via i soldi. Ma se la pensi diversamente..."
Aveva allargato le mani, rivolgendole quel suo sorrisino. Luane si era alzata ed era uscita.
Me ne ero andato anch'io, e non ero pi tornato. A cosa diavolo mi sarebbe servito, tornare? Non avrei ottenuto mai niente da lei. Lui non aveva pi niente. Non potevo neanche picchiarlo come si meritava, vecchio com'era. Cos, questo  quanto. Cos ho imparato a mettermi in affari con un 'gentiluomo della vecchia scuola', un 'vero aristocratico', una delle 'personalit principali' della citt e via dicendo.
Mi ci sono voluti cinque anni, lavorando giorno e notte, per pagare il debito.
Ralph stava pulendo la pista da ballo quando tornai al padiglione. Scherzai con lui per qualche minuto e poi andai a fare una passeggiata sulla spiaggia. Era una passeggiata che mi piaceva, da un certo punto di vista: mi piaceva guardare tutte quelle cose che avevo costruito io e sapere che nessuno le avrebbe costruite meglio. Dall'altro, non era cos piacevole: quella vista mi faceva stare davvero male. Perch avrei guadagnato molto di pi con degli edifici pi alla buona. E se lo avessi fatto, non sarei nella situazione in cui sono.
Mi chiedevo perch diavolo avessi pensato di sprecare tutti quei soldi per delle strutture stagionali. Ma suppongo di non averci neanche pensato, allora. Lo avevo fatto automaticamente: era l'unico modo in cui sapevo costruire le cose.
Sulla spiaggia incontrai la cantante di Mac, Danny Lee. Era in costume da bagno e prendeva il sole: mi sedetti accanto a lei e parlammo un po'. Non quanto avrei voluto, per. Non mi serviva a niente, capite, starmene l a chiacchierare di questo e di quello, e poi avevo paura che se fossi rimasto pi a lungo avrei fatto qualcos'altro.
Perch quella ragazzina era proprio il tipo che s'incontra una volta su mille. Era proprio il mio tipo di donna.
Quella Danny era una che se decideva di stare con te, non si sarebbe pi tirata indietro. Era capace di uccidere, per te, anche a costo della sua vita. Lo si capiva benissimo. Almeno, io lo capivo benissimo. E la confezione non era mica male.
Comunque, lei magari era il mio tipo di donna, ma io non ero il suo tipo di uomo. Non le sarebbe servito a niente un vecchio bastardo panciuto come me, anche se non avesse avuto Ralph Devore attorno. Per cui me ne andai prima di fare o dire qualcosa che mi avrebbe reso ridicolo.
Feci un giro per tornare al padiglione. Rags mi chiam dal suo villino, per cui andai a bere un caff da lui.
Mi chiese come stavo a soldi e gli dissi che stavo come prima.
Disse che anche lui era conciato proprio male.
Non so cosa diavolo fare, Pete. Non avr pi orchestra dopo aver chiuso qui, e non me la sento di continuare a suonare da solo. Lo farei, se potessi cavarne fuori quanto basta per tirar avanti decentemente, ma  dura farcela con me in giro e Janie e i ragazzi a New York.
S annuii, guardando il pavimento. Mi sentivo imbarazzato, come sempre quando menzionava i ragazzi.
S, voglio dire, e che ne dici dei dischi, Rags? Non puoi fare qualcosa?
Grugn e si lasci sfuggire una sfilza d'imprecazioni.
Disse che non avrebbe pi inciso un disco finch non gli avessero permesso di suonare come voleva lui. Il che non sarebbe successo mai, a meno che la compagnia discografica non fosse sua.
Vorrei proprio che lo fosse gli dissi. Se stessi un po' meglio finanziariamente, forse...
S, s m'interruppe. Non pensarci, Pete.  la cosa che vorrei di pi al mondo, ma so che  impossibile.
Fin il caff e riemp la tazza di whisky. Bevve un sorso, schiocc le labbra e rabbrivid. Dopo un minuto o due mi chiese che ne pensavo della storia tra Danny Lee e Ralph Devore.
Voglio dire, come andr a finire, Pete? Come pensi che andr a finire?
Alzai le spalle. Confessai che non ci avevo proprio pensato.
Pensavo... disse imbronciato. Sembra la volta buona, tra loro. Ma tra tutti e due, Ralph specialmente, non sono quel che si dice dei ragazzini in amore. Non si azzarderebbero a fare qualcosa, se non ne avessero i mezzi.
No confermai. Non penso.
Ci ho pensato su. Sai, quando li ho presentati le avevo detto che lui era ricco. E mi  venuto in mente da un po' che sarebbe proprio un bello scherzo se...
S?
Niente. Che diavolo! Rise.  solo una strana idea che m' venuta.
Be', penso sia meglio che vada.  quasi ora di colazione.
Raggiunsi la citt e l'attraversai tutta. Stavo per passare davanti alla chiesa vicino a casa mia, ma poi rallentai e tornai indietro di qualche passo. Mi fermai davanti a un terreno da costruzione tra la chiesa e la casa del pastore.
Mi fermai l davanti e mi misi a guardare, con l'aria pensierosa e interessata. Poi presi un metro da tasca e feci qualche misura.
Dietro una delle finestre della casa si mosse una tenda.
Presi un taccuino e scrissi qualche cifra. Facevo finta di fare dei calcoli.
Mi ero divertito parecchio con quel terreno da costruzione.
Una volta avevo fatto finta d'averci trovato delle piante di marijuana e un'altra volta avevo detto che l'avrei comprato per farci un tiro a segno. Tra una cosa e l'altra, avevo tenuto il pastore sulle spine per anni.
Sapevo che mi stava spiando da dietro le tendine. Mi guardava ed era preoccupato e si preparava a qualche altra complicazione.
Alla fine usc di casa. Non avrebbe voluto, ma non ne aveva potuto farne a meno.
Io continuai a prendere le mie misure e a fare i miei calcoli, come se non lo avessi visto. Lui se ne stette un momento in cortile, poi si avvicin all'inferriata.
S? si rivolse a me. S, signor Pavlov?
S risposi. S, signore. Credo che andr benissimo.
Benissimo? Mi guardava con gli occhi acquosi, con le labbra che stavano per mettersi a tremare. Signor Pavlov, che cosa... che cosa vuole da me? Sono vecchio e...
Ricordo quando non lo era risposi. Lo ricordo bene. Ma parlando di questo terreno qui, mi chiedevo solo se non fosse un buon posto per una lavanderia. Anche se forse lei potrebbe tener lontano qualche cliente.
Sapeva a che cosa volevo arrivare, naturalmente. Era ovvio, dopo tutti quegli anni. Mi guard, con i suoi occhi acquosi, aprendo e chiudendo la bocca. E io gli dissi che pensavo soprattutto al genere biancheria.
Guardi, m' venuta un'idea dissi. Lei avverte i suoi amici di mandarmi la loro biancheria, e tutti i rammendi necessari, che so, i buchi di pallini di fucile, glieli faccio gratis. Niente di pi giusto, d'altronde: potrei essere stato io a produrli.
Signor P... Pavlov disse. Deve davvero...
Immagino che per un po' non abbiate avuto bisogno di troppe sedie in chiesa, vero? gli domandai. Suppongo che i suoi amici non abbiano una gran voglia di sedersi, no? Comunque non pi di quelli a cui facevano visita con quelle fruste.
Sogghignai e gli strizzai l'occhio. Lui si appoggi all'inferriata.
Gli tremava la bocca e con le mani continuava a tormentare le sbarre.
Signor Pavlov disse.  stato...  stato tanto tempo fa, signor Pavlov.
A me non sembra tanto risposi. Ma io, io ho buona memoria.
Se sapesse quanto mi dispiace, quante volte ho implorato il perdono di Dio...
S? Be', far meglio ad andare. Restando, potrei perdere l'appetito.
La mia casa era nell'isolato dopo, un grande edificio a due piani con un bel po' di terreno. Probabilmente era la casa migliore della citt, ma certo non lo sembrava.
Era uno schifo.
Avevo parecchio lavoro da fare, quando l'avevo finita, quindici anni fa: quattro o cinque contratti in corso, dei lavori per cui mi avevano pagato. Avevo pensato che prima dovevo portarli a termine, e poi occuparmi di abbellire casa mia.
Feci cos. Ma mentre facevo cos, i miei vicini mi presentarono una petizione. La feci a pezzi e gliela gettai in faccia. Mi citarono in tribunale e non conclusero niente.
Se mi avessero lasciato in pace, se non avessero pensato di essere i paladini del senso estetico... ma non erano capaci di non pensarlo. Volevano costringermi, loro. E nessuno mi pu costringere a fare qualcosa.
La casa non  mai stata intonacata. Il terreno attorno non  stato mai ripulito.  pieno di pezzi di legname, cavalletti,
mattoni avanzati e cos via. Ci sono un paio di vecchie carriole, arrugginite e quasi a pezzi, e un mescolatore tutto incrostato di cemento. C'... Ma l'ho gi detto.
 un vero schifo. E sar sempre cos, o comunque non migliorer finch sar vivo.
Era appena passato mezzogiorno quando arrivai a casa. La colazione era gi in tavola e Myra e mia moglie, Gretchen, erano in piedi accanto alle loro sedie.
Dissi loro ciao. Mormorarono qualcosa e chinarono il capo. Dissi 'okay' e ci sedemmo.
Riempii il loro piatto e il mio. Mangiai un paio di bocconi, arrosto e crocchette di patate, e poi tirai in ballo la storia del dottor Ashton.
 saltato fuori un grosso lavoro per me, su ad Atlantic Center dissi. Che ne direste di stabilirci l per quattro o cinque mesi?
Gretchen non alz gli occhi, ma vidi che facendo finta di niente aveva guardato Myra. E Myra era arrossita tutta e quando alz la forchetta le tremava la mano. Anzi, non era neanche arrivata alla bocca quando la forchetta le sfugg e cadde sul piatto. E lei e Gretchen fecero un salto. Io risi.
Non preoccupatevi le rassicurai. Non andiamo. Non ho mai avuto intenzione di andare. Ho solo pensato di dirvelo.
Inghiottii un grosso boccone, guardandole mentre lo masticavo. La faccia di Myra si faceva sempre pi rossa.
E poi improvvisamente si alz e usc di corsa.
Risi. Non ne avevo una gran voglia, ma risi lo stesso. Gretchen, alla fine, alz gli occhi.
Perch non la lasci in pace disse, senza bofonchiare o piagnucolare come fa di solito. Non ti basta averla ridotta in questo stato? Di farla andare in giro con l'aria da cane bastonato? Devi proprio continuare e continuare, vedendo fino a che punto...
Uh-uh. Se c' una cosa che proprio non far  continuare.
Cosa... Esit. Cosa vuoi dire?
Alzai le spalle. Dopo un minuto o due, si alz e usc anche lei. Sal le scale, verso la stanza di Myra.
Finii di mangiare e svuotai il piatto con un pezzo di pane. Poi mi ripulii la bocca con uno stuzzicadenti e infine inghiottii un bel pezzo di tabacco. Guardai l'orologio e vidi che mancavano due minuti all'una. Aspettai che le lancette segnassero l'una in punto. Poi mi misi il cappello e tornai in citt.
Facevo sempre cos, sapete. Forse non avrei dovuto comportarmi in quel modo, ma conoscevo solo quello e ormai non potevo farci niente. Giusto o sbagliato, era il mio modo. E a me sembrava giusto.
Ridurle in quello stato? Be', diavolo, io cercavo di migliorarlo, il loro stato. Gli avevo dato qualcosa di cui essere
orgogliose, qualcosa per cui andare a testa alta.
Avevo costruito qualcosa dal nulla, solo con il mio ingegno e con le mie mani. E non avevo piegato la testa davanti a nessuno, nel farlo. Non ho mai lasciato che nessuno mi riducesse in qualsivoglia stato. E, credetemi, ci hanno provato in tanti. E quelle due, Gretchen e Myra, se avessero avuto soltanto met di quello che...
Tornai in ufficio. Finii la mia masticata e bevvi un bel sorso di whisky. E poi risi un po' di me stesso e mi misi a pensare.
Bene, all'inferno. Che cosa hai avuto, in cambio, Pieter Pavlovski? Una moglie? Gretchen  una moglie? Una figlia? Myra... quella poco di buono dagli occhi da pecora...  tua figlia? Be', e allora che cosa ti resta, oltre alle case che hai costruito? Che hai costruito, perch quelle non sono pi tue. Hai tenuto duro fino a che hai potuto e adesso...
Bevvi un'altra sorsata. Cercai di ridere di nuovo, perch era davvero una situazione dannatamente buffa,
credete. Ma non avevo voglia di ridere. Non quando stavo per perdere il padiglione e gli alberghi e i ristoranti e i villini e... e tutto quello che avevo. Tutte le cose che avevano preso il posto di quello che non avevo.
Non potevo neanche pensarci, figuriamoci riderne.
Presi la rivoltella dalla scrivania. La controllai e la rimisi nel cassetto.
 colpa sua, pensai.  colpa sua, colpa loro, colpa mia, colpa di tutto lo stramaledettissimo mondo: che diavolo di differenza fa?  un lavoro venuto male. E c' il tuo nome sopra. Per cui c' solo una cosa da fare.
Erano quasi le nove e mezzo quando Bobbie Ashton comparve nel mio ufficio. Avevo bevuto un po' e non mi piacque per niente alzare lo sguardo e vedermelo l sulla porta. Non gli gridai dietro, comunque: mi limitai a grugnire. Come va, Bobbie? e lui sorrise e si sedette.
Gli dissi che pensavo che fosse fuori con Myra.
Lo ero annuii. Anzi, lo sono. Ho fatto solo un salto, per un minuto.
S? Non volevi chiedermi se mi andava bene che uscissi con lei, vero?
No rispose. Volevo chiederle... Ha sentito che la signora Devore  morta?
Be', s. Mi mossi un po' sulla sedia. Ralph ha telefonato e me l'ha detto. Che c'entra, comunque?
Niente, forse rispose. D'altro canto...
Si tolse una lunga busta bianca di tasca e l'appoggi sulla scrivania. Poi rest in piedi, con uno strano sorrisino freddo sulle labbra.
Vorrei che la leggesse disse. Se fosse necessario per proteggere un innocente, e interpreti pure il termine in senso ampio, vorrei che se ne servisse.
Servirmene? Che cosa diavolo ? Perch non te ne servi tu?
Il suo sorriso si accentu. Scosse il capo, gentilmente. E poi, prima che potessi dire qualcos'altro, era sparito.
Aprii la busta e cominciai a leggere.
Era una confessione, di suo pugno, dell'assassinio di Luane Devore. Diceva che aveva capito che Ralph doveva avere un bel po' di soldi da parte, e a lui servivano dei soldi. E poi spiegava come il delitto era stato commesso. Si era mascherato coprendosi il volto con un fazzoletto. Aveva agito in silenzio, in modo che lei non riconoscesse la voce. Era salito su per le scale, senza l'intenzione di farle davvero del male: solo con quella di darle un colpetto, o al massimo un pugno, per poter prendere i soldi. E non aveva neanche l'intenzione di rubarli davvero: avrebbe restituito la somma, anonimamente, appena avesse potuto. Ma... insomma, era andato tutto male e le cose non s'erano svolte secondo i suoi piani.
Luane lo stava aspettando in cima alle scale. Si era gettata su di lui e lui aveva cercato di liberarsene. E la prima cosa che aveva capito, dopo, era che lei giaceva in fondo alle scale, morta.
Aveva lasciato perdere i soldi e se l'era squagliata. Era troppo spaventato per fare altro.
Finii di leggere la confessione. Le diedi un'ultima occhiata, con un certo senso di meraviglia. Voglio dire, meravigliandomi
di come poteva sembrare vera anche se non lo era. C'era solo una cosa che non andava, a quanto potevo vedere. Quando diceva di essersi spaventato.
Non aveva idea di cosa potesse spaventare quel ragazzo.
Bevvi un altro sorso. Accostai un fiammifero alla confessione e la lasciai cadere nella sputacchiera. Perch non era cambiato niente. L'uccisione di Luane Devore non era un delitto di cui lui dovesse essere punito. Probabilmente lo sapeva anche lui.
Per questo aveva scritto la confessione... probabilmente.
Sapeva che sarebbe morto comunque, per cui la cosa non poteva danneggiarlo e poteva essere molto utile a qualcun altro.
Presi la pistola e me la feci scivolare in tasca. Spensi la luce e salii in automobile.
Non fu difficile trovarli, Myra e lui. Bastava guidare un po' e poi scendere dalla macchina e percorrere un sentierino
tortuoso. Bastava pensare a dove sarei andato io se fossi stato al suo posto. Ed era l che l'aveva portata.
Erano distesi su un mucchio di sabbia, in una piccola radura, ed erano stretti l'uno all'altra. Non potevo vedere lei, soltanto lui. E questo rendeva tutto piuttosto difficile perch era lui... lui... quello per cui mi dispiaceva.
Non sapevo come aveva fatto, con lei. O perch l'aveva fatto. Avevo persino paura di pensarci, di cercare di scusarlo. E non potevo farlo. Ero abbastanza sicuro che non avrebbe voluto nemmeno lui. Ma era abbastanza difficile lo stesso.
Io e lui... eravamo cos simili. La pensavamo allo stesso modo. Per questo era stato in grado di confessare un crimine che avevo commesso io - s, sono stato io a uccidere Luane Devore - azzeccando praticamente tutti i particolari.
Io avevo progettato di dare un colpo a Luane e di portare via i soldi. Io m'ero legato un fazzoletto in faccia e non avevo risposto quando lei aveva chiamato dal piano di sopra perch non riconoscesse la mia voce.
Poi, all'ultimo minuto, avevo cambiato idea. Non potevo rapinarla. Non avevo mai fatto niente di disonesto in vita mia e non potevo farlo allora. E, perdio, non ce n'era motivo.
I soldi me li doveva. Diecimila dollari con gli interessi di quasi venticinque anni. Mi tolsi il fazzoletto, rimisi la pistola in tasca e le dissi che ero venuto a incassare.
"E non mi dica che non gliel'avevo detto", quando lei aveva cominciato a balbettare e gracidare qualcosa a tutta velocit.
"Li ha guadagnati Ralph e non li ha mai spesi e non li spender nemmeno. Li tiene lei, per non lasciarlo andar via. Se li avesse Ralph, se ne sarebbe gi andato con quella cantante."
Ero salito su per le scale, a passi lenti continuando a fissarla. Lei mi aveva supplicato e poi s'era messa a gridare delle minacce. Non mi sarebbe servito a niente prendere quei soldi, gridava. Mi avrebbe fatto arrestare. Non avrei potuto tenerli e per di pi sarei finito in galera.
"Forse" avevo ribattuto. "Ma non credo. Tutti pensano che ho un mucchio di soldi e nemmeno il mio peggiore nemico mi accuserebbe mai di furto. Per cui, penso che ce la far benissimo. Sar facile come  stato facile per lei e suo padre imbrogliarmi."
Per un minuto avevo pensato che avrebbe ceduto, perch aveva smesso di gridare e s'era appoggiata al muro come per lasciarmi passare. Poi, proprio quando avevo il piede sull'ultimo gradino, aveva lanciato un grido e mi si era gettata addosso.
Avevo teso un braccio, per tenerla lontana. L'avevo colpita come con uno schiaffo e, nella posizione in cui era, senza equilibrio, era caduta dalle scale a testa in gi.
Ero sceso e le avevo dato un'occhiata. Poi ero uscito. Non avevo pi bisogno di soldi.
Sospirai. Mi tolsi la pistola di tasca, guardando al mucchio di sabbia su cui stavano Bobbie e Myra.
Esitai un momento, chiedendomi se non dovessi gettare un sasso, dargli almeno una possibilit, capite, come quando si va a caccia e si vede un coniglio seduto.
Ma non erano conigli, loro. Almeno, lui non lo era. E se non avessi sbrigato la faccenda allora, avrei dovuto farlo dopo. E non ci sarebbe pi stato un dopo, per me.
Non avrei pi potuto andarmene in giro, dopo quella sera. Per cui alzai la pistola e presi la mira.
Aspettai un secondo. Due o tre secondi. Lui improvvisamente si volt e la baci. E allora, proprio allora, cominciai a sparare.
Credo che siano morti felici.
Soffiai il fumo dalla canna della pistola, tornai alla macchina e presi la strada della citt. Andai subito in tribunale
e mi costituii per i tre omicidi.
Kossy  stato il mio avvocato al processo. Ma non c'era nulla che un avvocato potesse fare. Nulla che gli avrei lasciato
fare. Per cui adesso tutto  finito, o lo sar tra dannatamente poco, e adesso che tutto  finito mi chiedo una cosa.
Mi chiedo se ho ucciso davvero Luane Devore.
Aveva la pelle dura, lei. Supponiamo che la caduta le avesse fatto soltanto perdere i sensi e che sia arrivato qualcun altro che ha finito il lavoro. Magari qualcuno nascosto in casa quando c'ero ancora io.
Sarebbe stato una specie di delitto perfetto, sapete. Lui, quel tipo, poteva ucciderla e la colpa me la sarei comunque presa io. Chiunque mi conoscesse sapeva che me la sarei presa io.
E chi penso che sia stato, se non sono stato io?
Be', non credo sia uno di quelli di cui si potrebbe sospettare a prima vista, di quelli che sembravano avere i motivi migliori. Il solo fatto di avere tante buone ragioni per volere Luane morta, e il fatto che lo sapessero tutti, gli avrebbe impedito di ucciderla davvero. Avrebbero avuto troppa paura, capite, di poter essere accusati.
A parte questo, e forse con l'eccezione di Danny Lee, tutti i sospettati principali erano troppo attaccati alla vita per commettere un delitto. Lo avevano dimostrato in tutti quegli anni, con il modo stesso in cui erano vissuti.
Avevano rinunciato ai loro principi, al loro buon nome... a tutto quello che avevano, e solo per continuare a essere vivi. A vivere, in un dannato modo qualsiasi. E gente come quella non corre il rischio di uccidere.
Io non sono fatto cos, nel caso non l'abbiate ancora capito. Io devo vivere in un certo modo, se no preferisco essere morto... che  appunto quel che sar, tra poco. Per dirla in breve, io ho avuto solo una cosa per cui vivere.
E se avessi pensato che stavo per perderla, come poi  stato, be' allora...
Suppongo che capiate dove voglio arrivare. Chiunque abbia ucciso Luane era una persona che aveva una sola cosa per cui vivere. Chiunque l'abbia uccisa era una persona che non aveva un motivo apparente, che poteva farlo con delle buone probabilit di non essere mai sospettata. Ed esiste solo una persona, secondo me, che corrisponde a questa descrizione.
Era brava ed efficiente, ma continuava da anni a fare lo stesso stupido lavoro. Era bella come un quadro, e simpatica per di pi, ma non s'era mai sposata.
Era attaccata al suo lavoro e non s'era sposata per lo stesso motivo: perch era innamorata del suo principale.
Non lo aveva mai fatto capire, in nessuno dei soliti modi. Non aveva mai fatto un tentativo nei suoi confronti... non era il tipo. E non s'era mai lasciata andare con lui. In quello che faceva non c'era nulla che poteva suscitare il minimo pettegolezzo. Ma, diavolo, era chiaro come il sole quello che sentiva. Per me, se non altro.
Vedevo come gli si prosternava davanti, come lo metteva su un piedistallo, e la cosa mi faceva rabbrividire, in un certo senso. Pensavo: ma perch diavolo fa cos, una ragazza che potrebbe avere tutti gli impieghi e tutti gli uomini che vuole? E naturalmente non c'era che un motivo per cui dovesse comportarsi in quel modo.
Eppure doveva saperlo che era soltanto un cretino e un chiacchierone. Doveva sapere che non l'avrebbe sposata mai, perch era troppo egocentrico per sposare qualcuno, e comunque sua sorella non glielo avrebbe permesso. Ma per lei non voleva dir niente. Forse, visto come ragionano le donne come lei, glielo faceva amare di pi. In ogni modo, era pazza di lui, doveva esserlo, capite?, abbastanza pazza da uccidere chi minacciasse di fargli del male. E qualcuno gli stava facendo del male.
Si era quasi arrivati al punto in cui lui correva il rischio di perdere il posto, l'unico posto che potesse avere, e allora non l'avrebbe pi visto e... S, proprio cos. Sto parlando di Nellie Otis, la segretaria del procuratore della contea.
Credo che sia stata Nellie a uccidere Luane... se non sono stato io. Suppongo che non lo sapr mai di sicuro, e non me ne importa proprio niente.
Era solo cos per dire, capite, tanto per pensare. E adesso che ci ho pensato, che vadano tutti all'inferno.
...
.
...
FINE.